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E se l’antifascismo si curasse leggendo? La sinistra e la paura dell’immaginario

by Carlomanno Adinolfi
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Roma, 2 feb – A intervalli regolari, a sinistra riemerge la solita polemica stantia su un autore X che “non può essere usato”, “citato” o “sfruttato” dai fascisti o, più in generale, dalla destra. Oggi Elly Schlein ha dichiarato che la sinistra deve “riprendersi Tolkien”; prima di Natale era stata la volta della polemica su Atreju e Michael Ende, che la destra “non poteva utilizzare”. E vogliamo parlare di quando scoppiò lo stesso caso su Ezra Pound? In realtà accadde anche con Gabriele D’Annunzio, e con molti altri. Questa polemica è molto più di uno specchio della totale assenza di cultura, nel significato anche etimologico del termine, cioè accrescimento e nutrimento: è un vero labirinto di specchi da cui è difficile che un certo mondo riesca a uscire.

La sinistra e la tentazione tolkieniana

Il copione è sempre lo stesso. Destra o fascisti parlano di un autore fino a quel momento snobbato o relegato a una sorta di damnatio memoriae dalla cultura “ufficiale”; in quell’ambiente quell’autore produce immaginario, suggestioni, persino consenso. A quel punto la grande chiesa della cultura si accorge del problema e inizia a rivendicare quell’autore, sostenendo che gli altri non possano parlarne. Fino ai primi anni Duemila il nome di Pound era patrimonio di una nicchia, peraltro spesso collocata a destra in senso ampio; poi, all’improvviso, si è assistito a una corsa di intellettuali che fino al giorno prima non si erano mai interessati alla sua memoria e che di colpo hanno sentito il bisogno di “toglierlo dalle grinfie dei fascisti”. Con esiti imbarazzanti, come la frase ricorrente secondo cui “se avessero davvero letto Pound saprebbero che non può essere associato al fascismo”: affermazione che, riferita al poeta americano, suona quantomeno ingenua. Tolkien non fu inizialmente pubblicato in Italia perché Elio Vittorini lo liquidò come robaccia fantastica. Quando uscì negli anni Settanta divenne subito icona di una certa destra radicale e da allora, nel nostro Paese, fu a lungo snobbato da gran parte del mondo accademico. Poi, nel 2001, arrivano i film tratti dalle opere di J. R. R. Tolkien, visti da milioni di persone e premiati ovunque, e parte la gara a dimostrare che Tolkien con la destra non c’entra nulla. Ende ha conosciuto un destino simile. Anche La Storia Infinita è stata a lungo trattata come roba da “fascistelli” che vivono nel loro mondo; con Fratelli d’Italia al governo e con Atreju divenuta kermesse politica di primo piano, ecco invece le vedove di Ende strapparsi le vesti. Ma dove stavano prima? E non mi metto neanche a sottolineare come questi autori siano un po’ il gatto di Schroedinger della cultura, per cui sono contemporaneamente autori marginali e autori importantissimi che sono appannaggio di tutti e non possono essere associati solo a una parte. Quando uscì la mostra su Tolkien a Roma questa stramba convivenza riusciva a coesistere in uno stesso articolo di critica su giornali tipo Repubblica o Il Fatto Quotidiano che prima dimostravano che l’autore era un patrimonio universale e poi spiegavano come fosse tutto sommato poco importante.

Una polemica sterile e anticulturale

Ma è la polemica stessa ad essere totalmente sterile e, quindi, anticulturale. Ma davvero si può parlare solo degli autori che fanno parte inequivocabilmente della “propria parte”? E come si definisce questa “parte”? Quindi un liberale può ispirarsi solo ad autori dichiaratamente liberali, un conservatore solo ad autori dichiaratamente conservatori eccetera? E fino a dove arrivano gli steccati? Perché un liberale di destra e uno di sinistra hanno recinti ancora più stringenti fino a diventare disgiunti, così come un conservatore cattolico e uno laico. E così via. E per questo poi la lottizzazione degli autori vede giochi truccati per cui si deve dimostrare che Pirandello non era fascista, che D’Annunzio col fascismo non c’entra nulla o che Pound non sarebbe mai stato fascista. E che non essendolo stati possono essere presi nella grande casa madre dell’antifascismo. Peccato che poi una volta presi d’imperio dall’antifascismo questi autori risultino sempre scomodi e indigesti.

Nessuna Weltanschauung è innocente

Vittorini quando snobbò Tolkien lo fece perché fedele a una certa linea culturale, filosofica e politica, ovvero quella dettata da György Lukács sul primato della ragione e del discorso dialettico contro ogni tipo di irrazionalismo, fecondo di spinte sovrumaniste che avrebbero potuto demolire l’ideologia egalistarista. E in fondo è la stessa promossa da Bertold Brecht tramite il suo “beato quel popolo che non ha bisogno di eroi”. E questa volontà di annichilire ogni slancio vitalista, eroico, verticale, “irrazionale” nel senso ottocentesco e romantico del termine ben si sposa con una ideologia fanatica e fideistica che vive di dualismo metafisico che vede in se stessa il bene supremo e la verità inconfutabile al di là del quale c’è solo male assoluto. Lukács stesso diceva che non esiste nessuna Weltanschauung innocente, perché o si sta dalla parte della ragione o da quella dell’irrazionale. Ecco spiegato perché alcuni autori e soprattutto alcune opere che fanno leva principalmente su un vitalismo e una simbologia eroico e irrazionale ma anche su un substrato mitico ancestrale si sposino malissimo con un certo intellettualismo accademico democratico di sinistra mentre trovi più facilmente spazio “a destra” e in particolare in una certa destra che volente o nolente è frutto di una certa eredità politica e culturale.

La sinistra e gli anime giapponesi

Una cosa che è successa anche con i manga e anime giapponesi. Negli anni ’70 l’estrema sinistra parlamentare fece interrogazioni e proclami contro la pubblicazione in Italia di storie “pericolose” che inneggiavano a valori fascisti come la delega all’eroe o al patriottismo. Ora che sono mainstream la sinistra si straccia le vesti per dimostrare come il personaggio fumettistico X sia ovviamente assimilabile tra le sue schiere bollando come ignorante qualunque destroide lo abbia nel suo immaginario. Lo abbiamo visto anche recentemente con il caso Ken il Guerriero scoppiato quando il suo creatore Tetsuo Hara ha regalato alla Meloni un suo disegno autografato. Ma come, Ken combatte contro i soprusi e le dittature e quindi è chiaramente uno di sinistra che combatte contro il fascismo, si è detto. Tralasciando la superficialità dell’analisi – secondo la quale, ad esempio, Raoul dovrebbe essere il più fascista di tutti, ma nella saga è anche tutt’altro che un personaggio negativo e non a caso è il più amato dal pubblico – poi nessuno di loro è in grado di spiegare come mai Ken, con le sue scuole aristocratiche e guerriere e con quel culto inequivocabile della violenza, non abbia mai appassionato la sinistra accademica mentre è di pancia preso come “proprio” dai giovani della destra più radicale. E lo stesso potremmo dire appunto dei vari mondi della Terra di Mezzo, di Fantasia, ma anche dei soliti cliché vichinghi, legionari, samurai eccetera. Che spesso vengono usati anche come fuga dalla realtà come “vorrei ma non posso” ma che comunque fanno sempre parte di quell’immaginario che a sinistra difficilmente ha successo.

La paura dell’immaginario

Ma in fondo è proprio questo ciò che spaventa. L’immaginario. Che poi è spessissimo indipendente dalla volontà degli stessi autori che lo hanno creato. Perché al di là delle contingenti posizioni politiche che possono aver assunto nel loro tempo – e che comunque nella stragrande maggioranza dei casi farebbe rabbrividire la sinistra, ma anche buona parte della destra attuali – le opere hanno quasi sempre travalicato l’autore stesso andando a comporre un immaginario irrazionale e simbolico che in quanto tale può essere mobilitante e può andare a costruire o accrescere una visione del mondo. Che, per ammissione dello stesso Lukács, non può mai essere innocente. Quando a sinistra vogliono “togliere” un autore alla destra, l’obiettivo è proprio questo. Togliere, sottrarre, depotenziare. A loro frega poco di averlo tra le proprie schiere, perché appunto è quasi sempre indigesto. L’importante è castrare. Combattere ogni tendenza sovrumanista spingendo per un uomo diminuito. Rendere ad esempio D’Annunzio al massimo un eccentrico playboy dandy bravo a scrivere poesie, Tolkien un buon romanziere per giovani adulti, Ende un figlio di un pittore perseguitato dal nazionalsocialismo e che scrive belle storie per bambini, gli anime delle simpatiche animazioni che però sono culturalmente minori delle “graphic novel” dei vari Zerocalcare tutti uguali a loro stessi, eccetera eccetera.

L’antifascismo si cura leggendo?

Perché la cultura intesa come accrescimento di sé è pericolosissima per chi pensa che il discorso razionale che mostra la verità assoluta e quindi il bene supremo, ben delineato, con i suoi confini insuperabili oltre il quale vi è il male fascista sia già dato, dimostrato, fisso ed eterno fornitoci per renderci tutti uguali. Questo è lo steccato, il labirinto di specchi da cui non si può uscire. A meno che non impariate a leggere e a curare il vostro antifascismo.

Carlomanno Adinolfi

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