Roma, 18 mag – In mezzo al sangue, al panico, ai corpi travolti, alle urla del centro di Modena trasformato per alcuni minuti in uno scenario di guerra, c’è un nome che non dovrebbe sparire dalla cronaca del giorno dopo: Luca Signorelli. È lui il passante che per primo ha inseguito e bloccato Salim El Koudri, il trentunenne che sabato ha lanciato l’auto sulla folla in via Emilia, ferendo otto persone, quattro in modo grave, prima di tentare la fuga armato di coltello. Dai video, circolati fuori dalle reti mainstream, si vede bene che solo lui ha affrontato l’attentatore, assumendosi integralmente le responsabilità.
Signorelli ha fatto l’impensabile: non si è voltato dall’altre parte
Signorelli non era lì per fare l’eroe. Era lì come un cittadino qualsiasi, in un pomeriggio qualsiasi, dentro una città italiana qualsiasi. Poi ha visto una donna a terra, gravemente ferita, e ha tentato di soccorrerla. Subito dopo ha visto l’uomo fuggire. A quel punto ha fatto ciò che oggi sembra quasi impensabile: non si è voltato dall’altra parte. Lo ha inseguito. Lo ha raggiunto. Se lo è trovato davanti con un coltello in mano. Ha evitato un fendente al petto, è stato colpito alla testa, gli ha bloccato il polso e lo ha neutralizzato. Lo ha raccontato lui stesso, ancora ferito, con la testa sanguinante: “Mi sono arrivati due fendenti, uno al cuore e l’altro alla testa. Uno sono riuscito a evitarlo, l’altro l’ho preso. Poi gli ho bloccato il polso. E l’ho neutralizzato”. C’è una frase, però, che più di tutte merita di restare. Fuori dall’ospedale di Baggiovara, dopo aver incontrato Sergio Mattarella e Giorgia Meloni, Signorelli ha detto: “Ho fatto vedere che l’Italia non è morta, c’è ancora”. Non è una frase di circostanza ma una frase uscita dal cuore di un uomo che ha appena rischiato la vita e che, proprio per questo, ha colto il punto meglio di molti commentatori. Perché Modena non racconta solo una strage sfiorata. Racconta anche la differenza tra chi fugge, chi guarda, chi giustifica e chi agisce.
Preparazione, prontezza e disciplina fanno la differenza
Accanto a Signorelli c’è poi un altro nome che ancora non conosciamo, ma che merita di entrare nella stessa pagina. Tra i primi soccorritori intervenuti in via Emilia c’era anche un ufficiale dell’Esercito, libero dal servizio, appartenente al nono reggimento d’assalto paracadutisti “Col Moschin”. Si trovava nella zona di Porta Bologna quando ha visto a terra una donna di 55 anni, travolta dall’auto e rimasta con le gambe amputate. Secondo quanto riferito da fonti dell’Esercito, il militare è intervenuto subito applicando un tourniquet, un laccio emostatico che aveva nello zaino, per contenere l’emorragia, restando poi sul posto fino all’arrivo dei soccorsi. Non un gesto spettacolare, non una frase da titolo, ma qualcosa di ancora più raro: preparazione, prontezza, disciplina. Mentre il panico paralizzava la strada, qualcuno sapeva cosa fare e lo ha fatto. Modena, allora, racconta due forme diverse dello stesso coraggio. Quello di Luca Signorelli, il cittadino che si mette fisicamente tra l’aggressore e gli altri, affrontando un uomo armato e pagando con il sangue. E quello dell’ufficiale del Col Moschin, il soldato che, anche fuori servizio, resta soldato: vede, interviene, salva. In entrambi i casi c’è la stessa cosa che la società contemporanea prova a diseducare: la responsabilità personale davanti al pericolo.
La sinistra sta provando di tutto per minimizzare
Da ore, però, una parte della sinistra prova a spostare il fuoco. Prima il responsabile diventa semplicemente “un italiano con disagio psichico”, come se la cartella clinica cancellasse ogni domanda sull’integrazione fallita. Poi l’auto lanciata sulla folla smette di essere terrore perché non sarebbe emersa una “pista terroristica” in senso giudiziario. Infine arriva l’ultima operazione: trasformare l’arresto di El Koudri in una piccola favola multiculturale, insistendo sul fatto che tra i cittadini intervenuti ci fossero anche persone di origine egiziana e pakistana. Il punto però è semplice. Nessuno nega che altri passanti siano intervenuti e abbiano contribuito, in un secondo momento, a tenere fermo l’aggressore. Ogni gesto di coraggio merita rispetto. Ma il cuore della vicenda resta un altro: Luca Signorelli è stato il primo a muoversi, il primo a inseguire El Koudri, il primo ad affrontarlo nel corpo a corpo, il primo a bloccarne il polso, il primo a essere ferito mentre tentava di fermarlo. Dalle ricostruzioni e dalle immagini non emerge una scena corale indistinta, ma una sequenza chiarissima: Signorelli ingaggia l’aggressore, lo neutralizza, poi altri sopraggiungono. La sinistra, invece, arriva a fine rissa, allarga l’inquadratura e prova a usare la foto di gruppo per cancellare il protagonista.
Figure come Signorelli disturbano la narrazione dominante
È un riflesso prevedibile: se l’eroe è italiano, se dice che “l’Italia non è morta”, se parla di una scena “come Beirut, come Gaza” e afferma che “a volte bisogna rispondere”, allora bisogna diluirne la figura, trasformare il suo gesto in un episodio collettivo indistinto, abbassarne il profilo. Perché un uomo che si mette tra un aggressore armato e gli inermi disturba la narrazione dominante: ricorda che la sicurezza non è una paranoia ma nemmeno una delega, che il coraggio esiste e che, quando lo Stato non arriva, qualcuno deve comunque tenere la linea. Signorelli ha mostrato che davanti alla violenza non esiste solo la vittima: esiste anche chi reagisce, chi vede il male e decide di non arretrare, chi rimette in piedi per un istante un’idea elementare di comunità. Lo stesso vale per l’ufficiale del Col Moschin: portare con sé un laccio emostatico, saperlo usare, intervenire senza esitazione davanti a una persona mutilata significa incarnare una cultura opposta a quella dell’impotenza. Mattarella, Meloni e Tajani hanno riconosciuto questi gesti, ma il punto vero è un altro: una Nazione seria non applaude i suoi eroi per ventiquattr’ore e poi li dimentica. Li racconta, li protegge, li assume come modello. Perché una comunità muore davvero quando non sa più riconoscere chi la tiene in piedi nel momento in cui tutti gli altri arretrano.
Sergio Filacchioni