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Trieste, 5 set – Negli ultimi giorni la vicenda dell’Ilva di Taranto pare essersi nuovamente infiammata con uno sciopero annunciato dai lavoratori e con l’intervento del ministro Di Maio. E proprio sul Primato Nazionale abbiamo avuto modo più volte negli ultimi mesi di affrontare la questione. Quello che forse non tutti sanno è che di “Ilva”, oltre a quella della città pugliese, ce n’è un’altra. Una sorella, per così dire. A Trieste. Nella città con la piazza sul mare più grande d’Europa, con le bellezze del Carso, e con un centro in stile neoclassico, troviamo un’altra azienda siderurgica che ogni giorno fa sentire la sua presenza imponente con fiammate, sbuffate di vapore e polvere di ferro che viaggia per la città. E’ la Ferriera di Servola, una azienda che si estende per 560.000 metri quadri, in cui sorgono la cokeria, l’impianto di agglomerazione, due altiforni, la macchina a colare (per la solidificazione della ghisa in pani) ed un grande parco minerario.
Si tratta dell’unico impianto italiano per la produzione di ghisa liquida ed in pani che occupa, ad oggi, circa 500 dipendenti diretti e 300 di indotto.
Nata nel 1896 diviene presto di proprietà italiana fino ad essere controllata proprio dall’Ilva. Si succedono poi altre società, dalla Pitteri alla Lucchini, fino ad arrivare, nel 2015, a quella attuale del Gruppo Arvedi. Cambiano le proprietà, ma non cambia il problema perché la Ferriera, negli anni, ha continuato ad emettere nell’aria polvere di ferro, benzene, benzo[a]pirene, diossina, PM10 e altre sostanze cancerogene.

Impressionano molto le foto delle sbuffate che i residenti documentano ogni settimana; così come sconvolgono le immagini della polvere di ferro che si accumula sui terrazzi delle case circostanti. Si tratta di un mostro nascosto tra le abitazioni dei triestini che da anni accende le campagne elettorali con una rincorsa a chi la chiude prima. Chiusura che, tuttavia, non è mai arrivata anzi: è stato da poco rinnovata l’Aia, l’Autorizzazione Integrata Ambientale, che consente allo stabilimento servolano la prosecuzione dell’attività nonostante lo sforamento dei valori di legge.
La Ferriera, tuttavia, presenta una particolarità. Rispetto all’Ilva di Taranto che sorge in un’area non abitata, lo stabilimento siderurgico di Servola è immerso in un complesso di case occupate da circa 30.000 triestini che ogni giorno ne respirano i fumi. E non solo: nel raggio di un chilometro ci sono anche un asilo nido, l’ospedale infantile Burlo Garofalo e alcuni giardini che ad oggi risultano inaccessibili a causa dell’eccesso di concentrazione di diossina. Gli abitanti, nel frattempo, respirano e si ammalano. Oltre ai 40 operai morti di mesotelioma pleurico o di carcinoma polmonare, per cui la procura ha aperto un fascicolo per omicidio colposo e lesioni iscrivendo nel registro degli indagati 15 dirigenti che hanno guidato lo stabilimento prima dell’arrivo del Gruppo Arvedi, ad allarmare sono i risultati del progetto Sentieri (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento) finanziato dal ministero della Salute per l’analisi della mortalità delle popolazioni residenti vicino a grandi centri industriali attivi o dismessi e aree di smaltimento di rifiuti industriali e pericolosi.
I dati relativi al periodo 1995-2002 sono sconvolgenti perché, secondo lo studio, i decessi a Trieste risulterebbero essere quasi il doppio rispetto a quelli di Taranto. E’ evidente quindi che, al di là delle promesse da campagna elettorale, questo è uno stabilimento che va chiuso dando, al contempo, una tutela ai lavoratori che, senza una soluzione alternativa, resterebbero disoccupati in una città che, sotto questo punto di vista, non spicca per offerta.
Francesco Clun

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