Roma, 2 mar – L’articolo di Marina Boscaino pubblicato su Il Fatto Quotidiano parte da un presupposto preciso: le rivendicazioni antifasciste nelle scuole italiane sarebbero la risposta spontanea e necessaria a un clima di regressione autoritaria. L’autrice elenca episodi diversi tra loro – il dibattito su Gaza, le richieste di contraddittorio, interventi ministeriali, tensioni tra gruppi studenteschi – e li interpreta come indizi di una torsione repressiva. Dentro questo quadro, dichiarare una scuola “antifascista” per lei non sarebbe un atto politico, ma la riaffermazione automatica della fedeltà repubblicana.
L’antifascismo come fonte di legittimità
Boscaino, nel suo articolo, costruisce un’equivalenza implicita: scuola antifascista = scuola legittima. Di conseguenza, contestare la legittimità dell’antifascismo e le sue declinazioni operative dentro scuola non significa discutere una scelta politica, ma insinuare un dubbio sull’impianto democratico stesso. Insomma, non si discute più sulla qualità della politicizzazione dello spazio pubblico, ma della moralità di chi si solleva come “altro” rispetto a questa normalità. Eppure, la Costituzione è un testo normativo che disciplina poteri, diritti e limiti. Nonostante tutto quel che si dice, non è un manifesto antifascista. La XII disposizione transitoria vieta la riorganizzazione del partito fascista: ma è un divieto specifico, circoscritto, che delimita un’esperienza storica. Non è un mandato permanente di auto-qualificazione ideologica per ogni edificio pubblico. Quindi, l’antifascismo come categoria politica e l’ordinamento giuridico come sistema di norme non coincidono, se non nello sforzo cervellotico degli antifascisti di sovrapporli in un unico dispositivo.
La politica spaventa solo quando è fuori dal senso comune
La novità quindi non è che la scuola sia uno dei principali terreni di competizione culturale e politica: temi come guerra, identità nazionale, memoria storica, conflitti internazionali e politiche migratorie attraversano quotidianamente le aule. Ed è giusto che sia così. La novità è il modo in cui alcune realtà – operative e legittime come tutte le altre – riescono a presentarsi come autorità morale, sempre impegnate a vigilare sulla democrazia, ma raramente disposte a riconoscere la propria natura politica. Qui si inserisce un elemento che negli ultimi anni è diventato evidente. Non è la politicizzazione in sé a essere considerata un problema. È la politicizzazione che non coincide con un determinato “senso comune”. Quando un collettivo affigge uno striscione antifascista, si parla di coscienza civile o al massimo di “disobbedienza”. Quando un gruppo di destra produce un volantino sulle Foibe, scatta l’allarme, e quel volantino finisce sbattuto in prima pagina come un reperto alieno, come se fosse “vergognoso” o “pericoloso” ricordare i propri connazionali uccisi. In pratica chiunque prova a problematizzare con ciò che viene considerato “normale-democratico-antifascista” viene spogliato della sua legittimità d’interlocutore per essere degradato a elemento di pericolo, di folklore, di reazione.
L’antifascismo come mafia ideologica
Non bisogna piangerci sopra, ovviamente. In ogni campo sociale, minoranze organizzate e culturalmente coese possono incidere sul linguaggio e ridefinire ciò che appare ovvio. Basta spostare il confine tra ciò che è discutibile e ciò che è intoccabile. Ma il processo è reversibile. Pensiamo all’azione provocatoria che un anno fa fu portata avanti in molte scuole italiane dagli studenti coordinati dal Blocco Studentesco. Cartelli dentro le aule con la scritta “antifascismo=mafia”. Le reazioni furono immediate: convocazioni dei presidi, richieste di sanzioni, prese di posizione di sindacati e associazioni, interventi sui grandi quotidiani nazionali. Nessuno entrò nel merito della provocazione: ci si concentrò sulla necessità di reprimere, stigmatizzare e neutralizzare l’iniziativa, confermando di fatto proprio ciò che quel cartello voleva dire, ovvero che quando una posizione percepita come “fuori dal perimetro” entra nello spazio scolastico, la reazione non è dialettica ma disciplinare ed ostracizzante. E ciò che un anno fa veniva presentato come intollerabile — la messa in discussione dell’antifascismo come categoria indiscutibile — oggi viene ribaltato: sono gli stessi ambienti culturali a rivendicare apertamente la necessità di marchiare la scuola con un’identità antifascista assoluta ed esclusiva.
La norma che congela il conflitto
Proprio qui l’articolo della Boscaino finisce per confermare ciò che stiamo dicendo. Perché nel momento in cui rivendica la necessità di dichiarare le scuole “antifasciste” e presenta questa esigenza come atto di coerenza repubblicana, compie esattamente quell’operazione di trasfigurazione che rende una posizione politica indistinguibile dalla normalità istituzionale. Non si limita a difendere i collettivi, gli striscioni, i dibattiti o la vivacità dell’attivismo: li priva della loro natura conflittuale e di parte per ricollocarli nel registro dell’ovvio. E questo è un passaggio importante. L’antifascismo contemporaneo, nella sua declinazione militante, può consolidarsi solo a condizione di sottrarsi al conflitto e di presentarsi come norma costituzionale e incontrovertibile. Perché fin quando è percepito come cultura politica tra le altre, è costretto a misurarsi con il confronto. Quando invece riesce a coincidere simbolicamente con la norma stessa, ogni dissenso diventa deviazione. L’articolo della Boscaino ammette implicitamente che l’antifascismo non regge più come semplice memoria storica o come opzione politica: ha bisogno di essere assunto a fondamento non negoziabile, quasi conservatore. Ha bisogno di congelare la dialettica, di trasformare l’avversario in anomalia, di rendere intoccabile la categoria stessa. Ma questo è anche controproducente: quando una cultura politica smette di presentarsi come posizione e pretende di coincidere con la norma stessa, perde lo slancio rivoluzionario, perchè non chiede più di emergere ma di adeguarsi.
La forza delle idee non è retorica
Una scuola matura non dovrebbe avere bisogno di parole blindate, ma di categorie capaci di reggere il confronto. Se l’antifascismo diventa intoccabile per decreto morale, se viene sottratto dall’agone in nome di una presunta coincidenza con l’ordinamento stesso, allora si trasforma in un recinto. Un recinto che serve a delimitare ciò che può essere detto e ciò che deve essere escluso. Ma la scuola pubblica non dovrebbe essere il luogo in cui si consolidano recinti mentali, ma quello in cui si impara a metterli alla prova. Se un’idea ha la forza, la dimostra nel conflitto aperto, non nella protezione preventiva. E se ha bisogno di trasformarsi in norma per sopravvivere, allora il problema non sono quelle minoranze attive che la mettono in discussione, ma la fragilità strutturale di ciò che non riesce più a reggere lo scontro nel divenire incessante della storia.
Sergio Filacchioni