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Ilaria Salis e la lotta di classe: quando il conto arriva a Strasburgo

by Tony Fabrizio
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Ilaria Salis

Roma, 15 set – Che altro combina Ilaria Salis, novella Fata Smemorina della sinistra antagonista? Qualche mese fa le era già capitato di dover spiegare che l’uomo trovato dalla polizia nella sua stanza d’albergo a Roma, nel contesto dei controlli legati alla manifestazione “No Kings”, non era il suo fidanzato, bensì il suo assistente parlamentare, amico e coautore Ivan Bonnin. Una precisazione tutt’altro che secondaria, visto che le regole del Parlamento europeo vietano ai deputati di assumere il proprio coniuge o partner stabile. Stavolta, però, le amnesie tattiche rischiano di avere conseguenze assai meno indolori, perché l’immunità parlamentare, quando arriva il momento di saldare un debito, non funziona come uno scudo universale.

La vicenda riguarda l’eurodeputata di Avs, già arrestata a Budapest con l’accusa di aver partecipato alle aggressioni attribuite alla cosiddetta Hammerbande e poi trasformata, grazie alle urne italiane e alla premiata ditta Fratoianni & Bonelli, da imputata nelle carceri ungheresi a paladina dell’antifascismo militante nelle aule di Strasburgo. Eletta mentre si trovava ancora in Ungheria e poi rientrata in Italia, la pasionaria ha avuto così modo di cimentarsi in una nuova forma di lotta: quella contro i contratti di lavoro, i licenziamenti e, soprattutto, i conti da pagare. Il problema, per una certa sinistra, è sempre lo stesso: la distanza tra quello che si proclama e quello che si fa diventa improvvisamente molto più evidente quando si passa dal palco alla gestione concreta delle persone.

Per Ilaria Salis la rivoluzione comincia dal personale

La cronaca, una volta eliminata la consueta coltre di vittimismo e di comunicati in difesa della “compagna”, è piuttosto semplice. Salis decide di interrompere il rapporto con i suoi due collaboratori parlamentari, Valentina Dadda e François Gelmetti, assunti dopo aver collaborato alla campagna elettorale che l’aveva portata a Strasburgo. Nelle lettere con cui viene comunicata la cessazione dei rapporti compaiono contestazioni relative, tra le altre cose, a mancate risposte alle e-mail e iniziative non concordate.
La stessa Salis, nelle interviste, avrebbe spiegato che ormai con i due collaboratori non parlava neppure più. Una motivazione che, in un normale ufficio, potrebbe anche essere sufficiente a spiegare il deterioramento dei rapporti, ma che assume un sapore singolare quando a pronunciarla è chi ha costruito buona parte della propria identità politica sulla difesa dei lavoratori, sulla denuncia del padronato e sulla condanna delle logiche gerarchiche del capitalismo. Dadda e Gelmetti, peraltro, non erano due sconosciuti pescati da una pila di curriculum: avevano partecipato alla campagna che aveva sostenuto Salis e contribuito alla mobilitazione politica attorno alla sua candidatura. Una volta conquistata la cadrega europea, tuttavia, la gratitudine rivoluzionaria sembra essersi rapidamente esaurita, lasciando spazio a una gestione del personale che, vista dall’esterno, ha molto meno dell’eguaglianza militante e molto più di una normalissima relazione fra datore di lavoro e collaboratore. La morale, con buona pace della retorica, è abbastanza istruttiva: finché serve la militanza, tutti compagni; quando il rapporto si deteriora, diventano semplicemente collaboratori da mandare a casa.

Co.Co.Co.ntro il logorio del lavoro moderno

Ma il vero capolavoro della vicenda riguarda le forme contrattuali. La paladina dei lavoratori, la nemica della precarietà, la militante che ha sempre individuato nel capitalismo e nelle sue modalità di organizzazione del lavoro uno dei grandi mali della società contemporanea aveva infatti regolato i rapporti con i due collaboratori attraverso un Co.Co.Co. e una partita Iva. Non c’è naturalmente nulla di illecito, di per sé, nell’utilizzo di simili formule. Il punto è politico. Perché proprio il lavoro parasubordinato e quello autonomo sono stati per anni bersaglio della critica della sinistra, che vi ha spesso visto gli strumenti attraverso i quali la precarietà viene scaricata sul lavoratore e il rapporto reso più conveniente e flessibile per chi sta dalla parte del datore. Evidentemente, però, quando a utilizzare quelle formule è una militante dell’antagonismo, il loro significato politico cambia. La precarietà non è più sfruttamento: diventa organizzazione del lavoro. La cessazione del rapporto non è più una pratica padronale: diventa un problema di fiducia. E la relazione gerarchica non è più un retaggio del capitalismo, ma semplicemente una necessità dell’ufficio. La coerenza, del resto, è una virtù meravigliosa, soprattutto quando la si può lasciare negli slogan.

Poi arriva il giudice e presenta il conto

I due ex collaboratori decidono allora di portare la questione davanti al Tribunale del lavoro di Milano e qui entra in scena quella magistratura che, in altri frangenti, viene descritta dalla sinistra come uno dei pilastri dello Stato di diritto, salvo diventare improvvisamente meno simpatica quando pronuncia sentenze sgradite. In primo grado il tribunale ha dato ragione a Dadda e Gelmetti, condannando Salis a versare complessivamente circa trecentomila euro, calcolati sulle somme che i due avrebbero dovuto percepire sino alla conclusione del mandato parlamentare, oltre alle spese legali. Salis ha impugnato la decisione e la controversia proseguirà quindi in appello. Trecentomila euro non sono esattamente il prezzo di un caffè al bar del Parlamento europeo, ma nemmeno una cifra che possa essere semplicemente cancellata dalla memoria insieme a una vecchia e-mail.
A quel punto comincia il secondo capitolo della vicenda, fatto di contestazioni, ricorsi e richieste di sospensione dell’esecuzione. Salis ha sostenuto di non essere stata informata del procedimento di primo grado e di non aver potuto quindi difendersi; dalle ricostruzioni giornalistiche emerge però che la questione delle notifiche è diventata essa stessa parte del contenzioso. In estate vengono inoltre presentate richieste per fermare l’esecuzione e gli atti di precetto. I ricorsi vengono respinti e arrivano nuove spese legali. E qui la storia prende una piega quasi perfetta nella sua ironia: circa settemila euro di quelle spese finiscono al centro della procedura che porterà al pignoramento del conto corrente della deputata. Il legale di Salis sostiene che non vi sia stato alcun rifiuto di pagare e che la richiesta non sia stata regolarmente portata a conoscenza dell’eurodeputata. Resta il fatto che la procedura esecutiva è partita e che la controversia è arrivata fino al conto bancario. A quanto pare, almeno la magistratura ha mantenuto una sorprendente costanza nel ricordare che le sentenze non sono comunicati politici e che i contenziosi economici, indipendentemente dal colore della tessera di partito, prima o poi presentano il conto.

E alla fine arriva il pignoramento

A questo punto una persona qualunque, davanti a una condanna economica e alla prospettiva di ulteriori spese, potrebbe cominciare a guardare con una certa preoccupazione il proprio estratto conto. Anche perché Salis non vive esattamente della modesta remunerazione di un lavoratore precario abbandonato ai margini del mercato: come eurodeputata percepisce quasi novemila euro netti al mese, ai quali si aggiungono le indennità e i rimborsi previsti per l’esercizio del mandato. Ed è proprio sul conto corrente sul quale confluiscono anche le somme legate al mandato europeo che, secondo quanto riportato dalla stampa, è scattato il pignoramento presso terzi richiesto dai legali di Dadda e Gelmetti per le spese legali rimaste insolute. È difficile immaginare una conclusione più ironica per una storia che ha avuto come protagonisti il capitalismo, lo sfruttamento, la precarietà, il padronato e la lotta di classe: alla fine, la cosa che riesce davvero a mettere in difficoltà la pasionaria non è il sistema capitalista, ma il suo estratto conto.

La proprietà è un furto, purché non sia la propria

A questo punto viene inevitabilmente in mente Proudhon e il celebre principio secondo cui «la proprietà è un furto». La versione aggiornata, alla luce della vicenda, potrebbe essere molto più semplice: la proprietà è un furto quando appartiene agli altri; quando appartiene ai compagni pasionari, diventa improvvisamente un diritto inviolabile. Il vero paradosso non è infatti che una parlamentare possa avere una controversia con i propri collaboratori: può accadere a chiunque. Il paradosso nasce dalla distanza tra la rappresentazione politica costruita per anni e la concretezza dei comportamenti quando quella rappresentazione viene messa alla prova. È facile tuonare contro lo sfruttamento quando a pagare è qualcun altro, così come è facile denunciare il capitalismo quando si guarda il mondo dalla piazza. Diventa molto più complicato mantenere la stessa purezza ideologica quando si deve gestire del personale, quando arriva una sentenza e soprattutto quando un ufficiale giudiziario arriva fino alla propria banca. Forse è proprio questa la lezione più interessante della vicenda: la lotta di classe, quando si arriva al dunque, rischia di ridursi a una questione molto meno nobile e molto più concreta. Non chi possiede i mezzi di produzione, non chi controlla il capitale e nemmeno chi occupa il potere, ma chi paga il conto. E questa volta, almeno secondo gli atti e le ricostruzioni della vicenda, il conto è arrivato fino a Strasburgo.

Tony Fabrizio

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