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Roma, 1 gen – Il presente scritto non intende negare il concetto di dittatura come forma di governo autoritario e di accentramento del potere nelle mani di un singolo o di una ristretta cerchia di uomini, ma contestare il fatto che la si consideri un ordinamento a sé stante, alla stregua di quelli retti da regimi democratici, così da costituire una dicotomia funzionale alla narrazione del “pensiero unico” dei nostri giorni. Quest’ultimo tende a contrapporre schematicamente “bene” e “male”, “libertà” e “oppressione”, “società aperte” e “società chiuse”, secondo le categorie ideate dal liberale Karl Popper. In realtà la dittatura non esiste nella dottrina politica: soltanto gli antichi Romani, con la loro grande saggezza, previdero l’istituto della dittatura, consistente nella designazione, in casi straordinari, di un dictator cui erano concessi i pieni poteri per un periodo limitato. Le dittature più recenti, siano esse rivoluzionarie o reazionarie, militari e non, sono state tutte delle parentesi, delle particolari fasi storiche. Non è un caso che infatti, dopo la morte del dittatore carismatico, ben pochi regimi siano durati a lungo. Diverso il discorso per i sistemi di stampo comunista, dove la presenza di robusti apparati burocratici e di partito ha garantito e garantisce ancora, dove sopravvivono regimi siffatti, la continuità degli stessi.
Il richiamo a queste realtà può senz’altro essere utile a rammentare come anche nel pensiero di Marx la dittatura sia da intendersi come una condizione transitoria, che consenta alla classe lavoratrice di instaurare una “dittatura del proletariato”, servendosi dello Stato, il mezzo con cui la borghesia esercita il proprio dominio di classe, per liquidare i capitalisti ed effettuare l’esproprio e la contestuale collettivizzazione dei mezzi di produzione. In seguito, abolite le differenze di classe, lo Stato, venendo meno la sua funzione di strumento di potere di una classe, si estinguerebbe naturalmente. Rimane da capire – e questo è senz’altro uno dei punti più deboli del pensiero del filosofo di Treviri – come lo Stato, una volta raggiunto il punto di sua massima potenza, si possa dissolvere. Come la pletora di funzionari, burocrati e militari instauratasi accetterebbe di lasciare il proprio posto? Questo e tanti altri sono infatti i motivi dell’esito disastroso del socialismo reale.
Quando si parla di dittatura, in Italia, si pensa subito al fascismo, considerato dai più come un “bieco ventennio” e poco altro. In realtà il fascismo, come dimostrato da Renzo De Felice in opposizione alla storiografia marxista, che in esso non vedeva altro che il “regime reazionario di massa” di togliattiana memoria, costituì un autonomo filone ideologico, alla stregua del comunismo e del liberalcapitalismo, ponendosi come alternativo a entrambi. La natura autoritaria del regime fascista, peraltro orgogliosamente rivendicata dai suoi esponenti, è indubbia; che il fascismo al potere si sarebbe in ogni caso deterministicamente evoluto nella forma che poi assunse, e che il fascismo abbia in sé il germe della dittatura è però tutt’altro che dimostrato.
Beninteso, il fascismo elaborò una dottrina che respinge la democrazia secondo il modello liberal-democratico oggi dominante, presentandosi come sostenitore della «forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come dev’essere, qualitativamente e non quantitativamente», ma esiste un’interpretazione univoca di cosa sia la democrazia? Non si può negare che Mussolini, che non divenne primo ministro con un colpo di Stato ma fu nominato dal Sovrano e ricevette la fiducia di larga misura in entrambi i rami del Parlamento, cercò a più riprese la collaborazione coi socialisti, che intendeva coinvolgere nell’esecutivo. Poi venne il delitto Matteotti, rispetto al quale Mussolini era assolutamente estraneo, che come noto fu alla base della svolta autoritaria del fascismo: da qui le “leggi fascistissime” e la soppressione delle libertà individuali, a cui si aggiunsero i provvedimenti del ’26, assunti in seguito ai ripetuti attentati alla vita del Duce. La dittatura fascista, nella forma in cui si configurò, non fu quindi che uno dei possibili sbocchi di quell’esperienza, checché ne dica il buon Emilio Gentile, che nel suo E fu subito regime sostiene la tesi contraria.
Ma siamo poi sicuri che il giudizio sulle dittature debba essere necessariamente negativo? Ancora si dibatte sulla figura di Oliver Cromwell, condottiero britannico che mise fine all’assolutismo monarchico in Inghilterra e in seguito dittatore, considerato da molti come il padre della moderna Inghilterra liberale. Oppure, proprio nell’epoca tra le due guerre, come considerare il generale polacco Pilsudski, che fermò i cosacchi dell’Armata Rossa alla porte di Varsavia e nel ’26, ispirandosi alla coeva esperienza italiana, instaurò un governo forte che ridette ordine e prosperità al paese? Oppure il maresciallo finlandese Mannerheim, eroe nazionale nel suo Paese, che salvò dai sovietici, o ancora il dittatore “filofascista” greco Metaxas, ricordato per le avanzate riforme sociali promosse sotto il suo governo, ma soprattutto per il fiero rifiuto, l’oxi (il “no” greco), opposto all’ultimatum italiano alla Grecia nel 1940, fatto ancora oggi celebrato con una festa nazionale nella Repubblica ellenica ogni 28 ottobre? O infine il turco Ataturk, il padre della moderna e laica Turchia, messa oggi in discussione dall’islamista Erdogan?
E, sinceramente, è possibile pensare che il fascismo potesse realizzare quelle opere, quelle riforme, quella realizzazioni la cui bontà è oggi sempre più universalmente riconosciuta, nel contesto dell’italietta liberale del dopoguerra, caratterizzata dal parlamentarismo chiassoso e inconcludente, da governi debolissimi della durata di pochi mesi, in un Paese dilaniato da scioperi e tensioni sociali? Il fascismo non soppresse la democrazia, la seppellì.
Già che si sono largamente superati i limiti del politicamente corretto, ci permettiamo di dire che, in taluni casi, la dittatura non è solamente legittima, ma auspicabile. Si pensi per esempio a quegli Stati arabi o mediorientali dove il metodo democratico può consentire ai partiti fondamentalisti di prendere il potere, come ad esempio avvenuto in Egitto dove, in seguito alla cacciata del dittatore Mubarak, fu democraticamente eletto presidente Mohamed Morsi, legato ai Fratelli Musulmani, intenzionato ad instaurare una forma di Stato basata sulla Sharia, la legge islamica, tentativo come noto sventato dal colpo di Stato del generale Al Sisi, al quale va ascritto il merito di aver quantomeno ristabilito una soddisfacente libertà religiosa nel Paese. Oppure ai regimi di Gheddafi o Saddam Hussein, senz’altro autoritari, ma che avevano garantito la laicità dei rispettivi Stati, contrastando efficacemente il terrorismo ed assicurando ai propri cittadini più che dignitosi livelli di benessere.
Poi, in epoche diverse, quando magari non c’era più alcuna ragione di carattere geopolitico che suggerisse l’utilità della loro permanenza al potere, questi dittatori sono stati additati agli occhi della comunità internazionale come i novelli Hitler, incarnazioni viventi del “male assoluto”, col beneplacito di gran parte dell’“informazione libera” e delle organizzazioni dirittoumaniste, e deposti con sanguinose guerre umanitarie, che hanno regalato a quei Paesi miseria e distruzione: gli effetti collaterali delle “esportazioni di democrazia”.
Filiberto Maffei





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3 Commenti

  1. Ben detto: l’Italia avrebbe realmente bisogno di una dittatura oggi più che mai e soprattutto più dell’ultima esperienza risalente ad un’ottantina di anni fa.
    Basta uscire di casa per rendersene conto (ma chi non è mai stato in altri paesi europei pensa sia normale..): sporcizia e degrado ovunque (per limitarci alle cose quotidiane evidenti a tutti, senza necessariamente tirar fuori omicidi impuniti, favori alle banche etc..) e nessuno che viva questo paese con la medesima attenzione che pone a casa propria.
    Eppure ne guadagneremmo tutti! solo che non sarebbe sufficiente un anno come ai tempi dei romani: tanto ci siamo devastati che ne avremmo bisogno almeno per tre generazioni, affinché l’ultima non si faccia deviare allo stato barbarico inestirpabile dai soggetti prodotti da questa insulsa società liberal massonica, potendo quindi riacquistare quella libertà politica verso cui noi ci siamo rivelati indegni.
    Tanto fa schifo questo sistema e le edulcorazioni linguistiche a cui ricorre per abbellirsi che io proporrei una nuova forza politica che non sia né di parte e né tantomeno democratica, ma totale ed autoritaria!

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