Roma, 5 ott – Pedro Sánchez ha convocato elezioni anticipate per il 29 novembre. Nel discorso con cui ha sciolto le Cortes ha riproposto la grammatica che lo ha reso un riferimento della sinistra europea: la maggioranza sociale contro le élite, lo Stato sociale contro «l’altare del 5%», la Spagna progressista contro l’«ondata di estrema destra». Il motivo concreto del ritorno alle urne è però molto meno edificante: dopo la bocciatura dei decreti sulla casa, il governo non dispone più dei numeri necessari. È il punto di arrivo di una legislatura costruita sulla distanza tra la forza della rappresentazione di Sánchez e la fragilità della maggioranza che lo sosteneva.
Sánchez e la maggioranza “bastarda” costruita dopo la sconfitta
Va ricordato infatti, in questo momento di lacrime e sofferenze del progressismo europeo, che il secondo governo Sánchez non nasce da una maggioranza sociale, bensì da una vera e propria “stregoneria” politica. Nel luglio 2023 il Partido Popular arrivò primo con 137 seggi e il 33,1%, mentre il PSOE si fermò a 121 e al 31,7%. Sánchez riuscì comunque a essere investito con 179 voti grazie a una maggioranza che comprendeva Sumar, nazionalisti baschi e indipendentisti catalani. Decisivi furono i sette deputati di Junts, ottenuti attraverso un accordo che comprendeva l’amnistia per gli esponenti del procés. Non una maggioranza politica omogenea, quindi, ma un sistema di patti tra forze spesso divergenti. Una creatura bastarda che mostrava già in partenza tutti i suoi limiti. La vera abilità di Sánchez, in fondo, è stata trasformare questa precarietà in un racconto politico apparentemente sensato in grado di attutire perfino gli scandali di corruzione che lo hanno investito. Da qui nasce il personaggio ammirato ed idolatrato anche in Italia: istituzionale e antagonista, dentro le strutture europee e atlantiche ma capace di costruire una propria autonomia retorica contro Trump, sul 5% Nato o sulla guerra. La radicalità è rimasta più evidente nel linguaggio che nella modifica dei rapporti di forza, ma proprio questa combinazione lo ha reso attraente per una sinistra italiana alla ricerca di un modello capace di governare senza apparire moderato.
L’immigrazione, dove la politica progressista è diventata sostanza
Sull’immigrazione, invece, il governo Sánchez ha prodotto effetti concreti. Nel 2026, dopo un accordo con Podemos, ha avviato una regolarizzazione straordinaria che ha raccolto 1.174.978 domande, più del doppio delle circa 500mila previste. Pochi giorni dopo Irene Montero spiegò a Saragozza quale dovesse essere, secondo Podemos, il passaggio successivo: «Abbiamo ottenuto i documenti e ora puntiamo alla cittadinanza e al voto». La sanatoria non attribuisce automaticamente né nazionalità né voto alle politiche, ma una delle forze che aveva negoziato la misura con il PSOE la inseriva apertamente in un progetto politico più ampio. Poi è arrivata l’invasione migratoria di Ceuta. Tra il 29 e il 31 luglio circa 80mila persone hanno attraversato irregolarmente il confine dal Marocco, mentre 11mila sarebbero rimaste nell’enclave dopo i rientri. La crisi ha mostrato quanto fosse difficile trattare la maxi-regolarizzazione come un dossier puramente interno, separato dalla gestione delle frontiere e dallo spazio Schengen.
La smentita più pesante della narrazione costruita da Sanchez e dai suoi alleati europei intorno all’invasione migratoria è arrivata il 17 settembre dall’Europarlamento. Con 339 voti favorevoli, 225 contrari e 16 astensioni, Strasburgo ha approvato una risoluzione che esprime «seria preoccupazione» per la regolarizzazione su larga scala del governo Sánchez, definendola un fattore di attrazione capace di inviare «il segnale sbagliato» ai potenziali migranti e alle reti criminali. Il testo ha chiesto più protezione delle frontiere esterne, maggiori capacità per Frontex e il rapido rimpatrio di chi non ha diritto a restare nell’Unione, compresi i minori non accompagnati nel rispetto del diritto europeo e internazionale.
Il miglior leader della sinistra italiana lascia un ultimo regalino
In Italia Sánchez era intanto diventato quasi una leadership progressista per procura. Ad aprile Elly Schlein era a Barcellona al vertice convocato dal premier spagnolo per costruire un’agenda comune; HuffPost lo definiva «il leader di riferimento del campo progressista italiano ed europeo». Giuseppe Conte lo ha celebrato come «hombre vertical» per la sua opposizione a Washington e al 5% Nato, mentre sul Corriere Massimo Gramellini fantasticava di poter vivere «un’ora da Sánchez». Un fascino nato proprio dalla capacità di tenere insieme governo e opposizione, europeismo e ribellione, atlantismo e anti-Trump, apertura migratoria e protezione sociale. Sánchez ha saputo trasformare tensioni reali in una narrazione coerente, edificante e moralista. Perfino oggi che quella costruzione arriva alla cuenta, Pedro prova ancora a convertire la perdita della sua maggioranza in una scelta epocale tra progresso e reazione. Non poteva certo mancare di lasciare ai suoi leccaculo italiani un ultimo appiglio umidiccio.
Sergio Filacchioni