Roma, 18 mag – A Modena un uomo ha lanciato l’auto sulla folla in pieno centro, ha travolto passanti, ha provocato feriti gravissimi, poi ha tentato la fuga armato di coltello. Si chiama Salim El Koudri, ha 31 anni, è nato in Italia da famiglia marocchina, è laureato in Economia, disoccupato e già seguito in passato dai servizi di salute mentale. La Procura lo indaga per strage e lesioni aggravate. Secondo le ricostruzioni disponibili, l’azione viene valutata dagli inquirenti come deliberata, casuale nella scelta delle vittime e indiscriminata. Il bilancio è pesantissimo: otto feriti, quattro gravi, due persone che avrebbero subito l’amputazione degli arti inferiori e una donna in condizioni critiche.
La cronaca è chiara. Molto meno chiara è la fretta con cui una parte della sinistra politica e mediatica ha provato a chiudere il caso dentro una formula rassicurante: “un italiano con disagio psichico”. Italiano, dunque il tema dell’immigrazione non esiste. Disagio psichico, dunque il tema dell’integrazione non esiste. Nessuna pista terroristica, dunque il problema della violenza indiscriminata nello spazio pubblico non esiste. È il solito meccanismo: quando la realtà disturba lo schema ideologico, la si neutralizza con una definizione amministrativa o clinica.
L’attentato di Modena già derubricato come “patologico”
Partiamo dalla prima formula: “italiano”. Certo, El Koudri è cittadino italiano. Ma davvero questo basta a chiudere il discorso? Davvero la cittadinanza formale cancella ogni domanda sull’appartenenza reale, sulle seconde generazioni, sulla frattura identitaria, sul fallimento di un’integrazione pensata come automatismo burocratico? Per anni ci hanno spiegato che nascere qui, studiare qui, prendere un titolo di studio qui avrebbe risolto tutto. Modena mostra l’esatto contrario: si può essere formalmente italiani e restare radicalmente separati dal corpo vivo della comunità nazionale.
Seconda formula: “disagio psichico”. Anche qui: nessuno nega gli elementi emersi. El Koudri sarebbe stato seguito in passato dai servizi di salute mentale e gli investigatori, al momento, lavorano anche su questa pista. Ma che cosa dovrebbe significare politicamente questa espressione? Che ogni domanda collettiva viene sospesa? Che la cartella clinica diventa un salvacondotto ideologico? Che davanti a un’auto lanciata sulla folla dobbiamo limitarci a registrare una fragilità individuale? Il disagio psichico può spiegare una parte del quadro, ma non cancella il contesto in cui quel disagio matura, esplode e prende di mira una strada piena di passanti. È qui una riflessione sulla cosiddetta “sindrome migratoria”, diventa utile come chiave di lettura. L’emigrazione, e poi la condizione dei figli dell’emigrazione, non producono automaticamente integrazione. Possono produrre aspettative, sradicamento, frustrazione, rancore, senso di estraneità. Quando la promessa del riscatto si rovescia in fallimento, l’identità può diventare un campo di tensione. La sinistra preferisce parlare genericamente di “fragilità” perché così evita la questione decisiva: una società multietnica non diventa comunità per decreto.
Terza formula: “non c’è pista terroristica”. Sul piano giudiziario la precisazione ha senso: il terrorismo è una fattispecie precisa, richiede finalità specifiche e non può essere evocato a caso. Al momento, infatti, non sarebbero emersi elementi di radicalizzazione o legami con ambienti jihadisti. Ma sul piano politico e sociale resta una domanda enorme: che cosa produce, nella vita concreta dei cittadini, un’auto lanciata deliberatamente sulla folla? Produce terrore. Colpisce vittime casuali. Trasforma il centro di una città in un luogo di panico. Rompe la fiducia elementare nello spazio pubblico. Anche quando non viene qualificata giuridicamente come terrorismo, una violenza indiscriminata contro i passanti non può essere ridotta a fatto privato.
Tutte le formule che sterilizzano il dibattito
C’è poi l’ultimo diversivo, forse il più grottesco: “a fermarlo c’erano anche stranieri”. Verissimo: altri cittadini, tra cui persone di origine egiziana e pakistana, sono intervenuti e meritano rispetto. Ma il primo a bloccare El Koudri è stato Luca Signorelli, ferito alla testa durante la colluttazione; solo dopo sono sopraggiunti altri passanti che hanno contribuito a immobilizzarlo. Trasformare quel gesto di coraggio in una replica propagandistica significa usare gli eroi del giorno per non parlare dell’aggressore. La gratitudine verso chi è intervenuto non cancella il fatto che qualcuno, in pieno centro, abbia travolto innocenti con un’auto e poi abbia tentato la fuga armato di coltello. Modena autorizza domande serie, e chi prova a vietarle sta solo difendendo il proprio dogma. La cittadinanza è un documento o un’appartenenza? L’integrazione è un timbro o una lealtà concreta? Il disagio psichico è una spiegazione clinica o una formula per sterilizzare il dibattito? La sicurezza urbana è un’ossessione della destra o la prima condizione della vita civile?
Su Modena la sinistra deve minimizzare
La sinistra ha già scelto la sua linea: derubricare, psicologizzare, minimizzare, spostare l’attenzione. Prima “è italiano”, poi “è fragile”, poi “non è terrorismo”, poi “lo hanno fermato gli stranieri”. Tutto pur di non pronunciare la parola proibita: fallimento. Fallimento dell’integrazione automatica, fallimento della cittadinanza concessa come pratica neutra, fallimento di una società che confonde l’inclusione con la dissoluzione di ogni appartenenza. A Modena ci sono vittime mutilate, famiglie distrutte, cittadini che hanno rischiato la vita per fermare l’aggressore. È da lì che bisogna partire. Non dalle formule rassicuranti di chi vuole trasformare una strage sfiorata in un episodio clinico. Non dalla propaganda di chi usa ogni dettaglio utile per cancellare il quadro generale. Una comunità politica esiste quando sa difendere i propri cittadini e quando ha il coraggio di guardare in faccia le proprie crepe. Modena ci dice che quelle crepe sono profonde. Fingere di non vederle è il modo migliore per renderle irreparabili.
Vincenzo Monti