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Silvia Salis e i fatti di Genova: l’uso del passato per accaparrarsi il futuro

by Tony Fabrizio
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Roma, 03 lug – Dev’essere altamente imbarazzante per un sindaco conquistare, un giorno sì e l’altro pure, titoloni e pagine di giornali. Dove pure viene messa a dura prova l’abilità dei giornalisti, seppur compiacenti, nell’”eufemizzare” la notizia, non per il proprio operato cittadino. Deve essere altamente offensivo per i genovesi svegliarsi ogni mattina con la faccia del loro primo cittadino in prima pagina non per i successi del mandato che le hanno conferito (e per cui la pagano), ma per l’ennesimo atto di una militanza che nessuno le ha chiesto. Palazzo Tursi è diventata la rampa di lancio per l’inchino ai parrucconi romani di Sant’Andrea delle Fratte. Silvia Salis fa le prove generali per candidarsi a prendere il posto di Elly Schlein. E lo fa con la fascia tricolore al collo e il fazzoletto rosso sul cuore.

L’elogio istituzionale della contestazione

Nessuna proposta, nessuna idea nuova. Ma addirittura, in veste istituzionale, l’elogio della contestazione e il conseguente impedimento di un congresso del Movimento Sociale Italiano nientedimeno che nel 1960. I giornali danno la notizia della partecipazione del Sindaco al corteo per ricordare i moti di Genova. Ovvero quando una sollevazione antifascista impedì lo svolgimento del congresso di un movimento regolarmente e, piaccia o meno a loro, costituzionalmente inquadrato. Il cui appoggio, tra l’altro, era strategico e vitale per il governo Tambroni. A suon di scontri con la Polizia, coloro che gioivano per il 25 aprile ebbero paura che coloro che avevano sconfitto si riunissero pacificamente e senz’armi. Così come recita quella Costituzione antifascista, ancora oggi sciorinata a mo’ di esorcismo contro il pericolo nero.

In spregio alla democrazia di cui loro stessi si definiscono sacerdoti, con il patentino morale accartocciato e messo in soffitta pronto per essere utilizzato la prossima volta che reduci e nuove leve dell’Idea centenaria oseranno riunirsi secondo il Dettato che sottoscrittori e cantori dimostrano ogni volta di non conoscere e di non rispettare per primi, lo stesso vizietto identitario da allora si ripete ancora oggi. Dalla fiera del libro di Roma fino al tempio della democrazia in Parlamento, dove si impedisce un libero confronto su una proposta di legge di iniziativa popolare.

Silvia Salis e la memoria a proprio uso e consumo

Salis elogia gli scontri, festeggia l’impedimento di fatto di una riunione pubblica e ricorda come un successo le isteriche prefiche verso una prefettura compiacente che vietò ai missini di riunirsi.

Una memoria a proprio uso e consumo, visto che Genova è la città del missino Ugo Venturini, colpito alla testa da una bottiglia scagliata dai comunisti che allora facevano ciò che oggi la Salis celebra in salsa istituzionale. Ugo Venturini faceva parte del servizio d’ordine missino e il suo compito consisteva nel fare sì che, nell’Italia democratica e repubblicana, un onorevole fascista, a cui nemmeno la Costituzione impediva di fare politica, potesse tenere un pubblico comizio. Ugo Venturini è il primo nome che si incontra inerpicandosi in quel decennio passato tristemente alla storia come “anni di piombo” e che per l’Italia significò guerra civile.

Sappiamo bene che l’unico credo per essere accettati nella casta progressista è l’antifascismo in servizio permanente effettivo, ma arrivare ai fasti perché altri prima di te hanno impedito a colpi di bombe una riunione di area opposta lo puoi fare solo se non sei il Sindaco di una città, il primo dei cittadini di ogni colore politico. Se prima non hai rassegnato le tue dimissioni dalla politica in doppio petto per vestire i panni della militanza. Cosa di cui lei non è stata capace, e non otterrà di certo gli stessi risultati dei suoi predecessori banditi che portarono il governo Tambroni alle dimissioni perché la destra, l’Msi al governo, disturbava i loro sogni e si trasformava nel loro incubo peggiore.

Altri tempi, stessi capricci

I fatti di Genova fecero da catalizzatore per altre proteste in tutta Italia, tragicamente represse a Reggio Emilia, Roma, Palermo. I piagnistei furono tanti e tali che il governo Tambroni cadde, segnando la fine del tentativo di sdoganare la destra nell’esecutivo.

Oggi i tempi sono cambiati, la destra è al governo e persino da sola, ma lacrime e capricci sono sempre gli stessi e la partigianeria è sempre di parte. D’altronde la Salis è quella che non si (pre)occupa degli amici che vanno a devastare le targhe in memoria del missino Venturini, ma le dà addirittura fastidio la targa stessa. Chiedersi il perché ci sia quella targa è un esercizio di onestà intellettuale e memoria storica che evidentemente alla Salis non si confà.

Nascondere il vuoto pneumatico

Peccato che Salis non dia risposte, con uguale entusiasmo mostrato nella cerimonia del 30 giugno, ai cittadini che vedono aumentarsi la tassa di soggiorno per chi ha un modesto B&B e non un lussuoso albergo. O per l’aumento dell’Imu per tutti i proprietari di casa all’ombra della Lanterna. A tutti quelli che sono scoraggiati dai disservizi nell’utilizzare i mezzi pubblici e ai residenti dalla Polcevera fino a San Fruttuoso che sono stati costretti a organizzarsi in autonomia per fare fronte all’insicurezza dilagante, nei confronti della quale l’amministrazione Salis langue e latita.

Se Salis ha dimostrato di essere un Sindaco che i genovesi non ricorderanno di certo con nostalgia, speculare per il proprio utilitaristico fine su avvenimenti di cui nemmeno si ha memoria diretta certifica il fallimento dello spirito che dovrebbe animare certe significative ricorrenze. Sventolare i fantasmi del passato serve solo a nascondere il vuoto pneumatico del proprio presente. Ma la storia, quella vera, non si fa emulare da chi gestisce l’esistente con il misurino del politicamente corretto. Genova meritava la tragicità del suo mito. Oggi deve accontentarsi delle sfilate della sua interessata burocrazia ideologica.

Tony Fabrizio

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