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James Hankins contro Harvard e Trump: l’ideologia non si combatte con l’economia

by La Redazione
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James Hankins Harvard Trump

Roma, 10 ago – James Hankins non è il solito professore conservatore che osserva dall’esterno l’università americana e denuncia il “woke”. È uno dei maggiori studiosi del Rinascimento, ha insegnato storia ad Harvard per quarant’anni, ha diretto e curato importanti progetti sul pensiero umanistico italiano e oggi sta passando alla Hamilton School for Classical and Civic Education dell’Università della Florida. Nell’intervista concessa a Serena Danna per Open, la sua requisitoria contro Harvard è durissima: abbandono del canone occidentale, politicizzazione dell’università, multiculturalismo divenuto ideologia, perdita dell’eccellenza come criterio ordinatore. Ma proprio per questo pesa di più la seconda metà del suo ragionamento: Trump, sostiene Hankins, sta affrontando un problema reale con uno strumento sbagliato.

La questione è più seria della solita contrapposizione fra campus progressisti e Casa Bianca repubblicana. Perché Hankins mette contemporaneamente sotto accusa due modelli: l’università che trasforma una particolare visione politica in cultura istituzionale e una destra che pensa di poter risolvere il problema esercitando sull’università una pressione politica di segno contrario.

Hankins spiega il declino del canone occidentale

Il racconto di Hankins parte dal 1985, anno del suo arrivo ad Harvard. L’ateneo, ricorda, era allora relativamente conservatore rispetto alle altre università della Ivy League, soprattutto per l’età elevata del corpo docente. Ma il punto non era il conservatorismo politico. Era il modello di selezione: Harvard pretendeva di reclutare studiosi che avessero già dimostrato altrove il proprio valore. Hankins porta il proprio caso come esempio. Quando ottenne la cattedra nel 1992, racconta, fu il primo docente da oltre vent’anni a essere promosso internamente; il precedente che gli venne indicato risaliva al 1969. Successivamente il sistema si sarebbe progressivamente allentato, passando secondo la sua ricostruzione dalla promozione di circa un quinto dei docenti junior a percentuali molto più alte. Secondo Hankins, quindi, l’istituzione era organizzata attorno all’idea di essere la migliore e subordinava a questo obiettivo tutto il resto.

Questo consente di capire anche perché Hankins non costruisca una caricatura della vecchia Harvard come santuario conservatore. Nell’intervista ricorda con simpatia alcune battaglie per i diritti degli omosessuali e contro la guerra in Vietnam. L’attivismo esisteva, dunque, e poteva perfino essere condiviso. Ciò che sarebbe cambiato successivamente non è la presenza della politica nell’università, inevitabile in qualunque grande istituzione culturale, ma il rapporto gerarchico tra politica e funzione accademica: prima l’attivismo cercava di servirsi del prestigio di Harvard; in seguito, nella lettura di Hankins, avrebbe cominciato a determinare dall’interno il funzionamento dell’istituzione.

Il caso Summers e l’università come campo politico

Hankins colloca negli anni Novanta la formazione di gruppi organizzati dentro il corpo docente, soprattutto attorno alla questione della parità tra uomini e donne, e considera la crisi di Lawrence Summers uno spartiacque. Summers pronunciò nel gennaio 2005 le controverse osservazioni sulla sottorappresentazione femminile ai vertici delle discipline scientifiche, avanzando diverse ipotesi – tra queste anche possibili differenze nella distribuzione delle attitudini – e successivamente si scusò per il modo in cui aveva formulato il ragionamento. Lasciò la presidenza nel 2006; Drew Gilpin Faust, prima donna a guidare Harvard, entrò in carica nel luglio 2007. Hankins interpreta quella sequenza come il momento nel quale un movimento politico acquisì un peso decisivo nella governance universitaria. È una lettura contestabile, naturalmente, e non va trasformata surrettiziamente in un fatto accertato. Ma spiega la sua tesi: il problema non nasce quando un’università ospita femministe, progressisti, conservatori o socialisti. Nasce quando l’appartenenza a una determinata cultura politica comincia a modificare i meccanismi attraverso i quali un’istituzione decide chi merita di entrare, chi avanza, quali domande possono essere poste e quali finalità deve perseguire.

Nel saggio Why I’m Leaving Harvard, pubblicato da Compact il 29 dicembre 2025, Hankins era stato ancora più esplicito. Raccontava episodi relativi alle selezioni post-laurea del 2020-2021 che, a suo giudizio, mostravano il peso assunto da criteri politici nelle ammissioni, e indicava nella sostituzione dello studio della storia occidentale con la “global history” uno degli elementi del disorientamento culturale delle nuove generazioni americane. Per Hankins il problema dell’università contemporanea non è semplicemente essere troppo a sinistra; è avere smesso di concepire la trasmissione di una civiltà come una delle proprie funzioni.

L’alleanza tra progressismo e capitalismo globale

È però sul terreno economico che il ragionamento diventa più interessante. Perché Hankins rifiuta la spiegazione rassicurante secondo cui qualche professore radicale avrebbe semplicemente conquistato l’accademia. La trasformazione ideologica di Harvard, sostiene, ha coinciso con una trasformazione della sua struttura materiale. Per decenni una parte importante della relazione dell’università con il proprio ambiente sociale sarebbe passata dagli alunni, compresi molti ex studenti entrati a Wall Street e legati ai tradizionali final clubs. Con la crescita del finanziamento pubblico alla ricerca e con la maggiore ricerca di grandi capitali internazionali, soprattutto dalla Cina e dall’India, quel rapporto sarebbe diventato meno decisivo. Hankins ne ricava una conseguenza politica: più l’università poteva emanciparsi dalla propria tradizionale base di sostenitori, più poteva permettersi di perseguire orientamenti culturali radicali senza preoccuparsi della loro reazione.

Nell’intervista Hankins afferma che circa il 20 per cento dei finanziamenti di Harvard proviene da fonti governative. La documentazione pubblicata dalla stessa università formula il dato in modo diverso: quasi il 20 per cento del bilancio operativo deriva dalla ricerca sponsorizzata, e circa il 70 per cento di quella quota proviene da fonti federali. La tesi generale di Hankins resta comunque più profonda del numero. A suo giudizio, due forze apparentemente nemiche hanno lavorato nella stessa direzione. Da una parte la cultura intellettuale nata dalla stagione post-sessantottina, sempre più critica verso la storia americana e occidentale; dall’altra il capitalismo globale, interessato alla costruzione di mercati, università e classi dirigenti transnazionali. «Nessuna delle due», osserva Hankins, era particolarmente interessata a coltivare una forma sana di patriottismo.

È un passaggio che dovrebbe interessare soprattutto una destra abituata a spiegare la rivoluzione culturale attraverso il solo progressismo. Il multiculturalismo universitario e il cosmopolitismo delle grandi corporation non sono necessariamente la stessa cosa e spesso entrano anche in conflitto. Ma possono condividere un presupposto: la convinzione che l’appartenenza storica sia secondaria, quando non sospetta. Da un lato l’identità nazionale viene decostruita perché considerata esclusiva; dall’altro viene resa irrilevante perché il capitale, le competenze e le élite devono potersi muovere in uno spazio globale. Non è casuale che Hankins chiuda l’intervista distinguendo nettamente globalizzazione e civiltà. Possono esistere mercati globali, aziende globali e marchi globali, sostiene. Non può esistere nello stesso senso una “civiltà globale”, perché una civiltà presuppone storia, memoria e cultura condivisa.

Il canone non è una lista di libri

Anche la critica al multiculturalismo va letta dentro questo quadro. Hankins non sostiene che la schiavitù, il suprematismo o le responsabilità storiche dell’Occidente debbano essere cancellati dai programmi. Contesta la trasformazione della critica in racconto totale. Se la civiltà occidentale viene presentata ai giovani essenzialmente come una genealogia dell’oppressione, sostiene, non si produce maggiore coscienza storica: si spezza il rapporto tra una generazione e il proprio passato. Il risultato, nella sua lettura, è paradossale. I giovani cominciano a ribellarsi alla narrazione univoca, ma non possiedono più gli strumenti per farlo attraverso una conoscenza storica più ricca. Si rifugiano allora nelle teorie del complotto, nelle semplificazioni opposte, in identità costruite per reazione. Il fallimento della pedagogia progressista produce così non il cittadino emancipato che immaginava, ma il terreno ideale per una controcultura altrettanto rozza.

Qui sta forse il punto centrale dell’intera intervista. Per Hankins la storia non serve soltanto a fornire informazioni sul passato. Tradizionalmente forniva esempi, modelli di condotta, categorie di giudizio e un linguaggio comune attraverso cui una società poteva discutere anche dei propri errori. Il canone, quindi, non è un museo di “grandi libri” da difendere perché antichi. È il meccanismo attraverso il quale una società decide che alcune opere, alcuni eventi e alcune figure meritano di essere conosciuti dalle generazioni successive perché rendono possibile un giudizio comune. Se si distrugge quel meccanismo, non rimane la neutralità. Rimane il mercato delle identità.

E poi arriva Trump con la scure

Sarebbe a questo punto molto semplice passare direttamente dalla diagnosi di Hankins all’assoluzione di Trump. È precisamente ciò che lo storico rifiuta. Lo scontro tra la seconda amministrazione Trump e Harvard è andato molto oltre una generica critica al progressismo universitario. Nell’aprile 2025 la Casa Bianca subordinò il rapporto finanziario con l’ateneo a una serie di richieste che comprendevano verifiche sui programmi accademici e sugli orientamenti presenti tra studenti e docenti, oltre a modifiche della governance e delle pratiche di assunzione. Harvard rifiutò; poche ore dopo l’amministrazione annunciò il congelamento di 2,2 miliardi di dollari di sovvenzioni e 60 milioni di contratti. La vicenda è poi proseguita sul terreno giudiziario. Nel settembre 2025 un giudice federale ha dichiarato illegittima la cancellazione di circa 2,2 miliardi di finanziamenti alla ricerca; l’amministrazione ha presentato appello nel dicembre successivo. Nel 2026 lo scontro è continuato attraverso nuove cause e indagini federali e, ancora il 20 luglio, Reuters riferiva che un accordo complessivo tra governo e Harvard rimaneva lontano.

Hankins non difende lo status quo di Harvard. Al contrario, sostiene che Alan Garber avesse cominciato autonomamente a correggere alcune storture dell’ateneo. Il problema della strategia trumpiana è esattamente questo: trasformando la riforma dell’università in una prova di forza tra Washington e Cambridge, rende politicamente più difficile qualsiasi correzione interna. Se concedere qualcosa significa “cedere a Trump”, anche una misura ragionevole diventa una dichiarazione di appartenenza. L’esempio scelto da Hankins è la burocrazia legata al Title IX. Anche qui occorre essere precisi: nel 2011 l’amministrazione Obama non modificò la legge del 1972, ma l’Office for Civil Rights del Dipartimento dell’Istruzione emanò una Dear Colleague Letter che definiva gli obblighi degli atenei nel trattamento delle violenze sessuali nell’ambito del Title IX. Quella guida venne successivamente revocata nel 2017. Hankins sostiene che l’applicazione delle nuove procedure contribuì alla crescita dell’apparato amministrativo di Harvard e che sarebbe del tutto legittimo discuterne il ridimensionamento; ma nel momento in cui quella riforma diventa una bandiera della Casa Bianca, modificarla dall’interno può apparire come una capitolazione politica.

Sapere cosa distruggere non significa sapere cosa costruire

Ed è qui che la vicenda americana smette di essere soltanto americana. La risposta più povera alla colonizzazione ideologica delle istituzioni consiste infatti nel sostituire un commissariamento con un altro. Se è sbagliato che un’università trasformi una particolare concezione progressista della società nel criterio implicito attraverso cui seleziona programmi, linguaggi e persone, non diventa automaticamente giusto che il governo utilizzi il finanziamento della ricerca per stabilire dall’esterno quali orientamenti debbano essere rappresentati nei dipartimenti. Non perché lo Stato debba essere neutrale rispetto all’educazione. Nessuno Stato lo è davvero. Decide cosa finanziare, quali istituzioni creare, quali discipline considerare strategiche, quali obiettivi assegnare all’istruzione pubblica. La differenza è tra costruire istituzioni e utilizzare il potere amministrativo per correggere ideologicamente quelle esistenti. Ed è proprio la traiettoria personale di Hankins a indicare una terza possibilità.

La Hamilton School alla quale si è trasferito non nasce dall’assenza della politica. Al contrario: il nucleo originario fu autorizzato nel 2022 dalla legislatura della Florida come Hamilton Center for Classical and Civic Education, con la missione esplicita di sostenere insegnamento e ricerca sulle idee, le tradizioni e i testi alla base delle civiltà occidentale e americana. Oggi la School offre percorsi dedicati ai Great Books, a filosofia, politica, economia e diritto, alla storia delle idee e, dall’anno accademico 2026-2027, amplia il proprio corpo docente con studiosi tra cui lo stesso Hankins. La Hamilton School è finanziata e sostenuta anche dalla politica della Florida: dunque non può essere presentata ingenuamente come un’istituzione nata fuori dal conflitto politico, e resta legittima la domanda sul rischio che un progetto pensato per correggere l’uniformità progressista finisca un giorno per produrre un’ortodossia uguale e contraria. Ma il principio è radicalmente diverso dal semplice “taglio dei fondi”. Invece di limitarsi a punire il dipartimento che considera ostile, si investono risorse per creare un luogo nel quale studiosi, corsi, studenti e tradizioni intellettuali possano competere sul terreno della qualità.

La lezione che la destra italiana continua a non imparare

Da anni si parla di egemonia culturale della sinistra, università politicizzate, conformismo accademico, cancel culture, decostruzione della storia europea. Molto più raramente la risposta assume la forma di un progetto istituzionale di lungo periodo. Mancano non le conferenze sull’egemonia, ma le istituzioni capaci di contendere realmente l’egemonia: scuole di alta formazione, fondazioni di ricerca, riviste scientifiche autorevoli, programmi di traduzione, borse per giovani studiosi, cattedre, biblioteche, dottorati, reti internazionali. E soprattutto manca spesso un’idea esigente di eccellenza. Perché l’alternativa alla politicizzazione progressista non può essere il lassismo secondo cui basta lasciare l’università al mercato, all’amministrazione o alla produzione seriale di titoli. Un’università può essere completamente depoliticizzata e contemporaneamente assolutamente mediocre. Può non insegnare alcuna teoria radicale e ridursi comunque a certificare competenze, distribuire crediti e preparare forza lavoro. Il problema posto da Hankins è più radicale: che cosa riteniamo degno di essere trasmesso?

Questa strada è molto più difficile che tagliare un finanziamento. Richiede professori, scuole, denaro, selezione, pazienza e soprattutto decenni. Ma le civiltà, a differenza delle maggioranze parlamentari, si misurano precisamente su quella scala temporale. È una lezione che Carlo Costamagna aveva formulato osservando l’incapacità di sconfiggere una concezione del mondo limitandosi a confutarla sul terreno della razionalità e dei numeri. Scrivendo del marxismo, sosteneva che «vano è illudersi di combattere le credenze con la scienza»: una credenza può essere vinta soltanto «da una credenza diversa e opposta», attraverso «la costruzione di un nuovo ideale» o il rinnovamento di uno antico. L’alternativa deve essere prima di tutto un’idea migliore, ma “migliore” non può significare soltanto più vera sul piano teorico. Deve significare anche più capace di produrre eccellenza, più selettiva, più autorevole e materialmente meglio costruita.

Vincenzo Monti

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