Roma, 23 mag – Trentaquattro anni fa a Capaci, sull’autostrada che collega Punta Raisi a Palermo, un pezzo di Stato saltava in aria. Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, gli uomini della scorta. Un cratere monumentale che, nell’immaginario collettivo, avrebbe dovuto segnare il punto di non ritorno, la linea di demarcazione tra la civiltà e la barbarie. Eppure, a più di tre decenni di distanza, la memoria di quel sacrificio è stata progressivamente sterilizzata, ridotta a feticcio da parata, a santino per anime belle che del fenomeno mafioso non hanno capito nulla.
O peggio, hanno deciso di utilizzarlo come clava ideologica. C’è una nemesi culturale, oggi in Italia, che merita di essere sviscerato con spietata lucidità. È quel parallelismo sotterraneo, ma evidente nelle dinamiche di potere, che lega l’ipertrofia dell’antifascismo militante alle strutture mentali e operative della criminalità organizzata. Un’equazione scandalosa per i custodi del politicamente corretto, ma drammaticamente reale se si analizzano i meccanismi di controllo sociale e di silenziamento di chi si ribella.
La spartizione del territorio (e della parola)
La mafia, prima ancora di essere una holding del crimine, è un sistema di controllo del territorio. Decide chi può aprire un’attività, chi può lavorare, chi ha diritto di cittadinanza economica in un determinato quartiere. L’antifascismo di professione – quello che popola le redazioni dei grandi giornali, i salotti televisivi e i dipartimenti universitari – agisce esattamente allo stesso modo nel campo della cultura, dell’editoria e del dibattito pubblico.
Se vuoi pubblicare un libro, girare un film o ottenere una cattedra devi pagare la tua tassa di conformismo. Devi dichiararti esplicitamente “antifascista”, esibire la patente di democratico approvata dal “comitato” di turno e spernacchiare Bella ciao a ogni piè sospinto per dimostrare la tua sottomissione ideologica. Siamo al “pizzo” culturale. Chi non si piega, chi rifiuta il catechismo progressista, viene “eliminato”. Non con il tritolo di Capaci, certo, ma con la morte civile: il linciaggio mediatico, il boicottaggio, l’ostracismo. È la stessa logica del deserto che i boss creano attorno a chi non si piega al loro volere.
La cronaca recente
La cronaca recente offre esempi plastici di questa occupazione militare degli spazi pubblici e culturali, dove il dissenso non è tollerato e va estirpato per vie di fatto o per interdizione burocratica. I casi dell’esclusione e delle feroci contestazioni ai danni di case editrici non allineate come Altaforte al Salone del Libro di Torino o delle pressioni su realtà come Passaggio al Bosco a Roma dimostrano che il pluralismo vale solo per chi condivide lo stesso codice linguistico. Se un editore devia dal canone, scatta il cordone sanitario per cacciarlo dalla “fiera”, impedendogli di esistere commercialmente e culturalmente.
E il divieto dei cortei per la Remigrazione? Quando il dissenso tocca temi tabù per l’ortodossia progressista, la reazione immediata è la richiesta di divieto preventivo. Impedire i cortei o le manifestazioni ordinate e marziali sulla Remigrazione risponde alla logica di chi vuole ripulire il territorio da qualsiasi presenza non gradita, stabilendo per decreto chi ha il diritto di manifestare e chi no.
Il codice dell’omertà e il “recapito” della minaccia
La forza della mafia risiede nel silenzio complice, nell’omertà di chi vede e preferisce girarsi dall’altra parte per quieto vivere. Nell’universo dell’antifascismo permanente assistiamo a una dinamica speculare. Quanti intellettuali, giornalisti o artisti tacciono di fronte alle follie della censura progressista per paura di perdere contratti, ospitate o visibilità? Il silenzio della borghesia colta di fronte alle derive della cancel culture è lo stesso silenzio che Falcone denunciava nei vicoli di Palermo.
E poi c’è il linguaggio. La mafia non minaccia quasi mai in modo esplicito; lancia avvertimenti, usa metafore, fa capire che aria tira. L’antifascismo mediatico ha affinato la stessa tecnica: non ti censura direttamente con un atto d’imperio, ma ti “segnala” al pubblico ludibrio, ti etichetta come “controverso”, ti crea attorno il vuoto.
Il caso dei professionisti dello spettacolo
Emblematico è il trattamento riservato a figure come il direttore d’orchestra Beatrice Venezi al Teatro La Fenice di Venezia, bersaglio di contestazioni orchestrate e richieste di boicottaggio non per demeriti artistici, ma per le sue posizioni politiche e personali. Lo stesso trattamento spetta a chiunque nel mondo dello spettacolo rifiuti di prestarsi alla recita a soggetto del conformismo. Chi non si dichiara apertamente, chi non partecipa alla ritualità collettiva del “giuramento antifascista” viene progressivamente emarginato dai palinsesti e dalle produzioni. Se non canti il coro, sei fuori dal giro.
La lezione tradita di Capaci
“La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine” scriveva Giovanni Falcone. Questa celebre frase conteneva un monito: la mafia si combatte comprendendone la natura storica, giuridica e sociale, non trasformandola in un dogma metafisico. L’antifascismo odierno, con grandissimo demerito, involontariamente e senza sapere immaginare il futuro, ha fatto l’esatto opposto con il fascismo: ha riconosciuto come eterno, un fantasma universale da evocare ogni volta che c’è da difendere una rendita di posizione, un monopolio culturale o un privilegio di casta.
Giovanni Falcone era un uomo delle istituzioni, un magistrato che credeva nelle prove, nel diritto, nella concretezza dei fatti e odiava la retorica dei “professionisti dell’antimafia” – quella che Leonardo Sciascia descrisse con precisione chirurgica – perché capiva che dietro i proclami si nascondeva spesso il vuoto, se non l’opportunismo di chi cercava una carriera facile.
Ed è proprio qui che il cortocircuito si fa più feroce. C’è una verità indicibile che la pubblicistica ufficiale preferisce derubricare: Falcone non incontrò la mafia solo nelle terre di Corleone o nei vicoli di Palermo, ma probabilmente la respirò, sotto forma di ostilità e boicottaggio, proprio all’interno dei palazzi della giustizia. In quei corridoi felpati dove il correntismo, l’isolamento dei magistrati non allineati e il cinismo burocratico agivano con la stessa efficacia letale del piombo.
Gli stessi palazzi che oggi, con una metamorfosi grottesca, si riscoprono improvvisamente militanti. Assistiamo così allo spettacolo di magistrati e funzionari dello Stato che, invece di incarnare la terzietà della legge, intonano Bella ciao per festeggiare la vittoria di un referendum politico, trasformando le austere aule dei tribunali in sezioni di partito. La stessa canzone, lo stesso spartito del conformismo che serve a coprire le contraddizioni di un sistema che ha scambiato la giustizia con l’appartenenza ideologica.
Due facce della stessa medaglia
Celebrare oggi Falcone significa liberare la sua memoria sia dalla fanghiglia mafiosa che ancora tenta di infiltrarsi nelle pieghe dello Stato, sia dalla retorica di chi usa la patente democratica come un marchio commerciale o una clava da scagliare contro l’avversario. L’antifascismo e la mentalità mafiosa sono due facce della stessa medaglia conformista. Entrambi rifiutano il merito, entrambi temono l’uomo libero. Entrambi prosperano sul ricatto del pensiero unico e sulla pretesa di decidere chi ha il diritto di parlare e chi deve essere ridotto al silenzio. A 33 anni da Capaci, il modo migliore per onorare quella trincea non è sventolare bandiere di parte o intonare inni d’ordinanza, ma ritrovare il coraggio dell’eresia contro ogni forma di prepotenza, sia essa criminale o ideologica.
Tony Fabrizio