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Roma, 28 feb- Era il 10 giugno 1893 quando a Sondrio nacque Fausto Lavizzari. All’età di circa 20 anni, il giovane lombardo si iscrisse all’Accademia militare di Modena. Una volta uscito con il grado di sottotenente, venne ben presto chiamato alle armi per combattere tra le fila italiane nel primo conflitto mondiale. Partecipò alla famosa “Battaglia degli Altipiani”, una parte della Strafexpedition degli Austriaci contro gli Italiani per il tradimento che gli stessi Italiani arrecarono agli Imperi Centrali alleandosi con l’Intesa. La battaglia fu durissima e contò quasi 200.000 perdite da entrambe le parti. Famosa divenne la resistenza italiana al Passo Buole passata poi alla storia come le “Termopili d’Italia”. Ivi gli Italiani, in netta inferiorità numerica e male equipaggiati, resistettero strenuamente all’avanzata nemica e, alla fine, riuscirono a vincere lo scontro ma lasciarono, comunque, sul campo quasi 15.500 connazionali.
In occasione di questa campagna, Lavizzari venne decorato con la Croce di guerra per essere stato una “bella figura di soldato, pieno di spirito e di coraggio”, ottimo organizzatore della sua postazione di mitragliatrici e, dimentico dei nemici, pronto all’azione e coraggioso. Per questa sua particolare azione in guerra venne anche promosso con il titolo di Capitano. Agli inizi degli anni ’20, data la sua spiccata dote nella fotografia e la sua passione per il carteggio del territorio, venne mandato in Cirenaica, nella Libia mediterranea sotto il controllo italiano, per il rilevamento fotografico del territorio. Avendo svolto un ottimo lavoro ivi, venne mandato anche in Alto Adige con il compito di tracciare i nuovi confini con la nascente nazione austriaca. Entrò a far parte, di li a poco, dell’Istituto Geografico Militare, lo stesso che, durante il Ventennio, svolgerà l’ambiziosa operazione di italianizzazione dei nomi delle città della penisola ai confini con gli altri Paesi europei.
Partecipò, nel 1938, alla guerra civile spagnola come tenente colonnello a capo del “Corpo Truppe Volontarie” italiane partite, assieme ai volontari nazisti, a fianco dell’esercito franchista e nazionalista. Nell’estate del ’40 l’Italia entra in guerra, a fianco della Germania nazista. Sin dall’inizio delle operazioni belliche, Lavizzari venne chiamato al fronte. All’inizio prese parte alle primissime offensive in Francia combattendo sulle Alpi Occidentali, poi venne mandato in Albania per preparare le truppe all’invasione della Grecia. E’ proprio in Grecia che verrà messo a capo della famosa divisione degli Alpini “Julia”, in particolare il 9° Reggimento. Dopo la campagna di Grecia, Lavizzari venne richiamato in Patria. Ma non per una qualsiasi licenza dalle operazioni belliche. Bensì per preparare le truppe che, da li a pochi mesi, avrebbero aiutato la Wehrmacht nell’Operazione Barbarossa. Dal momento che Fausto aveva ottenuto grande fiducia dalla Divisione Julia sulle montagne dell’Ellade, venne nuovamente assegnato a questo Reggimento e spedito sul fronte orientale. Gli Alpini del soldato di Sondrio parteciparono alle due battaglie sul Don, nella prima ottennero anche la Medaglia d’oro al valor militare per aver difeso, incuranti del nemico, la loro postazione.
La seconda battaglia sul Don fu, però, molto più dura. La Divisione del Regio Esercito, priva di armamenti e abbandonata praticamente dal resto delle truppe a causa di problemi prettamente logistici, venne accerchiata e sterminata. Nonostante la strenua resistenza degli Italiani ai Sovietici, il 21 gennaio 1943, ciò che rimaneva della gloriosa divisione “D’Aquila Penne, Ugne di Leonessa” come la descrisse il Vate, Gabriele D’Annunzio, venne fatta prigioniera dai Russi e deportata in un gulag vicino a Voronez. Ivi il 28 febbraio, Fausto Lavizzari morì di tifo, restando “usque ad finem” al fianco dei suoi compagni che, coraggiosamente, lo avevano accompagnato e difeso in tutti quegli anni, in tutte quelle campagne. Come ogni valoroso soldato del nostro esercito è stato, anche per Lavizzari, assolutamente pesante concludere il proprio servizio alla Nazione morendo in un gulag tra umiliazioni e soprusi di ogni tipo da parte del nemico. Come ricordato nella Medaglia d’argento assegnatagli nel 1943, è doveroso ricordare il suo esempio: “In dura e dolorosa prigionia chiudeva la sua intemerata esistenza di uomo e soldato”.
Tommaso Lunardi



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