Roma, 10 set – Gli enti locali rischiano di sprofondare in un mare di debiti. Una voragine di 121,1 miliardi di debiti che pesa spesa su ogni italiano. A tanto, infatti, ammonta il debito complessivo degli enti locali secondo l’ultima fotografia scattata dal Tesoro. Se, paradossalmente, i cittadini fossero chiamati di colpo a farsi carico dei debiti delle amministrazioni pubbliche dovrebbero sborsare circa duemila euro a testa.

Il passivo è così ripartito: poco più della metà (64,4 miliardi) fa capo alle Regioni, 7,6 miliardi alle Province, mentre la fetta restante, tolte le briciole delle comunità montane (296 milioni) e delle altre amministrazioni (1,33 miliardi), è riferita ai Comuni. La grave situazione contabile dei nostri enti locali unisce l’Italia da nord a sud: al primo posto il Lazio, medaglia d’argento per la Valle D’Aosta. Bronzo, invece per il Piemonte con una media di 3.768 euro (e 16,55 miliardi di debito complessivo). Poi ci sono Campania (2.575), Molise (2.473), Sicilia (2.188), Calabria (2.064) Abruzzo (2.002) Liguria (1.801) e Umbria (1.502). In coda alla classifica del conto procapite si piazzano invece Emilia Romagna, Puglia e Trentino Alto Adige rispettivamente con 996, 806 e 642 euro medi di debiti per abitante, tutti quindi ben sotto il 50% la media nazionale.

I conti in rosso delle amministrazione pubbliche locali non solo causano una diminuzione dei servizi offerti ai cittadini ma soprattutto mettono a rischio gli investimenti pubblici necessari per far ripartire l’economia. Un tema questo sollevato  anche da Giuseppe Tesauro, presidente dell’Ufficio parlamentare di Bilancio. L’autorevole dirigente di Montecitorio ha sottolineato l’esigenza di rilanciare l’investimento pubblico (dopo anni e anni in cui lo si era compresso) e di evitare un’eccessiva penalizzazione degli investimenti degli enti locali. Questo non solo perché si rischia di compromettere la capacità di programmazione degli enti medesimi, ma perché in Italia (come d’altronde in numerosi altri Stati europei), l’investimento pubblico è incanalato tramite gli stessi enti locali. Dal  2008 al 2015, infatti, le pubbliche amministrazioni hanno ridotto gli investimenti del 30%.

A pagarne le spese sono soprattutto i comuni che hanno ridotto del 32% la voce di bilancio relativa agli investimenti. Il dato assume un’importanza ancora maggiore in considerazione di quanto rilevante sia la spesa per investimenti nei bilanci comunali. Infatti, se nel 2008 quasi il 22% della spesa totale dei comuni era destinata agli investimenti, nel 2015 questa voce si è ridotta fino a una quota pari al 16%. Il vero problema, però, non è il debito in sé, ma le scelte che sono state fatte con la scusa di mettere a posto i conti. In sintesi, anche a livello locale le politiche di austerity hanno prodotto pessimi risultati.

Salvatore Recupero

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