Roma, 24 ago – L’indiscrezione circola da tempo: gli Agnelli, nel bene e nel male la più celebre dinastia imprenditoriale italiana, sarebbero pronti a cedere Fiat, il marchio che da oltre 100 anni guida e condivide i destini della famiglia torinese. E ora, con le proposte più o meno indirettamente avanzate da parte dei colossi cinesi dell’auto, gli eredi di Giovanni Agnelli, il capostipite che nel 1899 diede il via alla storia del gruppo torinese, cominciano a vacillare.

Già da tempo il capofamiglia John Elkann non ha fatto mistero di voler diversificare le attività, per non focalizzare eccessivamente i propri interessi sul settore automobilistico. Pesano in questo senso gli importanti mutamenti del comparto, alle prese con sfide – dall’auto elettrica a quella a guida autonoma – che necessitano di capitali freschi da investire. E non è un mistero – la storia di Fiat lo dimostra – che gli Agnelli siano stati sempre restii, seguendo un fil rouge che lega tutta l’imprenditoria italiana, a rischiare con capitali propri. Da qui il fiuto per le opportunità: una volta era lo Stato a metter mano al portafogli, socializzando le perdite e lasciando privatizzare gli utili, ora sono i cinesi a controllare i cordoni della borsa. Mentre l’amministratore delegato Sergio Marchionne, sia pur su posizioni non perfettamente coincidenti, dopo aver trascinato il gruppo fuori da una crisi destinata all’epoca a farlo finire nei libri di storia, sembra per ora non voler contrastare le intenzioni della proprietà.

Great Wall, stando ai rumors di mercato, è ad oggi il pretendente principale alle nozze. Ma su che basi? Gli Agnelli non cederanno alle lusinghe senza colpo ferire, questo è certo. Ecco allora l’idea, che si rafforza mentre continuano a circolare notizie sul futuro prossimo di Fiat e della conglomerata Fca: fare spezzatino degli attivi, come già in parte è avvenuto con lo scorporo e successiva quotazione di Ferrari. Candidate sono Alfa Romeo e Maserati, che potrebbero confluire in uno stesso soggetto del segmento medio-alto valutato attorno ai 7 miliardi di euro. Stesso discorso per la componentistica di Magneti Marelli, che prepara lo sbarco in borsa e può portare nelle casse di Fca fino a 5 miliardi. Circa venti miliardi è invece la valutazione del pezzo pregiato Jeep.

Il mercato crede alle ipotesi, tanto che il titolo a Piazza Affari sta facendo segnare i massimi storici. Restano però almeno due dubbi. Anzitutto a chi vendere, dato che la Cina ha la liquidità disponibile ma rappresenta anche un pericolo dal punto di vista industriale e delle intenzioni predatorie mai nascoste. E in secondo luogo cosa fare di ciò che rimane dopo lo scorporo di massa, vale a dire il marchio Fiat. Un problema non da poco dato che, a parte Alfa Romeo e poco altro, nell’ambito delle produzioni di massa i modelli prodotti negli stabilimenti italiani – dalla Panda alla Grande Punto, passato per i Ducato – sono proprio quelli Fiat.

Filippo Burla

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