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Roma, 24 lug – Prima o poi arriva il momento in cui il meccanismo si inceppa. A quel punto si può prendere atto della cosa, oppure non rassegnarsi e continuare a girare a vuoto. La seconda è esattamente la scelta che ha fatto Roberto Saviano, il paraguru della sinistra al caviale. Una sinistra che oggi, però, si ritrova alla canna del gas. Se prima gli appelli alla mobilitazione funzionavano, i girotondi infestavano le nostre piazze e le cannonate buoniste di qualche autorità morale facevano ancora il loro effetto, oggi tutto questo è finito. Nell’era dei social, in effetti, è più difficile. E gli hater (parola magica per squalificare chiunque critichi la Boldrini di turno) non perdonano.
Ed è così che Saviano, alla fine, si è ritrovato solo nella sua lotta contro Salvini e il governo gialloverde. Gli altri? Tutti dileguatisi non appena hanno capito che le supercazzole e la riproduzione della banalità antifascista non pagano più. Anzi, ormai ti danneggia. Eppure, visto che Saviano non può resistere due ore senza fare il martire, eccotelo lanciare l’ennesimo appello dalle colonne di Repubblica. Tra un pianto e uno sbadiglio, l’inquilino dell’attico newyorchese chiama a raccolta le poche truppe superstiti: «Dove siete? Perché vi nascondete? Amici cari, scrittori, giornalisti, cantanti, blogger, intellettuali, filosofi, drammaturghi, attori, sceneggiatori, produttori, ballerini, medici, cuochi, stilisti, youtuber, oggi non possiamo permetterci più di essere solo questo. Oggi le persone pubbliche, tutte le persone pubbliche, chiunque abbia la possibilità di parlare a una comunità deve sentire il dovere di prendere posizione. Non abbiamo scelta. Oggi tacere significa dire: quello che sta accadendo mi sta bene. […] E il silenzio, oggi, è un lusso che non possiamo permetterci».
Per il resto, il buon Saviano ci ammannisce i soliti luoghi comuni e le solite fake news su immigrazione, Ong, Costituzione in pericolo e via delirando. Ma l’apice viene raggiunto quando lo scrittore tenta di rinverdire gli antichi fasti della sinistra: «Con Berlusconi, in fondo, era tutto più chiaro: c’era lui e c’eravamo noi. Criticarlo portava conseguenze, reazioni forti, artiglieria di fango, ma c’era una comunità attiva, che si stringeva attorno a chi lo faceva. Prendere posizione contro Berlusconi non significava perdere share, copie, consenso. […] Oggi non è più così e in questo governo si stenta a scorgere i germi di qualcosa di estremamente pericoloso». Eccolo il punto: nell’era della monopolizzazione mediatica, in assenza di social e contradditorio (quello che peraltro Saviano non ha mai accettato), in fondo non si rischiava nulla ad attaccare Silvio, a gridare a fantomatiche «marce su Roma». Oggi, invece, almeno un «vaffa» te lo prendi. Una figuraccia la rimedi molto più facilmente. E se non hai la faccia di bronzo di Saviano, è ovvio che a un certo punto ti stanchi. E magari, finalmente, preferisci restartene in silenzio. Perché – ditelo anche a Saviano – il silenzio non è un lusso: è proprio oro.
Elena Sempione





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6 Commenti

  1. “paraguru”…
    mai definizione fu più azzeccata per un personaggio come Saviano, dopo quella generica di “accoglioni” coniata per i rossomagliettati dell’accoglienza (a casa degli altri,beninteso).
    colpito ed affondato !

  2. “Amici cari, scrittori, giornalisti, cantanti, blogger, intellettuali, filosofi, drammaturghi, attori, sceneggiatori, produttori, ballerini, medici, cuochi, stilisti, youtuber…”
    Operai no?
    (E presumo che per cuochi intenda i giudici di masterchef).

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