Roma, 5 ott – L’Italia è un paese anziano, in cui la senilità supera la natalità e dove la minoranza giovane ha assunto i comportamenti e la forma mentis della maggioranza. La conseguenza naturale di questa condizione è l’assunzione di una postura fondamentalmente conservatrice, refrattaria alla potenza e orientata all’immobilismo. Oltre alla questione meramente anagrafica, si aggiungono convergenze strutturali e storiche che contribuiscono a questa tendenza: sia perché, per sopravvivere, l’Italia ha dovuto adagiarsi e conformarsi alla volontà di dominatori stranieri o signorotti locali, sia perché ospita la sede della Chiesa, istituzione conservatrice per antonomasia, garante per secoli della pace sociale e del potere costituito.
Il popolo italiano ha saputo farsi concavo o convesso in base alle circostanze storiche, mantenendo incredibilmente intatta la propria omogeneità, pur di fronte alla spropositata quantità di invasioni che hanno attraversato la penisola nel corso dei millenni. Dal punto di vista dell’omogeneità, non è scorretto affermare che la Germania o la Spagna presentino una diversità interna maggiore rispetto all’Italia. Se confrontati ai tedeschi, un siciliano e un lombardo appaiono più simili di quanto potrebbe sembrare: basti pensare alla famosa spaccatura storica tedesca tra cattolici e protestanti. Oggi sopravvive un provincialismo diffuso, ma la convinzione dell’eterogeneità è un retaggio politico che impedisce il compimento di una vera pedagogia nazionale.
Il provincialismo come destino politico dell’Italia
Il superamento di questa concezione campanilistica e provinciale fu uno dei pilastri pedagogici del ventennio fascista: la convinzione che la divisione interna conducesse inevitabilmente all’irrilevanza storica. Non è un caso che gli italiani conservino l’avversione all’idea di un potere centrale: per secoli si sono dovuti infatti adattare alla realtà di un territorio frammentato in piccoli Stati e ducati, in cui la sottomissione alle leggi del padrone locale si sostanziava in una questione di vita o di morte. L’avvento del socialismo non ha rappresentato una frattura radicale con la precedente linea di pensiero di matrice positivista e razionalista occidentale, ma si proponeva di esserne il compimento autentico e scientifico: la necessità di un progresso umano lineare e inevitabile, la visione del socialismo come superamento e continuazione del capitalismo, la concezione materialistica ed economica della storia. I comunisti italiani, dal canto loro, rimanevano e rimangono pur sempre italiani: la sinistra ha esercitato, al pari della Chiesa e della monarchia, un’azione essenzialmente conservatrice, prima opponendosi all’entrata dell’Italia nel primo conflitto mondiale, che ebbe oggettivamente un ruolo cruciale nel compimento della parentesi risorgimentale, poi sabotando attivamente la pedagogia nazionale fascista, che mirava alla creazione di un nuovo italiano svincolato dalla morale borghese, di cui le istituzioni ecclesiastiche e monarchiche con cui il regime fu costretto a convivere furono massime espressioni.
Nel dopoguerra, in molte famiglie conviveva la dicotomia casa del popolo-campanile: all’interno dello stesso nucleo familiare potevano coesistere il padre socialista, la moglie devota e i figli chierichetti, a dimostrazione del fatto che le identità politiche potevano sovrapporsi ad appartenenze familiari e religiose molto profonde e radicate. L’opera Don Camillo ben fotografa quell’Italia conservatrice e conformista degli anni Cinquanta, in cui nello stesso paese di provincia potevano convivere le due figure di riferimento: da un lato il prete con la sua morale cattolica, dall’altro il commissario del Partito comunista con la sua morale socialista, perennemente in conflitto ma segretamente amici-nemici.
Dalla rivoluzione alla conservazione
L’individuo di sinistra odierno, spogliato delle sue apparenze, non è altro, in fin dei conti, che un borghese ipersocializzato, che ha assorbito appieno la retorica e la morale dominante italiana e non ha fatto altro che convertirla in una postura ribelle. La sinistra oggi non crea nessun valore, non si dà alcuno scopo e non arreca alcun contributo innovativo; tutto ciò che fa è accusare l’attuale società di non essere abbastanza intransigente nel difendere i propri valori. L’odio per la Costituzione repubblicana da parte delle frange di estrema sinistra non va letto come un rigetto filosofico della democrazia parlamentare in quanto tale, bensì come un’accusa indignata verso un tipo di democrazia ritenuta incompleta e mutilata, in cui l’unica libertà concessa si sostanzierebbe nella libertà borghese di detenere capitale e proprietà privata e rispetto alla quale, dunque, solo le democrazie popolari di stampo socialista rappresenterebbero le reali alternative.
Discorso analogo per quanto riguarda l’anticlericalismo: i comunisti non rigettano i valori cristiani in linea di principio; anzi, sotto molti aspetti si possono scorgere importanti convergenze. Ciò che fanno è piuttosto accusare la religione di distrarre le masse proletarie dai loro reali interessi materiali tramite la coercizione e la promessa di un aldilà ultraterreno. Una dinamica non troppo diversa da ciò che ha sempre professato il socialismo attraverso l’illusione di un mondo pacificato e di una fase conclusiva della storia umana, caratterizzata da uguaglianza, fraternità e giustizia, non nell’aldilà ma nella vita terrena. Sostituite Dio con il processo storico, la Bibbia con Il Capitale, Gesù con Marx. La morale cristiana continua a permeare la nostra realtà, nonostante l’ateismo e il materialismo diffusi, proprio in quelle retoriche umanitarie e ipocrite professate dal marxismo contemporaneo, portate avanti da individui ipersocializzati e falsi moralisti. L’azione della sinistra in Italia è una continua conservazione dell’egemonia culturale, che utilizza concetti come la “morale” o il “bene” come ricatto emotivo per mantenere il proprio controllo, arroccata nella difesa dei propri privilegi borghesi, proprio come ha sempre fatto la Chiesa con la promessa del paradiso.
La morale come strumento di egemonia
L’Italia, paese vecchio e sclerotizzato, è ancora convinta che il conflitto sia stato sradicato dalla storia dopo la caduta del Muro di Berlino, ed è proprio la sinistra che oggi guarda con preoccupazione al movimentismo giovanile di destra, consapevole di aver perso il suo appeal nei confronti delle classi popolari e degli strati bassi della popolazione e di possedere soltanto il monopolio della cultura come ultima, disperata linea di difesa. Non a caso ha attinto a piene mani dal bacino rappresentato dalle seconde generazioni di immigrati, il nuovo proletariato diseredato da utilizzare per i propri scopi. Questo ribaltamento, in sintesi, ridefinisce i ruoli storici della politica: chi si oppone allo status quo e alla morale dominante della cosiddetta società civile non è chi predica l’uguaglianza e l’accoglienza, ma l’esatto opposto. La negazione del conflitto non è altro che un alibi con cui salvaguardare i propri interessi acquisiti: la prosecuzione dei propri fini egoistici, trincerandosi dietro un’ideologia utopistica e ipocrita.
Ciò serve innanzitutto all’individuo ipersocializzato, cioè a chi predica il “bene”, per mantenere pulita la propria coscienza, sentirsi dalla parte “giusta” della barricata e, in sintesi, difendere la propria posizione privilegiata in una società che custodisce la sua morale umanitaria e post-storica senza metterla in discussione.
Il ritorno del conflitto
Il socialismo, il liberalismo e il cristianesimo sociale condividono un peccato originale antropologico e biologico: l’idea che la storia abbia una direzione morale e lineare verso un punto di arrivo, che il fine ultimo dell’umanità sia la pace universale e la giustizia. Tutte queste interpretazioni tendono a nascondere la realtà dei rapporti di potere e la legge della forza e del conflitto, agendo come un vero e proprio oppio dei popoli. Le dispute interne tra i gruppi di estrema sinistra sono la prova lampante di tutto ciò: nella teoria, il marxismo dovrebbe essere mosso da un ideale di progresso e fratellanza, ma quando scende sul campo non fa altro che produrre gerarchie interne, esercitare violenza per il controllo del territorio e alimentare scontri tra gruppi in competizione. L’uomo non può, in definitiva, sfuggire alla sua natura orientata alla sopraffazione e al conflitto, dati ineliminabili della storia umana.
Ammettere ciò e abbracciare una Weltanschauung orientata al potere è una forma di onestà intellettuale autenticamente rivoluzionaria nel contesto attuale, ed è più dignitoso che nascondere i propri interessi e la propria volontà di potenza dietro una patina di falso moralismo, come fanno i borghesi di sinistra. Il comunismo non è altro che un sistema di pensiero che a parole difende i deboli, ma nei fatti vuole livellare verso il basso chi cerca di emergere; chi osa uscire dai parametri della mediocrità provinciale diventa una minaccia a questo sistema marcio. Ma, parafrasando Mao Zedong, questi borghesi non sono altro che tigri di carta.
Michele Cucchi