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Roma, 25 feb – Esattamente cento anni fa Ardengo Soffici, artista toscano, scrittore e giornalista, ufficiale volontario durante la Grande Guerra realizzava, insieme agli altri artisti-ufficiali della V Armata (Carlo Carrà e Giorgio De Chirico), un giornale satirico e spigliato, spiritoso e moderno da distribuire ai soldati italiani con l’obiettivo di instillare in loro una sana fede patriottica e la tenacia a resistere fino alla Vittoria. Nasce così La Ghirba, giornale di trincea diretto da questo trentanovenne vissuto per quasi un decennio nella Parigi del 1900, protagonista in prima linea di quella gioventù ribelle che volle fortemente la guerra, il conflitto, lo scontro contro il vecchiume della classe dirigente giolittiana e favorire, al contrario, un ricambio generazionale su solide basi culturali e intellettuali. In nome della genialità latina, secondo Soffici, si doveva riaffermare il predominio italico su quello germanico.
In questo senso si inserisce la breve adesione di Soffici al Futurismo di Marinetti. L’artista riconosce al movimento il merito di aver liberato l’Italia dalla modernità straniera e di aver rinnovato gli strumenti e la materia dalla bassezza accademica in cui si erano impantanati. Allo stesso tempo però le provocazioni futuriste dovevano finire per procedere con la ricostruzione. È l’estate del 1914 quando Soffici, in disaccordo con le visioni marinettiane, decide di abbandonare il gruppo milanese per dedicarsi totalmente al progetto editoriale de Lacerba: rivista antigiolittiana e anticrociana, provocatoria e sagace. Fondata con Giovanni Papini nel gennaio del 1913 questa rivista dà avvio ad una nuova fase dopo la conclusione della parentesi a La Voce di Giuseppe Prezzolini giudicata troppo moderata e idealista. Sono anni di lotte e di bagarre nei localistorica la scazzottata al caffè fiorentino delle Giubbe Rosse tra Soffici e Marinetti – ma anche di passione e fede nella forza culturale di una nuova élites che cerca in ogni modo il proprio spazio.
Anche l’Italia entra in guerra e Ardengo Soffici raggiunge il fronte veneto-friulano nell’aprile del 1916. Fiero estimatore del popolo italiano, rappresentato idealmente dal soldato italiano definito “grande ed eroico”, assiste allo spettacolo della guerra per poi scriverne nel Kobilek, 1918, e nei diari di guerra intitolati La ritirata del Friuli, 1919. Soffici combatte al fianco dei suoi soldati, sulla Bainsizza nell’estate 1917 è per due volte ferito – il 4 giugno e il 23 agosto – e decorato al valor militare. Nei suoi taccuini scrive della straordinaria capicità della guerra di mettere in connessione gli uomini, la loro identità: afferma che per la prima volta comprende l’animo degli italiani e, in questo modo, di aver così raggiunto il punto più alto di elevazione spirituale. Allo stesso tempo denuncia a gran voce l’inconsistente sostegno che il fronte interno dà agli italiani in guerra mentre la stampa asseconda il clima disfattista arrecando danni all’esercito. Per mesi nel suo carteggio personale ne discute animatamente con Papini, Prezzolini, Slataper, Settimelli ecc.
Nel novembre del 1914 il trentunenne Benito Mussolini scrive a Soffici: Mussolini ha infatti lasciato la direzione dell’Avanti e si appresta ad inaugurare la stagione de Il Popolo d’Italia. Recluta i suoi primi sostenitori tra i principali vociani e chiede a Soffici di collaborare. Ecco quindi che la sua speranza di restaurazione nazionale trova un canale di realizzazione, quel progetto politico che Mussolini è intenzionato ad inaugurare. Questo incontro e i successivi, tra l’artista toscano e il futuro leader del Partito Fascista, saranno descritti nei Ricordi di vita artistica e letteraria, memoriale che Soffici pubblica nel 1942.
A guerra conclusa Soffici scrive per Il Popolo d’Italia una serie di articoli che si scagliano contro gli oppositori della guerra, cioè i rappresentanti del pus – termine con il quel Mussolini chiama il Partito Ufficiale Socialista. Nel critico momento del dopoguerra il governo vuole scovare tra i capi militari i responsabili del disastro di Caporetto. L’opinione pubblica ribolle, è pericolosa e va gestita, l’insoddisfazione dilaga. Ma Soffici non ci sta. Non vuole rimanere immobile mentre il suo generale, il generale Capello, diventa il capro espiatorio della rotta al pari degli intellettuali interventisti rei di aver spinto l’Italia in guerra e, nell’autunno 1917, quasi alla sconfitta. La tensione è alta: gli italiani tornati a casa dal fronte sono emarginati, non c’è riconoscenza. Soffici allora riprende a combattere, ma questa volta dalle pagine del Popolo elogiando il coraggio del soldato italiano che merita la stima della nazione per cui ha combattuto e per cui è morto.
Ardengo Soffici è stato tra i primi e più leali sostenitori del Fascismo e tra i più sinceri promulgatori dei valori culturali italiani. Per tutto questo però ha pagato un prezzo altissimo. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale viene internato dagli americani nel campo di concentramento di Collescipoli, vicino Terni, insieme a Barna Occhini. Negli anni successivi è di nuovo in Toscana dove nel 1946 riprende il lavoro artistico e letterario fino alla morte nel 1964. Ha creduto e guidato un vivido gruppo di intellettuali anticonformisti e d’avanguardia che volevano far grande l’Italia. Oggi l’opinione pubblica l’ha quasi dimenticato, confinandolo nell’oblio a causa della sua fede nell’ideale fascista. Quel che ci rimane di lui sono la sua passione e i suoi scritti: “Se un giorno io dovessi ricevere un premio attestante il mio coraggio, vorrei che nella motivazione non si parlasse né di fatiche, né di pericoli affrontati, ma si scrivesse solo questo: «Fu allegro nella trincea del Kobilek»”.
Isadora Medri
 



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2 Commenti

  1. Questi articoli mi mettono i brividi!… nel mezzo di una follia pre-elettorale dedita alla farneticazione, alla ricerca ricerca nel nulla, e all’ occultazione reale delle problematiche nazionali, sentir raccontare così limpidamente di eroiche gesta, coraggio e passione, mi inorgoglisce a dismisura! La sana e ardente storia non viene mai insegnata, forse per timore… per questo poterla leggere e apprezzare fa del vostro lavoro un ultimo baluardo di verità e storia di orgoglio italiano! Grazie PN AVANTI CASAPOUND ITALIA

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