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440500-conan_frank_frazetta53Roma, 15 giu – L’idea dell’ultimo uomo sulla terra è stata ampiamente sondata dalla letteratura e dal cinema di fantasia, non ultimo in chiave ironica con la serie tv americana chiamata appunto The Last Man on Earth. Come abitare un mondo disabitato, come riportare in vita la civiltà? Già, ma quale civiltà? È la domanda che deve essersi posto Robert Ervin Howard, “l’ultimo celta”, come lo definì il suo biografo Glenn Lord.

Howard è noto soprattutto per essere il papà di Conan il barbaro, ma nonostante la sua morte prematura a soli 30 anni ci ha howard-ultimo-uomo-biancolasciato una mole sterminata di romanzi, racconti, frammenti incompiuti. In questo lascito enorme è contenuto anche “The Last White Man”, racconto del 1920 che nel nel 1991 le Edizioni di Ar tradussero per la prima volta in italiano. Ora, come a ribadire la preveggenza dell’iniziativa editoriale alla luce dell’esodo biblico in corso, la casa editrice di Franco Freda ha deciso di ristampare il libretto (L’ultimo uomo bianco, 6 euro, per ordini info@libreriaar.com).

L’idea di questo racconto apocalittico è che a finire non sia la civiltà in assoluto, qualora essa sia mai esistita, ma la nostra, incarnata appunto da questo neo-barbarico uomo bianco ormai accerchiato da genti di opposta estrazione etnica e destinato a una titanica quanto disperata resistenza.

Con lui, con l’ultimo uomo bianco, finisce quell’avventura storica iniziata migliaia di anni fa con le invasioni indoeuropee, in quella preistoria eroica che Howard trasfigurerà nella sua immaginaria Era Hyboriana, situata tra lo sprofondamento di Atlantide e la storia a noi conosciuta, e su cui scrisse anche un vero e proprio saggio pseudo-storico, The Hyborian Age.

002e-FrazettaLa trama del racconto è ansiogena e apocalittica, comunque non più di un viaggio su un autobus notturno in una linea periferica. Ma chi era, Robert Howard? Schivo, dedito più alle letture che alla vita sociale, l’uomo ricorda vagamente in foto Al Capone. Nato nel 1906 nella provincia del Texas, da padre medico e da madre di origine irlandese, in circa undici anni riuscirà a comporre oltre cinquecento opere. La sua unica passione, del resto, sono i libri, ai quali però in gioventù si unisce il pugilato e il bodybuilding, che il ragazzo utilizza per farsi rispettare a scuola.

La sua carriera da scrittore inizia nel luglio del 1925, quando la rivista pulp Weird Tales gli pubblica il racconto “Spear and Fang”. Ben presto Howard si costruisce un pubblico di nicchia ma fedelissimo, tra cui H.P. Lovecraft. Pur nelle marcate differenze letterarie, i due avevano del resto non poche somiglianze, in quanto scrittori del fantastico, abitanti di un’America provinciale ricca di influenze propriamente europee, ostili alla mescolanza razziale. Tra i due, intorno al 1930, nascerà anche un fitto rapporto epistolare.

Nonostante il successo – Howard ha, letteralmente, inventato un genere, l’heroic fantasy – il pessimismo epocale si fa dramma umano quando, nel 1935, riceve la notizia di una malattia incurabile diagnosticata alla madre, che cade in coma. L’11 giugno del 1936, Howard si dirige in auto verso il deserto, dove si suicida con un colpo di pistola alla tempia. La madre lo seguirà il giorno successivo.

Malgrado una produzione amplissima e variegata, che contempla anche romanzi western e le avventure di Solomon Kane, spadaccino puritano del XVI secolo, Howard è oggi ricordato solo per la sua vasta produzione di heroic fantasy, e in particolar modo

Robert Ervin Howard
Robert Ervin Howard

per il personaggio di Conan, l’eroe nietzscheano e amorale, muscoloso e barbarico, orgogliosamente privo di sovrastrutture e di travaglio interiore.

A sua volta, tuttavia, il guerriero cimmero non avrebbe mai penetrato con tanta forza l’immaginario collettivo se non fosse stato per il contributo di altri due uomini: Frank Frazetta e John Milius.

Nato nel 1928 e morto cinque anni fa, Frazetta è l’autore delle nove copertine dell’edizione Lancer della saga di Conan. Identificandosi totalmente con la poetica howardiana, il disegnatore contribuirà al definitivo superamento dell’eroe “pulito”, stile peplum italiano, per dar vita a immagini di pura animalità selvatica, molto più oscure e intriganti.

Anche Milius, il regista del mitico Conan il barbaro (1981), condivide totalmente la visione howardiana del fantasy e anche della vita stessa («Howard e io abbiamo la stessa visione della civiltà»). Per dar vita alle visioni dello scrittore e ai disegni di Frazetta viene scelto l’allora sconosciuto Arnold Schwarzenegger, granitico culturista dall’evocativo accento austriaco.

Chiamato dalla stampa americana «l’Hermann Goering della sua generazione» e autodefinitosi «fascista zen», Milius concepisce la pellicola come parabola zarathustriana, con, parole sue, «un senso genuino di moralità pagana».

Dopo il capolavoro di Milius, l’eroe cimmero tornerà sullo schermo con il noioso Conan il distruttore (1984) di Richard Fleischer, e con l’omonimo e “blasfemo” Conan il barbaro del 2011, in cui protagonista è l’hawaiano Joseph Namakaeha Momoa. L’eroe di Milius, a quanto pare, era davvero l’ultimo uomo bianco.

Adriano Scianca

(articolo uscito su Libero del 14 giugno 2015)

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