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La lotta di classe contro Mario Roggero: la sinistra che odia la proprietà e il ceto medio

by La Redazione
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Roggero

Roma, 20 lug – L’operazione ideologica contro Mario Roggero non si esaurisce nella ricerca del presunto fascista nascosto dietro l’uomo comune. Accanto all’autopsia antropologica del gioielliere, di cui vi abbiamo parlato in un precedente articolo, si sta sviluppando una più esplicita offensiva di classe. Roggero non viene attaccato soltanto per aver sparato, ma perché proprietario di un’attività, economicamente autonomo e appartenente a quella classe media che una parte della sinistra continua a guardare con odio atavico.
In queste letture – in questi giorni se ne leggono parecchie – il negozio non è un luogo di lavoro come gli altri, ma diventa il simbolo di un privilegio. La gioielleria non è un’impresa costruita e gestita da una famiglia, ma la manifestazione di una ricchezza che, in quanto tale, non meriterebbe solidarietà. La rapina, di conseguenza, perde progressivamente il suo carattere concreto e viene reinterpretata come una forma elementare di conflitto tra chi possiede e chi non possiede.

Roggero e il reato di appartenere alla classe media

Ilaria Salis ha indicato Roggero come un «uomo italiano, bianco e di classe media», sostenendo che il sostegno politico e mediatico ricevuto dal gioielliere sarebbe legato precisamente a queste caratteristiche. La formula è significativa perché introduce nel giudizio politico tre elementi – nazionalità, colore della pelle e condizione economica – che non hanno alcun rapporto con la valutazione giuridica dei fatti. Roggero viene trasformato nel rappresentante di una categoria sociale alla quale non sarebbe lecito riconoscere paura, fragilità o attenuanti. Essere italiano, bianco e appartenere alla classe media diventa una sorta di aggravante politica. La sua vicenda personale scompare e viene sostituita da una posizione nella gerarchia dei privilegi costruita dalla sinistra. Gli fa eco Roberto Salis, padre dell’europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra, che ha sostenuto che la concessione della grazia costituirebbe «un precedente pericoloso per uno Stato di diritto». Secondo Salis padre, il messaggio trasmesso sarebbe che in Italia, disponendo di un adeguato sostegno politico, ci si possa sostituire alla legge. Sarà che loro ne sanno qualcosa? In ogni caso, l’argomento viene sottratto dal piano istituzionale, come se la richiesta di grazia non fosse uno strumento previsto dall’ordinamento, ma un prodotto della forza politica e sociale di una determinata categoria.

«Sempre dalla parte dei ladri»

Nella comunicazione antagonista questa lettura di classe viene esposta senza cautele. Acta, progetto che si definisce «media militante senza mediazioni» e che costituisce un punto di riferimento della galassia antifascista, ha liquidato la narrazione sul «duro lavoro di una vita» sostenendo che una gioielleria non sarebbe una comune bottega artigiana, ma il «totem dell’opulenza». La distinzione è rivelatrice di una forma mentis fortemente moralista: il valore del lavoro dipenderebbe dal prodotto venduto e dalla posizione economica raggiunta. Un’attività può essere riconosciuta come frutto di fatica soltanto finché rimane povera, precaria o marginale. Se produce lusso o benessere, cessa di essere lavoro e diventa accumulazione illegittima. Acta ha inoltre parlato di «lurida propaganda pistolera della destra a difesa del denaro», dichiarandosi «sempre e comunque dalla parte dei ladri» perché tribunali e carceri sarebbero istituzioni da respingere. In un altro passaggio, alla domanda rivolta ai sostenitori del gioielliere – «se ci fossi stato tu?» – la risposta è stata che nessuno dovrebbe immedesimarsi nel «ricco proprietario di una gioielleria da fatturati astronomici». Il punto non è dunque stabilire se Roggero abbia reagito in modo lecito, proporzionato o comprensibile. Il punto è negargli preventivamente ogni possibilità di empatia. Il proprietario della gioielleria non può rappresentare una vittima perché, nella lettura antagonista, la sua condizione sociale lo colloca già dalla parte dei colpevoli.

Roggero il “proprietario profittatore”

La stessa impostazione compare in un editoriale pubblicato da Infoaut, portale dell’area antagonista torinese vicino all’esperienza di Askatasuna. Il titolo, tratto da una canzone di Fabrizio De André, è «C’hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane». Roggero viene definito «nuovo campione della piccola borghesia italiana» e «spietato assassino». La sua condotta rappresenterebbe «l’affermazione della punizione spietata del proprietario profittatore contro chi non gliene riconosce il diritto esclusivo e la vuole derubare». Il lessico utilizzato chiarisce già la natura dell’attacco: il diritto di proprietà non viene considerato un elemento dell’ordinamento da contemperare con altri diritti e limiti, ma la violenza ideologica di una classe. Il rapinatore non è più semplicemente colui che entra armato in un’attività commerciale: diventa chi contesta concretamente l’esclusività del possesso. Il passaggio dalla rapina alla lotta di classe è così completato. Da una parte c’è il «proprietario profittatore», dall’altra chi non riconosce il suo diritto a mantenere ciò che possiede. La responsabilità individuale del rapinatore viene assorbita nella condizione economica, mentre quella del gioielliere viene amplificata fino a comprendere l’intera struttura sociale di cui sarebbe espressione. È questo il nucleo della lotta di classe contro Roggero. La sua condotta può essere criticata, senza dover sostenere che una gioielleria sia un «totem dell’opulenza» o che il diritto di proprietà sia una provocazione contro chi tenta di violarlo. La campagna in corso, invece, parte dalla convinzione che la ricchezza del rapinato renda meno grave la rapina e più grave la sua reazione.

Il gioielliere come nemico sociale

Gli esempi possono continuare a cascata. Luca Blasi, assessore municipale romano eletto con Alleanza Verdi e Sinistra, ha definito Roggero il «Rambo di Grinzane Cavour», descrivendolo come una persona «violenta e macabra» e «pericolosa per chiunque si trovi nel suo raggio di azione». Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista, lo ha indicato come un «pericoloso esaltato dalla pistola facile», concludendo che sia bene che rimanga in carcere proprio in ragione della sua presunta pericolosità. Potere al Popolo ha invece dichiarato di non volere «un Paese in cui chiunque abbia un’arma possa inseguire, sparare e uccidere», né cittadini trasformati in «poliziotti, giudici e boia». Un principio formulato in questi termini può apparire difficilmente contestabile. Ma diventa meno lineare quando proviene da aree politiche che contestano abitualmente il monopolio statale della forza, la legittimità della polizia, la funzione del carcere e l’autorità dei tribunali. Nella vicenda Roggero, invece, questi stessi apparati vengono improvvisamente difesi come elementi intangibili dello Stato di diritto. La sinistra antagonista che celebra l’illegalità politica, l’occupazione, la resistenza agli arresti e lo scontro con le forze dell’ordine riscopre il rispetto assoluto della legge quando l’imputato è un commerciante che ha reagito a una rapina.

I rapinatori trasformati in Robin Hood

La rilettura classista non poteva non coinvolgere anche personaggi del mondo dello spettacolo e dell’informazione. L’attore Bebo Storti ha scritto in un post successivamente rimosso che «magari il pistolero assassino in carcere si rifà una vita, 14 anni sono lunghi». Ha poi condiviso una battuta secondo cui Matteo Salvini, invece di chiedere la grazia, avrebbe dovuto suggerire a Roggero di raggiungere il carcere in treno, in modo da arrivarvi a condanna già terminata. Selvaggia Lucarelli ha attaccato Melissa Satta per aver espresso solidarietà al gioielliere, ironizzando sulla possibilità di un programma televisivo in coppia con Vittorio Brumotti. Marianna Aprile, conduttrice di In Onda su La7, ha utilizzato l’espressione «capitale umano» riferendosi ai rapinatori uccisi. Una formula che, isolata dal contesto, potrebbe essere intesa come un semplice richiamo al valore della vita umana, ma che nel quadro complessivo della discussione contribuisce alla costante inversione dei ruoli morali: i rapinatori vengono restituiti alla loro piena complessità, mentre il rapinato è ridotto alla propria condizione economica. Morgan ha sviluppato questa impostazione in modo ancora più esplicito. In un video pubblicato su Instagram ha accusato i sostenitori di Roggero di aver perso il senso del valore della vita a causa dell’«idolatria» del denaro. Ha definito il gioielliere un imprenditore interessato soltanto ai propri affari e un assassino, ipotizzando invece che i rapinatori potessero aver agito per mantenere i figli o perché privi delle capacità necessarie per diventare imprenditori. Il cantautore ha quindi richiamato Robin Hood, sostenendo che rubava ai ricchi per dare ai poveri e che per questo era un eroe. Peccato che nella vicenda di Grinzane Cavour non esiste, ne sarebbe esistita, alcuna redistribuzione sociale.

Il paradosso di Lenin

La contraddizione diventa ancora più evidente tornando a uno dei testi fondamentali della tradizione comunista. In Stato e rivoluzione, Lenin immaginava che, nella fase pienamente sviluppata del comunismo, sarebbe venuta meno la necessità di uno speciale apparato repressivo separato dalla popolazione. Degli eventuali «eccessi individuali», spiegava Lenin, si sarebbe occupato direttamente il popolo armato, intervenendo con la stessa spontaneità con cui una folla separa due persone coinvolte in una rissa o impedisce una violenza. L’estinzione dello Stato avrebbe comportato anche il progressivo venir meno di una forza professionale incaricata in via esclusiva di mantenere l’ordine. Naturalmente Lenin parlava di una società senza classi e di un popolo organizzato, ma il confronto mostra quanto sia selettivo il rifiuto contemporaneo dell’intervento diretto dei cittadini. La tradizione rivoluzionaria non ha mai considerato sacro il monopolio statale della forza. Ha teorizzato il popolo armato, la giustizia di classe, i tribunali rivoluzionari e la sostituzione degli apparati professionali con forme di controllo politico esercitate direttamente dalle masse.
Nel caso Roggero, quindi, il problema non sembra essere semplicemente che un cittadino abbia agito al posto dello Stato. Il problema è quale cittadino abbia agito, quale posizione sociale occupi e contro chi abbia rivolto la propria arma. Quando la forza viene esercitata da gruppi considerati oppressi contro il proprietario, può essere descritta come conflitto sociale, resistenza o giustizia autonoma. Quando a reagire è invece un commerciante contro gli autori di una rapina, ricompare immediatamente l’inviolabilità del monopolio statale della forza.

Dal diritto penale al tribunale sociale

La condotta di Roggero può e deve essere valutata sulla base dei fatti. Si può sostenere che abbia oltrepassato il limite della difesa, che abbia agito quando il pericolo era cessato e che la sua reazione non potesse essere coperta dalle norme sulla legittima difesa. Si può, allo stesso tempo, ritenere la pena eccessiva, considerare il trauma prodotto dalle rapine precedenti, sostenere la richiesta di grazia o discutere l’applicazione del grave turbamento. La lotta di classe contro Roggero segue però un’altra strada. Il gioielliere viene sottoposto a un secondo processo nel quale non contano soltanto i colpi esplosi, ma il negozio che possiede, il denaro che custodisce, il lavoro che ha trasformato in benessere e il ceto sociale al quale viene assegnato. È una forma infantile di determinismo sociale: chi possiede qualcosa deve dimostrare di meritarlo; chi tenta di sottrarglielo può essere ricondotto alle condizioni economiche nelle quali vive. Perchè in fondo la lotta di classe ingaggiata dalla sinistra contro Mario Roggero consiste esattamente in questo. Non nella critica alla sua condotta, ma nella convinzione che la sua appartenenza sociale costituisca già una circostanza aggravante. Prima ancora di impugnare la pistola, Roggero aveva commesso il reato politico di essere proprietario.

Vincenzo Monti

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