Roma, 24 gen – Il neonato morto al Pertini di Roma a causa della – ovvia – stanchezza di una madre esausta dopo ore di travaglio, abbandonata completamente a sé stessa, è l’ennesimo atto di una tragedia perfino più grande, quella della Sanità italiana, dei suoi tagli annuali, dell’impossibilità di garantire le sicurezze del passato ma soprattutto di averne sempre meno per il futuro.

Neonato morto, mamma esausta, abbandonata da uno Stato in coma

Il neonato è morto a seguito di una dinamica semplice quanto triste: la donna stava allattando, stanchissima dopo le ore di fatica per il parto. Si era addormentata, una reazione fisiologica dopo tanto stress fisico. Aveva chiesto aiuto, ma nessuno l’aveva ascoltata. Qualcuno aveva negato di non averle prestato assistenza, così si è sentita in diritto di difendersi, dopo una perdita che probabilmente la segnerà a vita: “Sto leggendo le dichiarazioni rilasciate dalla Asl 2 dicono che hanno garantito tutta l’assistenza necessaria, che alle puerpere viene fatta firmare un’autorizzazione a tenere i figli con loro. Bellissime parole, peccato non siano veritiere. Ho chiesto aiuto e mi hanno detto no“. Aggiungendo poi: “Più volte ho chiesto in reparto di essere aiutata perché non ce la facevo da sola e di portare per qualche ora il bambino al nido per permettermi di riposare, eppure mi è stato detto sempre di no. Non è che si giustificassero in qualche modo. Dicevano che non era possibile e basta. E io rimanevo lì a dovermi occupare di tutto. Dovevo allattare il piccolo, cambiarlo, riporlo nella culletta accanto al letto, e ho dovuto farlo anche subito dopo il parto anche se ero sfinita”. La questione, invero, si traduce nel solito concetto: il tempo. Che spesso vuol dire più personale. E quindi più soldi. Gli stessi che mancano in una Sanità sempre più impoverita, anno dopo anno.

Senza immacolare il passato, occorre trovare speranza nel futuro

Il contestatore europeista medio, per sminuire il dramma in corso (addirittura più ampio e comprensivo di quello del neonato morto), punterà su un qualsiasi episodio negativo avvenuto nel passato nel sistema sanitario nazionale, chiaramente. Nonostante nessun imbecille potrebbe mai sostenere che nel passato non avvenissero incidenti, lui insisterà, perché non potrà fare altro. Nessuno vuole immacolare il passato, chiaramente: la perfezione non esiste e non esisterà mai. Il problema è un futuro sempre più incerto, sempre più instabile, sempre più cannibalesco e inumano. Dovuto alla sostanziale necessità – obbligo, per lo Stato italiano, di spendere sempre meno e di tagliare sempre di più. Nonché di continuare a focalizzare l’attenzione, costantemente, su dove e quanto tagliare, anche per un ambito fondamentale come la salute. Nella speranza e follia di ripagare un debito che non verrà ripagato mai (e bisogna, sì, essere veramente imbecilli per non averlo ancora capito).

I numeri sono impietosi: i posti letto negli ospedali sono calati del 70% dal 1975 ad oggi. Come riporta Quotidiano Sanità, negli ultimi dieci anni sono stati “fatti fuori” 200 ospedali, 45mila letti, 10mila medici e 11mila infermieri: 37 miliardi di euro in meno. Questi tagli ci vengono richiesti – gentilmente – da “fuori”. Sappiamo fin troppo bene da dove.

Meno soldi vuol dire meno attenzione, meno sicurezza. In compenso, sicuramente più incidenti. L’euroinomane medio punterà a questo punto sul “meno sprechi”, mettendoli ovviamente in primo piano rispetto alle emergenze (senza dirlo, per carità, perché si sentirebbe troppo sporco a farlo: anzi, magari lanciando pure un solito, tristissimo appello “in difesa della Sanità pubblica” di piddina tradizione). In primo piano pure rispetto alla vita e alla salute umana tanto pomposamente e ipocritamente difesa negli anni disastrosi del Covid. Il neonato morto e la sua povera madre abbandonata sono sulla coscienza di troppe persone che, ancora oggi, difendono un sistema indifendibile.

Stelio Fergola

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