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Dai “Baby nazisti” alle grigliate nere: la stampa antifascista è una fabbrica di mostri

by Sergio Filacchioni
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baby nazisti

Roma, 20 mag – La stampa progressista ha trovato i suoi nuovi mostri da prima pagina: tredici minorenni di Siena, denunciati nell’ambito dell’operazione “Format 18” e subito trasformati nel perfetto materiale narrativo per riaccendere la caccia alle streghe contro la destra buona per ogni stagione. Non un fatto di cronaca da raccontare, ma un’occasione politica da sfruttare secondo un copione già pronto: baby nazisti, chat nere, odio razziale, apologia, armi, simbologie, “galassia estremista”. Tutto dentro lo stesso pacchetto emotivo, tutto servito al lettore con il solito sottinteso: guardate cosa cova sempre sotto la destra italiana.

I “baby nazisti” e la solita emergenza nera

Il meccanismo è scoperto. Si prende un gruppo di adolescenti finiti in un circuito digitale tossico, fatto di chat chiuse, contenuti violenti, immaginario suprematista, provocazioni, deliri da tastiera e materiale criminale; si cancella ogni distinzione tra devianza, mitomania, emulazione, reato e militanza; si impasta tutto con fascismo, nazismo, odio, omofobia, razzismo; infine si consegna il risultato all’opinione pubblica come prova dell’eterna emergenza nera. Non importa che, nella stessa ricostruzione emersa finora, non risultino pestaggi, azioni sul campo, uso effettivo di armi o collegamenti strutturati con gruppi politici. Non importa nemmeno che si parli di minorenni. Il processo mediatico è già partito, e la sentenza è sempre la stessa: la destra deve essere sorvegliata. C’è poi un altro elemento rivelatore: il gusto con cui il caso viene confezionato. “C’è anche una ragazza”, si legge nei titoli, come se persino il sesso di una minorenne dovesse servire a rendere più morbosa la scena. Non siamo davanti a una semplice informazione. Siamo davanti alla costruzione di un’atmosfera. Il lettore deve vedere una setta, un focolaio, un branco, un’infezione ideologica. Deve percepire che sotto la superficie dell’Italia normale si muove sempre lo stesso mostro. E quel mostro, naturalmente, porta sempre la stessa etichetta: destra radicale, fascismo, nazismo, suprematismo.

Fanpage a caccia di grigliate nere e skinhead

La stessa dinamica si vede nel caso Mantova, che arriva a completare perfettamente il quadro. Fanpage pubblica l’audio di un discorso pronunciato durante un evento elettorale a sostegno di Luca Viani, candidato consigliere comunale con Fratelli d’Italia. L’evento si svolge in una proprietà privata sul lungolago, ma viene raccontato come il punto di contatto tra la destra istituzionale e un sottobosco radicale fatto di sigle identitarie, comitati locali, ambienti skin, riferimenti paganeggianti, cori e slogan da repertorio neofascista. A parlare, secondo la ricostruzione, sarebbe Ivan Sogari, esponente noto del Veneto Fronte Skinheads e vicepresidente del comitato Remigrazione e riconquista. Nel discorso si parla di “giuramento agli dei”, di “sterminare il germe del comunismo”, di non avere interesse per la “vil politica della democrazia”, ma di voler portare qualcuno “che la pensa come noi” nelle sale dei bottoni. Tutto viene messo in fila per dimostrare una tesi precisa: l’estrema destra non sarebbe ai margini, ma starebbe cercando di entrare nelle istituzioni usando la destra di governo come cavallo di Troia. Ma sarebbe un errore credere che Fanpage, Report o Paolo Berizzi si fermino al “sottobosco” più verace, quello che si vorrebbe liquidare sempre come corpo estraneo rispetto alla politica “pulita” (un sottobosco che invece proprio la sinistra si tiene molto stretto). Le operazioni di schedatura e dossieraggio vengono condotte in modo sistematico, dai grandi giornali come dalle sigle antifasciste, e a essere colpite non sono solo le parole più estreme, ma tutto ciò che produce immaginario, cultura, militanza, comunicazione, socialità e perfino impresa fuori dal recinto progressista. Per loro non c’è distinzione: dietro ogni discorso su identità, nazione, sicurezza o remigrazione si nasconde sempre lo stesso cuore oscuro. E ogni realtà non allineata, anche quando non ha nulla a che fare con nostalgie o reati concreti, può essere trascinata nello stesso fascicolo morale.

Non si può smettere di esistere per compiacerli

Alla stampa progressista non interessa distinguere tra organizzazione e chat, tra realtà e posa, tra politica e ambiente digitale, tra una condotta concreta e una recita adolescenziale incubata nell’estetica tossica della rete. Le interessa ricostruire ciclicamente il mostro che gli permette di assicurarsi il ruolo di sentinella del Paese, dei diritti, della libertà di stampa. È qui che il garantismo progressista mostra la sua vera natura selettiva. Quando si parla di baby gang straniere, rapine, aggressioni, risse, accoltellamenti o violenze reali, arrivano subito le spiegazioni sociali: disagio, esclusione, marginalità, periferie, mancanza di opportunità, fragilità educative. Quando invece il materiale simbolico intercettato è “nero”, non esistono più contesti, fragilità o letture complesse. Esistono solo i “baby nazisti”. La prudenza sparisce, la sociologia evapora, la gogna diventa pedagogia democratica. La verità è che l’antifascismo ha bisogno di adolescenti da sbattere in prima pagina come prova vivente dell’allarme democratico, di chat da trasformare in cellule eversive, di simboli da usare come marchi d’infamia, di episodi da dare in pasto alle “inchieste” di Report e Fanpage sulla “galassia nera”.

Ma non per questo bisogna smettere di vivere. Inutile dire che non bisogna scusarsi, prendere distanze rituali, recitare il catechismo democratico o spiegare ogni volta che “la destra non è questo”. È esattamente ciò che vogliono: costringere un’intera area politica a vivere sotto interrogatorio permanente. Perchè una certa stampa, ormai da anni, ha deciso che il suo ruolo politico è sorvegliare e colpire, di far credere che dietro le appartenenze ci sia sempre qualcuno pronto a rifondare il Terzo Reich, dietro ogni influencer un vettore d’odio. È il trucco dell’antifascismo: far credere a tutti di essere indispensabile.

Sergio Filacchioni

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