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Roma, 22 ott – Si può dire che il dialogo con gli Antichi, nel mondo cosiddetto «occidentale», non è mai venuto meno. Perché, volenti o nolenti, la civiltà greco-romana rappresenta l’origine della storia europea. Un’origine però – si badi bene – in senso tecnico, non retorico: è nella cosiddetta «antichità classica» che nascono la poesia (l’epos omerico) e la storiografia (l’historìa di Ecateo di Mileto). Perlomeno in Europa, questo è chiaro: nessuno vuol qui parlare di originalità assoluta o di «miracolo greco». Ad ogni modo, nel momento in cui tutto ciò venne messo per la prima volta per iscritto (in prosa o in versi), abbiamo a che fare con dei popoli che accedono a una dimensione istoriale, ossia si proiettano nella storia come campo privilegiato di realizzazione dell’umano. In questo senso è quindi lecito parlare di «origine».

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Per questo motivo, confrontarsi con gli Antichi è sempre stato inevitabile. Sia che si guardasse a quel mondo come a un modello da imitare, sia che lo si avvertisse come un peso ingombrante di cui disfarsi. Così gli umanisti – dopo il tanto vituperato «medioevo» – daranno vita al Rinascimento attingendo proprio alla civiltà greco-romana. Gli illuministi, invece, sulla questione si divisero. Se per il Rousseau «totalitario» l’etica comunitaria della Grecia antica rappresentava un esempio cui ispirarsi, il Constant «liberale» si affrettò a distinguere tra una libertà degli antichi (positiva e partecipativa) e una libertà dei moderni (negativa ed emancipatoria). E, dato che per Constant la luce veniva da Londra e non da Atene, secondo lui – in pieno accordo con il progressismo illuminista – i moderni erano superiori ai Greci e ai Romani.

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Senza voler fare adesso una storia della recezione dell’antichità nell’Europa moderna, cerchiamo però di fissare almeno un punto. Se è vero che la storia – secondo la formula ciceroniana – può essere magistra vitae (ma sempre con meno discepoli, a quanto pare), spesso è vero proprio il contrario: come notò il liberale Benedetto Croce, è la vita a essere magistra historiae. In altre parole, attingendo al «passato», noi lo reinterpretiamo giocoforza in maniera originale, proiettandovi la nostra mentalità e la nostra visione del mondo. Così Sparta si trasformò per i nazionalsocialisti nel perfetto «Stato razziale», i Gracchi divennero per i bolscevichi il baluardo della classe proletaria, Pericle fu elevato dai liberali a «padre della democrazia». Si tratta – ça va sans dire – di falsi storici, ormai ampiamente confutati e archiviati.

Eppure, di quando in quando, riemergono ipotesi curiose e vere e proprie leggende metropolitane. È il caso di una recensione del mensile del Primato Nazionale a firma di Antonio Carioti. Qui è possibile leggere di una Roma «meticcia» e di un’Atene «aperta al mondo», che grazie a questa «apertura» avrebbe «lasciato un’eredità immortale», laddove «Sparta, chiusa in se stessa, non ha prodotto nulla di culturalmente apprezzabile». Giacché la leggenda di una «Roma meticcia» è insostenibile sia da un punto di vista genetico che di una corretta analisi delle fonti, ci concentreremo brevemente sul solo caso di Atene.

Morta – e morta bene – la strampalata ipotesi di un’«Atene Nera», continuano tutt’oggi a girare, negli ambienti semicolti, luoghi comuni sulla democrazia ateniese che sono ormai stati smentiti dalla moderna storiografia. Tanto per cominciare, chi abbia confidenza con gli studi classici, sa benissimo che tutta la Grecia antica (Atene compresa) era fortemente etnocentrica. Lo ius sanguinis era alla base della cittadinanza anche nella democratica Atene: si era cittadini se si aveva almeno un genitore ateniese, almeno fino a quando Pericle (sì, proprio lui, il «padre della democrazia») non stabilì per legge che si diventava cittadini solo se si avevano entrambi i genitori ateniesi. Senza contare, più in generale, l’orgoglio etnico caratteristico degli Elleni, che derubricava a «barbari» tutti i popoli non-greci. A questo proposito, il dotto antichista Claude Calame ha parlato non a caso di un «razzismo soft».

Ma, sempre rimanendo su Pericle, passiamo al famoso Epitafio (Tucidide, II 35 sgg.), quello che è stato enfaticamente definito il «manifesto della democrazia». Questo elogio, dedicato ai caduti nel primo anno della Guerra del Peloponneso (431-404 a.C.), si apre esattamente con una celebrazione dell’autoctonia: «Comincerò dagli antenati: giustizia vuole che in tale occasione essi ricevano il tributo del ricordo. Nel succedersi delle generazioni, abitando sempre e immutabilmente questa terra, con il valore ce l’hanno conservata libera» (II 36,1). Antenati, discendenza di sangue, legame con la terra: più che un esempio di «apertura al mondo», sembra quasi l’ideologia del Blut und Boden… Ma c’è di più: come ha notato acutamente il compianto Domenico Musti (peraltro decisamente simpatetico nei confronti della democrazia ateniese), da questo passo del discorso pericleo emerge un chiaro «nesso autoctonia-libertà». Pertanto, Atene è riuscita a mantenersi libera – questo il succo del discorso dello stratega – grazie al sangue versato dagli ateniesi che «fanno tutt’uno con la terra» (questo è il significato di autoctonia, come ben ricorda sempre Musti).

Per concludere, rivolgiamoci brevemente alle considerazioni di Luciano Canfora, che, a livello divulgativo, ha scritto uno dei libri più brillanti sul tema democrazia. Come spiega a ragione il filologo, l’originalità della democrazia ateniese non risiedeva affatto in un’onirica «apertura al mondo», bensì nell’allargamento della cittadinanza ai cittadini ateniesi nullatenenti. Peraltro, non si trattò minimamente di una concessione scaturita da moderni discorsi «diritto-umanisti», bensì da una stringente necessità bellica: Atene aveva bisogno di una flotta e, quindi, di marinai e vogatori. La nascita della democrazia ateniese, infatti, è strettamente legata all’imperialismo (con annessa «esportazione della democrazia»). Autoctonia e imperialismo: non proprio i temi più in voga presso i fan della società meticcia e dell’apertura al mondo.

Valerio Benedetti

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