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Scuola e “antirazzismo”: l’ideologia che riscrive il conflitto sociale

by Sergio Filacchioni
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antirazzismo

Roma, 23 dic – L’intervista a Oiza Q. Obasuyi pubblicata da Domani è un esempio paradigmatico di come una parte del dibattito pubblico italiano stia tentando di ridefinire il perimetro del conflitto politico. Partendo da episodi mediatici marginali – una canzone fuori luogo in uno studio televisivo, una frase provocatoria pronunciata anni fa da un giornalista – si costruisce una narrazione compatta: l’Italia sarebbe attraversata da un “razzismo sistemico” così profondo da rendere necessaria una rieducazione culturale strutturale, a partire dalla scuola.

L’antirazzismo come grimaldello sulla scuola

Ovviamente il problema non è negare l’esistenza di discriminazioni o episodi di razzismo in assoluto. Il problema è il salto logico che trasforma ogni stortura della comunicazione o della politica in prova di un sistema oppressivo onnipresente. In questa prospettiva, nulla è più contingente o discutibile: tutto è sintomo, tutto è struttura, tutto è colpa. Il cuore del discorso è la scuola. Secondo questa visione, l’istruzione italiana sarebbe ancora oggi “segregante” e incapace di garantire uguaglianza reale. Ma ciò che viene presentato come razzializzazione è, nella maggior parte dei casi, disuguaglianza sociale. Famiglie con meno risorse economiche e culturali orientano i figli verso percorsi più brevi e professionalizzanti. È un problema serio, ma non si risolve introducendo moduli di “educazione antirazzista”. Si risolve con politiche sociali, investimenti, ascensore sociale. Trasformare la scuola in un laboratorio ideologico significa aggirare il nodo materiale e scaricare la responsabilità sul linguaggio e sulle rappresentazioni.

La razzializzazione del conflitto sociale

Questo impianto non nasce dal nulla. È coerente con il pensiero che Obasuyi sviluppa nel suo saggio Corpi estranei, testo che è insieme un classico prodotto dell’antirazzismo post-coloniale e un vero e proprio manifesto del razzialismo: una visione che non si limita più a denunciare il razzismo, ma lo assume come chiave interpretativa totale del reale. Qui il razzismo non è più un fenomeno da analizzare nei suoi diversi livelli, ma un sistema totale e onnipresente che ingloba leggi, linguaggio, scuola e relazioni sociali, che dev’essere “corretto” chiedendo riconoscimento, silenzio e ristrutturazione simbolica prima ancora di un confronto politico reale. La disuguaglianza di classe viene progressivamente riassorbita nella categoria della razzializzazione, il conflitto sociale traslato in conflitto simbolico e identitario. In questo schema, l’esperienza soggettiva – reale o legittima che sia – viene elevata a chiave interpretativa esclusiva, mentre il dissenso rischia di essere letto come negazione o complicità. È da questa cornice che discende l’idea di una scuola chiamata non a correggere le disuguaglianze materiali, ma a rieducare culturalmente, sostituendo il confronto politico con l’adesione a un lessico e a una visione del mondo precostituiti.

Un espediente retorico che evita il confronto

C’è poi la questione della cittadinanza e dell’immigrazione. Anche qui il confronto viene bloccato sul nascere. Qualsiasi riflessione sui limiti dello ius soli, sulla tenuta dei sistemi di accoglienza o sull’impatto demografico viene ricondotta a una presunta matrice suprematista. È un espediente retorico che evita il confronto politico e produce una conseguenza precisa: chi pone il problema viene delegittimato prima ancora di parlare. Il rischio più grande, però, è culturale. L’antirazzismo, da sedicente strumento di tutela delle persone, si trasforma in dogma educativo tutt’altro che neutro. Non più pluralità di sguardi, ma un’unica lente interpretativa: l’uomo bianco europeo è colpevole di tutto. E così la scuola si trasformerebbe da luogo del conflitto e del pensiero critico, a spazio di correzione morale. È un modello che non produce integrazione, ma decostruzione. Se l’Italia, e la scuola, hanno bisogno di qualcosa, non è di nuove etichette importate né di pedagogie salvifiche. Ha bisogno di tornare a parlare di nazione, giustizia sociale, lavoro, istruzione senza farsi dettare l’agenda da categorie che funzionano altrove e qui diventano strumenti di semplificazione ideologica.

La colonizzazione dell’antirazzismo

E soprattutto ha bisogno di sottrarre la scuola a questa nuova forma di colonizzazione culturale, che mentre denuncia retaggi e oppressioni finisce per imporre un pensiero unico, moralizzato e colpevolizzante. Una scuola che abdica alla sua funzione critica per diventare veicolo di un’ideologia – per quanto presentata come “necessaria” o “progressiva” – smette di formare cittadini liberi e consapevoli e inizia a produrre soggetti conformi. Il conflitto sociale, quello reale, non si risolve rieducando il linguaggio o riscrivendo simbolicamente la realtà, ma affrontando le fratture materiali che attraversano il paese. Tutto il resto è una scorciatoia ideologica che assolve chi la propone e rimanda le soluzioni.

Sergio Filacchioni

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