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Boom di aspiranti allievi delle scuole militari: è l’Italia che se ne frega dei disarmisti

by Tony Fabrizio
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Roma, 21 mag – Mentre il circo mediatico-politico della sinistra in servizio permanente effettivo continua a versare lacrime di coccodrillo sul bilancio della Difesa, la gioventù italiana risponde nell’unico modo possibile: con i fatti. I dati sulle iscrizioni ai licei delle nostre Scuole Militari – dalla storica Nunziatella di Napoli alla Teulié di Milano, passando per il Morosini di Venezia e la Douhet di Firenze – parlano chiaro. Siamo di fronte a un vero e proprio boom di domande, un assalto ai bandi di concorso che certifica una fame di rigore, identità e amor patrio che la retorica progressista non è riuscita a spegnere. I numeri del concorso – per la Nunziatella di Napoli in particolare – non lasciano fraintendimenti.

Le domande per varcare la soglia del seggio di Rosso Maniero di Pizzofalcone sono in costante crescita. Tanto da richiedere persino proroghe per permettere a tutti di iscriversi. Un vero e proprio boom, trainato anche dall’apertura alle scienze applicate e al digitale, segno di una tradizione che sa guardare al futuro senza rinnegare se stessa. Una valanga di richieste che rappresenta il più clamoroso schiaffo in faccia ai professionisti del disarmismo nostrano.

Il fallimento del catechismo pacifista

Per anni ci hanno spiegato che le nuove generazioni avrebbero dovuto liquefarsi nel Grande Reset globale. Private di confini, doveri e uniforme. I sacerdoti del pacifismo a senso unico – con in testa la truppa parlamentare dei pentastellati grillini e il loro megafono quotidiano, Marco Travaglio – hanno tentato in tutti i modi di dipingere il mondo delle Forze Armate come un relitto del passato da definanziare e smantellare. Secondo la vulgata gialla, di odio per questo mondo, ogni euro investito nella sicurezza della Nazione è un “furto” perpetrato ai danni del welfare assistenzialista e ogni ragazzo che sceglie di indossare le stellette è una vittima da rieducare obbedendo petolosamente al peace & love d’accatto.

Peccato che la realtà sia granitica e rifiuti di piegarsi alle loro farneticazioni editoriali. L’eccellenza formativa della scuola Teulié – che non a caso ha registrato record di domande anche grazie al lancio del nuovo liceo scientifico digitale – e degli altri istituti d’élite dimostra che i giovani italiani cercano l’esatto contrario dell’anarchia educativa promossa dal progressismo. Sono assetati di disciplina, senso dello Stato, cameratismo e merito.

Chi difende la Patria non percepisce il reddito di nullafacenza

Il contrasto antropologico è lampante: lo stereotipo culturale dei Cinque Stelle basata su una società di individui isolati, perennemente in pigiama e mantenuti dal sussidio statale, allergici al sacrificio e pronti a sventolare bandiere bianche al primo accenno di tempesta geopolitica è in netto contrasto con il modello delle Scuole Militari. Giovani che a quindici anni scelgono di mettersi in gioco. Di studiare con ritmi serrati, di superare selezioni fisiche e culturali rigidissime per diventare la futura classe dirigente d’Italia. Militare o civile che sia.

Mentre Travaglio e compagni si ostinano a fare il tifo per il disarmo unilaterale dell’Occidente – in un momento storico in cui i confini tornano a essere tracciati con il ferro e con il fuoco – i ragazzi italiani dimostrano di avere molto più buon senso di chi scrive certi editoriali livorosi. Hanno capito che la pace tanto decantata si difende con la prontezza, con il valore e con il prestigio, non con i piagnistei da salotto. La Nunziatella non è un nostalgico pezzo di antiquariato, ma una fucina di classe dirigente. Civile e militare. Chi esce da lì non impara solo a marciare, impara a governare la complessità, a rispettare le regole e a proteggere i più deboli.

La gioventù d’Italia che non piace ai salotti

Questo boom di iscrizioni non è solo un dato statistico. È una chiara scelta di campo identitaria. È la dimostrazione che l’anima profonda della Nazione è viva e non si lascia anestetizzare dalla propaganda di chi vorrebbe un’Italia debole, neutrale per codardia e incapace di difendere i propri interessi. Cosa cercano questi ragazzi che scelgono il “Rosso Maniero”? Non cercano la guerra, solo la guerra e la guerra a tutti i costi, cercano un baricentro. In un’epoca di totale liquefazione dei valori, dove tutto è liquido, precario e relativo, l’istituzione militare offre una certezza.

Quella di far parte di qualcosa di più grande di sé stessi. Non è “cultura della morte”, come vorrebbe far credere certa sinistra pacifista da sofà, quella che si commuove per le utopie e si gira dall’altra parte davanti alle emergenze concrete. È, al contrario, cultura della responsabilità. Dell’azione. Della vita. Le famiglie italiane – quelle vere, non quelle delle Ztl – sanno benissimo che la disciplina e il rigore formativo sono la migliore corazza contro la fragilità di questi tempi. Anche i giovani lo intuiscono. C’è una fame di autorevolezza e di sani principi che la scuola pubblica tradizionale, troppo spesso ridotta a un ammortizzatore sociale privo di slancio, non riesce più a saziare.

Da Milano a Napoli il mondo alla rovescia

Certo, è pur vero che per certi sindaci e certi politici progressisti l’ordine e il senso dello Stato siano concetti indigesti. A Genova, per dire, abbiamo visto di recente il sindaco Silvia Salis storcere il naso davanti alla parata degli Alpini. Da una parte le penne nere, che da un secolo spalano fango, ricostruiscono paesi terremotati e rappresentano il cuore pulsante del volontariato italiano. Dall’altra, una prima cittadina visibilmente a disagio di fronte a quel fiume di tricolori. Lei che patteggia più per la sola banda rossa su un bandiera e per quella dell’arcobaleno.

Viene quasi da sorridere. Mentre la Genova della Salis fa fatica a tollerare una sfilata di allegri Alpini in congedo, a Napoli centinaia di ragazzi si mettono in fila per indossare lo storico spadino e la giubba blu e per potersi incamminare per quella strada fatta di sveglie all’alba, di disciplina, di fatiche, ma soprattutto di amor patriae e di dignità. È la dimostrazione che la Nazione reale, l’Italia vera è viva ed è molto più sana, concreta e fiera di chi pretende di rappresentarlo dalle colonne di un giornale o dagli scranni di un consiglio comunale.

Che gridino pure i professionisti del disfattismo. Che Travaglio firmi i suoi anatemi quotidiani e che i residuati del grillismo piangano la perdita dell’innocenza pacifista: lassù, sulla collina di Pizzofalcone, la giovinezza migliore d’Italia preferisce il rigore del quadrato d’armi alla pigrizia dei loro talk show. E questa, per la Patria, è la notizia più bella.

Tony Fabrizio

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