Roma, 12 ott – Da settimane lo stretto di Hormuz e il blocco del traffico marittimo causato dal conflitto tra Iran e coalizione Usa-Israele sono diventati un argomento fisso su tutti i mass media. Questo luogo geografico è fondamentale per il commercio mondiale, soprattutto per il trasporto di gas e petrolio. Verissimo. Ma spesso, nel dibattito mediatico e nei commenti, vengono dimenticati altri fattori altrettanto importanti. Esistono prodotti e risorse la cui scarsità può influenzare negativamente la geopolitica e l’economia mondiale, soprattutto se il blocco dovesse prolungarsi nei prossimi mesi. Tra questi, tre filiere meritano particolare attenzione: fertilizzanti, semiconduttori e farmaci.
Fertilizzanti: il rischio di una crisi alimentare
Il primo fattore di rischio riguarda la produzione dei fertilizzanti, di cui l’urea costituisce uno dei componenti fondamentali. Alcune cifre possono aiutare a comprendere la gravità del problema. L’Iran, prima del conflitto, era uno dei principali esportatori di urea, con circa 5-6 milioni di tonnellate all’anno. Anche altri Paesi dell’area rivestono un ruolo importante in questa filiera. In Oman, l’azienda OMIFCO possiede una capacità produttiva di circa 1,65 milioni di tonnellate annue di urea, destinate prevalentemente all’India, sebbene i suoi stabilimenti si trovino a Sur, al di fuori dello stretto di Hormuz. Negli Emirati Arabi Uniti, l’impianto Fertil del gruppo Fertiglobe ha una capacità produttiva di circa 2,1 milioni di tonnellate annue di urea. Mi fermo a queste cifre, senza citare gli altri impianti della regione.
Una parte importante delle esportazioni del Golfo passa attraverso lo stretto di Hormuz. Dall’inizio del conflitto tra Usa e Israele contro l’Iran, il traffico commerciale è stato pesantemente ridotto. Se questa situazione dovesse continuare per altri mesi, potrebbero verificarsi gravi carenze di fertilizzanti, con conseguenze sulla produzione alimentare soprattutto in Asia e Africa. A questo si aggiungono le restrizioni commerciali e i dazi introdotti sui fertilizzanti provenienti da Russia e Bielorussia, che complicano ulteriormente il quadro degli approvvigionamenti. Lo sblocco di Hormuz deve avvenire quanto prima, per consentire ai fertilizzanti di raggiungere i mercati che ne hanno bisogno. Il fattore tempo è fondamentale, soprattutto in relazione ai cicli di semina delle colture. Una carenza di fertilizzanti oggi può tradursi in una minore produzione agricola nei mesi successivi.
Elio e semiconduttori: quando la crisi del Golfo minaccia l’industria tecnologica
Un’altra carenza cruciale dovuta al conflitto riguarda il gas elio. Molti di noi lo conoscono per il suo utilizzo nei palloncini venduti durante le feste patronali o nelle fiere. Ma questo gas è fondamentale anche per un’altra filiera: quella della produzione dei semiconduttori, indispensabili per l’industria elettronica. L’elio viene impiegato per il raffreddamento criogenico dei sistemi ottici, per mantenere il controllo termico dei cosiddetti wafer, da cui vengono ottenuti i microprocessori, per mantenere gli ambienti di produzione privi di contaminanti e per prevenire reazioni chimiche indesiderate durante le fasi produttive. La scarsità di questo gas può rallentare o bloccare i processi di costruzione dei microchip e, di conseguenza, la produzione di smartphone, computer, centraline delle automobili e numerosi altri dispositivi elettronici. Fino a compromettere anche la realizzazione dei data center, fondamentali per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Il Qatar è uno dei maggiori produttori di elio al mondo. Il conflitto in corso ha provocato gravi interruzioni della produzione e delle esportazioni, mettendo sotto pressione le catene di approvvigionamento dell’industria tecnologica. Anche in questo caso, il prolungamento del blocco rischia di trasformare una crisi regionale in un problema industriale di portata mondiale.
Farmaci: la dipendenza dalle materie prime e dalla produzione asiatica
Un altro problema riguarda il possibile aggravarsi delle difficoltà nell’approvvigionamento dei farmaci. Molte persone non sanno che la produzione di numerosi medicinali dipende da materie prime di origine petrolchimica. Un esempio è quello del paracetamolo, farmaco largamente utilizzato nel trattamento degli stati febbrili. Alcune aziende hanno già cominciato a registrare difficoltà produttive a causa della carenza e dell’aumento dei costi delle materie prime. La situazione è particolarmente delicata a causa della geografia della produzione farmaceutica, fortemente delocalizzata in Asia. Gran parte dei principi attivi viene prodotta in India e Cina, soprattutto quelli destinati alla filiera dei farmaci generici a basso costo.
La concentrazione di queste fabbriche in pochi Paesi ha garantito negli anni farmaci più accessibili, creando però una dipendenza strutturale. Se vengono a mancare le materie prime, o se il loro costo aumenta considerevolmente, l’intero sistema rischia di entrare in crisi. Il settore dei farmaci generici, per sua caratteristica, è particolarmente esposto. Si basa infatti su margini di guadagno molto ridotti e su una forte competizione sui prezzi. Quando il brevetto di un farmaco originale scade, numerosi produttori di generici entrano nel mercato, portando a una rapida diminuzione del prezzo del prodotto. In queste condizioni basta poco per far saltare gli equilibri del mercato farmaceutico.
Un precedente significativo riguarda l’amoxicillina, antibiotico molto utilizzato che tra il 2022 e il 2023 fu interessato da una grave carenza. Rispetto alle crisi precedenti, però, oggi il rischio è diverso. Non si tratta soltanto di alcuni rincari o di momentanee difficoltà nel reperimento dei farmaci, ma della possibilità di carenze prolungate, soprattutto per i medicinali meno remunerativi e più diffusi. Le conseguenze sarebbero maggiori nei Paesi più poveri. Nei Paesi occidentali la situazione potrebbe essere più attenuata, ma gli effetti si farebbero comunque sentire, soprattutto sui prezzi e sulla disponibilità dei prodotti. Se il blocco di Hormuz dovesse prolungarsi per diversi mesi, le conseguenze potrebbero diventare molto gravi, fino a compromettere l’accesso alle cure per milioni di persone.
La lezione di Hormuz: riportare le filiere strategiche in Europa
Fertilizzanti, semiconduttori e farmaci sono tre esempi diversi di un medesimo problema: la dipendenza di interi settori produttivi da materie prime, impianti e rotte commerciali concentrati in determinate aree del mondo. Una crisi regionale può così trasformarsi in una crisi economica globale, colpendo settori che apparentemente non hanno alcun rapporto diretto con il conflitto. Questa crisi geopolitica dovrebbe spingere le classi dirigenti occidentali a prendere atto che la globalizzazione, così come è stata concepita negli ultimi decenni, non conviene più. Alcune delocalizzazioni hanno consentito di abbattere i costi produttivi, ma hanno anche creato dipendenze strategiche che oggi mostrano tutte le loro fragilità.
Per questo è necessario riportare in Occidente, e soprattutto in Europa, le filiere tecnologiche e industriali strategiche. Non si tratta soltanto di una questione economica, ma della capacità di garantire continuità produttiva, sicurezza degli approvvigionamenti e autonomia di fronte alle crisi internazionali.
Vincenzo Franco