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luciobattisti_1_1354025771Roma, 17 apr – «Sei troppo ignorante / Odori di gente / Che non conta niente / e paura ci fai». Poteva scrivere questo, sul registro elettronico, il professore che, in una scuola media della Valbisagno (Genova), ha messo 4 a una studentessa che pare avesse posto una domanda scomoda. Il verso è di Lucio Battisti (“Gente per bene e gente per male”), e pure l’intervento incriminato riguardava il cantautore di Poggio Bustone. Un 4 che non ha a che fare con il teorema di Pitagora o la data della scoperta dell’America, quindi, anche se qualcosa la storia c’entra. Sembra infatti che la ragazza abbia detto: «Prof, io ho sentito dire che Battisti era fascista». Non sapremo mai in che termini, con che tono e in che contesto sia stata posta la domanda. Magari era una provocazione. Magari il modo era irrispettoso. Lei giura di no, ma i giornali locali sono riusciti a riportare solo la versione della studentessa.



Della versione del prof, invece, conosciamo solo ciò che egli stesso ha scritto sul registro elettronico: «Superficiale. Interviene fuori luogo, in modo ineducato e provocatorio. Accosta cronologicamente il fascismo ai cantautori degli anni 60/70. Ride. (nota di demerito)». Poche parole, ma c’è dentro un bel po’ di roba. Il modo «ineducato e provocatorio», se reale, è sicuramente censurabile, sui banchi di scuola. Il fatto che l’intervento sia segnalato come «superficiale» è cosa che già lascia spazio a maggiori dubbi: una tredicenne ha forse l’obbligo della profondità? Chi dovrebbe insegnarle a essere meno superficiale, se non i suoi insegnanti? Ma, soprattutto, quel che lascia perplessi è quella notazione nel merito: «Accosta cronologicamente il fascismo ai cantautori degli anni 60/70». Come se la leggenda di un Battisti “nero” se la fosse inventata la ragazzina e non fosse, invece, un tormentone decennale.

A proposito: ma era vera, poi, quella storia? «Domanda inutile», si potrebbe rispondere citando “Ancora tu”. Si sa per certo, comunque, che il mito di Battisti fascista sia nato in seguito alla diffusione virale (per quanto potesse esserci viralità in quegli anni) di una foto del cantante con braccio destro alzato. Un banale cenno all’orchestra, ma in un’epoca iperpoliticizzata ci si mise poco a interpretarlo come un saluto romano. La destra, comunque, lo adottò volentieri, forse per ingenuità, forse per situazionismo di riflesso (non era quella l’epoca in cui Debord teorizzava il détournement, l’appropriazione indebita e decontestualizzata dei testi?). Qualcosa, nei brani, c’era, ma non nel senso in cui pretende il Secolo XIX, che ieri pubblicava il testo de “Il mio canto libero” con accanto le presunte chiavi interpretative che avrebbero entusiasmato i missini, in cui ogni frase è letta come un riferimento celato al Duce, all’Impero, alle adunate oceaniche etc.

Ora, la destra dell’epoca aveva tanti difetti, ma non è che fosse composta solo da perfetti imbecilli. Se qualcuno trovava un’aria “familiare” in certi testi, non era perché si credesse di ritrovarvi messaggi cifrati per i camerati paracadutati dietro le linee nemiche. Si può esprimere una certa visione del mondo anche semplicemente creando un’atmosfera in apparenza anodina. Quanto alle sue idee politiche esplicite, il Corriere della Sera ha ripescato una vecchia intervista a Mogol, in cui, alla domanda se il cantante avesse mai parlato di politica, il paroliere rispondeva: «Mai. Non mi risulta andasse a votare. Era un individualista. Credeva nella libertà, nel merito». Il che, a ben vedere, non sarà fascismo – potrebbe essere persino il suo contrario – ma non è neanche una visione “neutrale” della vita. Riflette, in effetti, un certo tipo di destra, forse più esistenziale che politica. Uno dei temi extra-amorosi che più di frequente emerge nelle sue canzoni è in effetti un certo spirito libertario e anticonformista, espresso in un’epoca in cui il conformismo andava in una sola direzione. È il rifiuto del mondo “bello, buono e solidale”, prima cantato e poi messo in pratica con l’auto-esilio volontario.

E comunque “Luce dell’Est” parla realmente di un amore nato dietro la cortina di ferro e spezzato da «un colpo di fucile». E comunque “La canzone della terra” parla davvero del mondo contadino in un modo che nulla concede all’analisi classista e tutto all’elogio di uno stile di vita tradizionale. E comunque «planando sopra boschi di braccia tese» è un verso che non ammiccherà a Piazza Venezia, ma qualcosa ci dice che nel 1973 De Gregori o Guccini avrebbero licenziato un paroliere che l’avesse infilato in un loro brano. E comunque non c’è ombra di femminismo, progressismo, antifascismo in canzoni cantate quando tutto questo era pensiero dominante e obbligatorio. Tanto basta per pensare a Battisti e rivolgergli un commosso saluto. Ma tranquilli, è solo un cenno all’orchestra.

Adriano Scianca



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2 Commenti

  1. “Il mio canto libero” lo cantavo negli anni ’70 alla mia ragazza per dirle che in questo mondo di merda, dove non c’era più il fascismo, io fascista lo restavo a dispetto di tutto, e il mio cuore – nero come il carbone – lo donavo a lei. Oggi lei è ancora al mio fianco, è mia moglie da tanti anni. Insomma, non è stato un amore badogliano…

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