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Roma, 28 feb – Era il 28 febbraio 1975. In piazza Risorgimento a Roma, quel giorno regnava il caos. Sono infatti i giorni in cui si tengono le udienze del processo per l’assassinio dei fratelli Mattei a Primavalle. In piazza la gente chiede giustizia per Stefano e Virgilio, bruciati vivi nella loro abitazione da Lollo, Grillo e Cavo, militanti di Potere Operaio. Ma secondo la giustizia a senso unico degli estremisti di sinistra i fascisti non avevano il diritto di protestare: scatta quindi una grande mobilitazione, quasi militare. Inevitabilmente si arriva allo scontro tra le due opposte fazioni. Già dal 24 febbraio mattina imperversa la guerriglia. Ecco quindi l’infausto 28 febbraio: militanti dell’Msi e simpatizzanti si danno appuntamento davanti al tribunale in piazzale Clodio. Gli estremisti di sinistra soggiunsero e lo fecero ben armati. Un dirigente del Fronte della Gioventù scampò miracolosamente a vari colpi di pistola sparati verso di lui. Durante questi momenti di concitazione alcuni testimoni individuarono Alvaro Lojacono: quello che, poco dopo, sarebbe stato identificato come assassino.

L’assalto alla sede di via Ottaviano

Un centinaio di attivisti di sinistra, sempre armati fino ai denti, si dirigono verso la sede dell’Msi più vicina, ovvero quella di via Ottaviano 9. La sezione era, a sua volta, presidiata da una trentina di giovani militanti missini. La situazione precipitò: i membri di Potere Operaio fecero fuoco contro i missini. Essi cercarono riparo nel portone del palazzo: ma è proprio in quei momenti che, purtroppo, Mikis Mantakas fu ferito alla testa da un colpo di arma da fuoco. Anche Fabio Rolli, altro attivista missino, fu colpito a un polmone. La tragedia si è compiuta. I militanti di Potere Operaio assaltano il portone del palazzo: Mantakas, ormai a terra privo di vita, viene colpito anche da una molotov. I suoi camerati spengono il fuoco a mani nude: Mikis viene portato al riparo in un garage dello stabile. Ancora spari, ancora fumo, rumori: quelli di Potere Operaio non ne hanno abbastanza. Arriva la polizia ma è troppo tardi: un’ambulanza porta Mantakas all’ospedale. Mikis muore dopo un tentato intervento alla testa. Finisce così la storia di questo studente greco di medicina che da pochi mesi frequentava la sezione del Fuan di via Siena. Mantakas aveva scelto di spostarsi a Roma dall’ateneo di Bologna: era già stato attaccato violentemente da militanti di sinistra. In quell’occasione, ne ebbe per per quaranta giorni.

Un delitto senza giustizia

Ai funerali di Mantakas parteciparono migliaia di giovani. Ma persino in questo momento, in piazza della Minerva, gli estremisti del Pdup colgono l’occasione per tirare una bomba molotov contro l’allora segretario provinciale del FdG, Teodoro Buontempo, che ne scampò miracolosamente. A marzo del 1977 si concluse il processo che vide imputati per l’omicidio di Mantakas il già citato Lojacono e Fabrizio Panzieri. Quest’ultimo fu condannato a nove anni e sei mesi di reclusione per concorso morale in omicidio. Lojacono, invece, venne assolto con formula piena per insufficienza di prove. Il processo di secondo grado, invece, non andò così “bene” per i due militanti rossi.

Nel 1980 vennero entrambi condannati a sedici anni di reclusione. I legali dei due assassini fecero ricorso in Cassazione, bloccando temporaneamente la possibilità di incarcerarli. Lojacono ne approfittò per fuggire prima in Algeria e poi in Svizzera: e questo nonostante nel 1978 avesse anche fatto parte del commando delle Brigate Rosse che uccise la scorta di Aldo Moro e lo rapì. La Svizzera non ha mai concesso l’estradizione: dal 1999 egli è sostanzialmente un uomo libero. Anche Panzieri evitò la condanna con la latitanza che perdura sin ad oggi. Oggi ricordiamo, quindi, la perdita di una giovane vita. Ricordiamo un militante. Ma dobbiamo, soprattutto, porre a mente che per l’assassinio di Mikis Mantakas giustizia non è ancora stata fatta.

Ilaria Paoletti

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3 Commenti

  1. Storia di ordinaria vigliaccheria di un radical-chic che, come troppi altri, non ha mai pagato per i suoi crimini.
    Alvaro Baragiola (ex Lojacono) cittadino svizzero e quindi non estradabile: figlio di Giuseppe Lojacono, esponente di spicco del PCI. Condannato all’ergastolo in contumacia nel processo Moro; condannato in Svizzera a 17 anni per l’omicidio del giudice Girolamo Tartaglione e rapine a mano armata, di cui ne ha scontati 11; condannato a 16 anni per l’omicidio di Mikis Mantakas. Negli anni ’70, in Italia conduce una vita agiata da nullafacente che “gioca” a fare il rivoluzionario (dal libro Cuori Neri di L. Telese), ma sempre aggredendo e sparando alle spalle.

  2. Ora abbiamo ricevuto nelle galere il bandito rapina banche di Cisterna di Latina Cesare Battisti, il prossimo sarà
    Alvaro Lojacono

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