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Roma, 22 ott – Non è certo un  segreto che l’Italia sia una meta ambita da tempo immemore per visitatori da ogni parte del mondo. La particolarità della penisola è infondo più che evidente, così come l’immenso patrimonio custodito: paesaggistico, storico, culturale e d’arte.

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Se in età antica l’Italia romana rappresenta per secoli sotto ogni punto di vista il fulcro della civiltà, col Rinascimento torna a essere un imprescindibile faro culturale, ma anche finanziario, per l’élite europea. Nel 1551 l’Olandese  Pieter Bruegel il Vecchio la raggiunge per ammirarne e dipingerne lo splendore. Ritrae infatti la Ripa Grande a Roma, una veduta di Tivoli sulle propaggini dei monti Tiburtini, il porto di Napoli, Reggio Calabria e lo stretto di Messina. Infondo, già intorno al 1560 è il Bolognese Pietro Lamo a essere pioniere d’una progettazione turistica moderna e laica con la sua “Graticola”, una vera e propria guida artistica della città, dedicata a pittura, scultura e architettura, comprensiva del patrimonio pubblico e del collezionismo privato. Nel ‘600 è ancora l’Italia a richiamare i dotti e i potenti dell’epoca, non a caso il teatro dell’opera nasce a Napoli con l’apertura del teatro dei Fiorentini (1618) e del San Bartolomeo (1654). Da qui in poi inizia la stagione del “Grand Tour”,  un lungo viaggio nell’Europa continentale effettuato dai ricchi giovani dell’aristocrazia europea destinato a perfezionare il loro sapere. Ovviamente l’Italia non può mancare. Da Goethe, a Stendhal, Winckelmann, fino a Freud, i cultori celebri della penisola sono troppi per essere tutti menzionati.

Una domanda però sorge spontanea: cosa resta oggi di tutto ciò?

Sì, perché non si tratta di puro e semplice allarmismo fine a se stesso. Bisogna infatti domandarsi se l’Italia contemporanea non stia attraversando un periodo di profonda decadenza. Un imbruttimento generale che intacca un glorioso passato, e purtroppo diversi sentori di questo fenomeno si possono avvertire quotidianamente. Come definire, tutto sommato, un paese dove un Ai Weiwei qualunque può apporre degli stupidi gommoni al rinascimentale Palazzo Strozzi?

Un capitolo di emblematica decadenza è scritto a Mantova, culla del Rinascimento e capitale italiana della cultura 2016.  Inquietante è lo sfregio di Piazza Sordello, dove un obbrobrioso recinto deturpa la Domus romana e la vista su Palazzo Ducale, intollerabile quanto gli sfregi presenti da anni sul monumento a Virgilio in Piazza Virgiliana. Marmo bianco di Carrara sporcato dagli scarabocchi di buoni a nulla che lì bivaccano indisturbati. Come può essere stata eletta a capitale della cultura una città che non sa nemmeno difendere l’opera che omaggia il suo cittadino più illustre? Proprio quel grande Virgilio che cantò l’essenza pura e agreste del Locus Amoenus oggi giace sporco nel degrado, dimenticato dalle istituzioni. Alcuni cittadini sarebbero anche disposti a ripulirlo di propria iniziativa, ma per legge solo il Comune può adoperarsi e “allungare le mani”. Morale: il monumento resta in attesa e deturpato oramai da anni. Dall’Eneide e dalle Bucoliche a tanti scarabocchi in vernice spray. Un chiaro esempio di come l’inadeguatezza dei contemporanei non riesce a essere guardiana del bello.

arte milano pannelli arte milano pannelli 2Complice di questo degrado è soprattutto una sempre più diffusa mentalità qualunquista e pressapochista, ma fatta passare per moderna, ovvero una logica perversa che vuole che tutti possano fare tutto. Così come chicchessia può magicamente diventare europeo grazie ad un semplice pezzo di carta, chiunque può improvvisarsi ed auto eleggersi artista. Milano lo dimostra in questi giorni dopo che son stati installati sui muri di Via Tortona alcuni pannelli bianchi destinati ai passanti come spazio ad uso artistico/decorativo. Il risultato? Scarabocchi, mostriciattoli stilizzati, tag da ghetto, scritte, simboli fallici e ancora scarabocchi. La stessa spazzatura, in sostanza, che già abbonda sui muri di tutte le città italiane. Non male per la città che ospitò Hayez e Manzoni. Ciò che oggi deve passare è che l’arte e la bellezza sono concetti sacri e da salvaguardare con denti e unghie. Il patrimonio italiano è troppo prezioso per giocarci e rischiare di rovinarlo.

Nell’Italia contemporanea vige un che di informe, se non addirittura di malato, qualcosa fuori da ogni tipo possibile di norma. Questa visione demenziale va accantonata e occorre tornare indietro nel tempo, quando il concetto di Arte era quello di Techne, da cui “Tecnica” (della scultura, dell’oratoria, della guerra ecc.), quindi una forma fatta di convenzioni e canoni che deriva da un ordine spaziale e temporale, il cui concepimento sancisce l’inizio della Storia. L’uomo consapevole di se stesso si libera dalle catene fenomenologiche e innesca la rivoluzione neolitica. Con la Storia nasce il rito, col rito l’arte. Rito è addomesticare il tempo, dall’enunciazione dei riti nascono le metriche della poesia e i ritmi della musica. La ripetizione del rito serve a mantenere l’Aša, parola avestica che indica l’ordine cosmico mantenuto dall’uomo. Il termine Aša viene in seguito trasformato in medio Iranico in aRTa/aRDa (arte-ordine), due vocaboli col medesimo significato e indianizzate in Ṛta (rito).

Pertanto, se non esiste ordine non può esistere arte, e se non esiste nessun tipo d’arte difficilmente può esistere la civiltà stessa. Non si scappa.

Le amare parole proferite da Goethe sull’Italia e sull’individualismo anarchico dei suoi abitanti suonano oggi quanto mai attuali. Occorre riflettere e soprattutto agire: “C’è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina; ognuno pensa per sé, è vano, dell’altro diffida, e i capi dello Stato, pure loro, pensano solo per sé”.

Alberto Tosi

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