Roma, 4 apr – Miracolo Viktor Orban. Non tanto per la terza rielezione consecutiva del presidente ungherese, ma per ciò che rappresenta nel contesto di un mondo, quello occidentale, dove non esistono grosse frange di reale libertà degli Stati, ma soltanto delle colonie al servizio degli Usa e – in misura minore – dell’Ue.

Il miracolo Orban e il monopolio americano della “democrazia”

Il miracolo Orban consiste esattamente in questo: non esiste, in pratica, una versione alternativa della “democrazia” occidentale, nella fattispecie liberale. Per meglio dire, praticamente ogni democrazia liberale viene in modo quasi matematico fagocitata dal potere e dai diktat degli Stati Uniti d’America (ciò nonostante Washington non rifiuti certamente di inglobare e promuovere anche autocrazie o regimi dittatoriali, come avvenuto più di una volta in passato).

L’Ungheria di Orban (per la quale, non a caso, lo stesso presidente non nasconde nutrire propositi di diventare uno Stato, pur democratico, “illiberale”) riesce incredibilmente a stare fuori da questo giochino praticamente inevitabile. Non senza un duro lavoro di organizzazione, sia chiaro: si pensi a quando il presidente, qualche anno fa, estromise la Central European University (fondata da George Soros) dal suolo nazionale. Una mossa che rifletteva molto bene la consapevolezza di un fatto: senza tenere la guardia alta, il potere di penetrazione culturale (e quindi anche politica) statunitense è elevatissimo. Con tutto ciò che ne consegue: su tutto, la possibilità di generare classi dirigenti sempre più vicine all’epicentro del potere occidentale. È un giochino a cui siamo tutti sottoposti, nel contesto europeo. E che questa crisi sta dimostrando drammaticamente.

L’Ungheria è la prova che si può essere più indipendenti

L’Ungheria di Orban è uno Stato libero. Tutto sommato libero, si intenda, certamente Budapest non è aliena da trattati internazionali e non può dispiegare appieno la propria indipendenza, essendo anche membro dell’Unione Europea. Però è uno Stato che resiste alle imposizioni migratorie, alle politiche sanzionatorie nel pieno interesse nazionale, ai diktat di Bruxelles.

Non sarà tutto ma – soprattutto relativamente – è tanto. Non parliamo di una grande potenza, e neanche di uno Stato dalle possibilità paragonabili a quelle che potrebbero sviluppare l’Italia, la Francia, la Germania. Stiamo parlando di un contesto che, per demografia, pil e geografia, ha un peso potenziale inferiore a quello della Spagna. Eppure esiste, vive, respira infinitamente più di Madrid. Come di Roma, Parigi o Berlino. Un fatto del genere non può essere tralasciato né messo in secondo piano. Dovrebbe, in un mondo e soprattutto in un’Italia migliore, essere preso come modello. Ne siamo – ahimé – lontanissimi.

Stelio Fergola

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