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L’Italia e la sfida della difesa senza gli Usa: ma il sovranismo parte già disarmato

by Sergio Filacchioni
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Italia

Roma, 20 mag – Il segnale arrivato da Washington è netto, anche se molti in Italia preferiranno fingere di non averlo visto. Il Pentagono ridurrà il numero delle Brigade Combat Teams assegnate all’Europa, passando da quattro a tre, riportando così la presenza americana sul continente ai livelli precedenti all’invasione russa dell’Ucraina del 2022. Il rinvio dello schieramento di circa quattromila soldati in Polonia è stato presentato come una misura temporanea, non come un ritiro generale, ma il significato politico resta evidente: gli Stati Uniti stanno ridiscutendo il proprio ruolo di garanti automatici della sicurezza europea. La nota del Pentagono lo dice senza troppi giri di parole: la collocazione definitiva delle forze americane dipenderà dai requisiti strategici degli Stati Uniti e dalla capacità degli alleati di contribuire con le proprie forze alla difesa dell’Europa. Tradotto: l’America resta, ma non intende più pagare per tutti.

In Italia si apre lo scontro politico sul 5%

Questa è la vera novità, molto più della singola brigata spostata, rinviata o cancellata. Washington non sta annunciando la fine della Nato, ma sta trasformando la Nato in ciò che è sempre stata nella sua struttura più profonda: uno strumento della strategia americana, non una badante militare gratuita per europei incapaci di difendersi. L’agenda America First applicata all’Europa non significa necessariamente isolamento, ma significa selezione degli impegni, pressione sugli alleati, richiesta di spesa, capacità e responsabilità. E infatti il messaggio arriva dopo il vertice dell’Aja del 2025, in cui gli alleati Nato si sono impegnati a raggiungere il 5% del Pil in investimenti per difesa e sicurezza entro il 2035, diviso tra un 3,5% destinato ai requisiti militari fondamentali e un ulteriore 1,5% per infrastrutture critiche, resilienza, reti, innovazione e base industriale della difesa. Dentro questo quadro esplode il caso politico italiano. Nella mozione di maggioranza sull’energia al Senato compare, poi sparisce, un passaggio che chiedeva di rivedere al ribasso gli obiettivi più ambiziosi sulle spese militari, a partire proprio dal famoso 5%. La formula era apparentemente prudente: confermare il 2%, mantenere un impegno “realistico e credibile”, includere nel computo anche sicurezza energetica e infrastrutture critiche, non compromettere la sostenibilità dei conti pubblici. Poi il testo viene limato, cancellato, ritirato. La maggioranza va in confusione, il ministero della Difesa si irrigidisce, Palazzo Chigi si allarma, la Lega prova a intestarsi il dissenso e poi a derubricarlo a questione da discutere “in altra sede”.

Spendere di più non garantisce automaticamente indipendenza

Il punto, però, non è stabilire se il 5% sia una cifra inarrivabile o meno. Come abbiamo detto molte volte, per un Paese come l’Italia, gravato da pessimismo cronico, volubilità politica, fragilità industriali e decenni di disarmo culturale ed educativo, l’obiettivo del 5% pone una sfida enorme che investe soprattutto le classi dirigenti e la capacità di pensarsi come una Nazione “nella storia”. Sarebbe ridicolo liquidare la questione con la solita retorica del “bisogna fare i compiti”. Spendere di più non significa automaticamente difendersi meglio. Il rischio concreto è che l’Italia aumenti la spesa militare non per costruire potenza nazionale, ma per comprare fedeltà politica, sistemi d’arma decisi altrove, compatibilità operative pensate per priorità non sempre coincidenti con le nostre. Il problema non è dunque il dubbio sul 5%. Il problema è la qualità politica di quel dubbio. Ed è qui che la Lega mostra il proprio limite. Perché opporsi al 5% potrebbe essere l’inizio di una discussione seria sulla sovranità militare italiana. Potrebbe voler dire: basta subalternità, costruiamo una dottrina nazionale; basta spesa di bandiera, rafforziamo industria, cantieristica, spazio, cyber, Mediterraneo, difesa aerea, logistica, capacità autonome; basta confondere la Nato con l’interesse italiano, decidiamo cosa serve davvero all’Italia nel nuovo equilibrio europeo. Invece no. Il Carroccio non apre questo discorso. Si ferma prima. Trasforma il problema strategico in riflesso contabile, la questione della potenza in lamento da talk show, la difesa nazionale nell’ennesimo capitolo del “ci sono altre priorità”.

Lo strano caso del benaltrismo sovranista

È lo stesso schema già visto sulle armi all’Ucraina. Quando Salvini diceva “basta armi, non tolgo soldi alla sanità per una guerra persa”, non stava elaborando una posizione sovrana sull’interesse nazionale italiano. Stava usando una scorciatoia emotiva: sanità contro difesa, welfare contro guerra, bisogni interni contro responsabilità esterne. Come avevamo scritto l’11 dicembre, quel frame non chiariva il ruolo dell’Italia in Europa, non indicava una pace possibile, non costruiva autonomia, ma ripeteva una narrazione comoda fondata sull’idea che ogni impegno internazionale fosse una sottrazione diretta ai bisogni sociali del Paese. Oggi la stessa grammatica torna sul 5% Nato. Cambia il bersaglio, resta il metodo. Potremmo chiamare questo metodo benaltrismo sovranista. È la versione di destra del buon vecchio “qualcuno pensi agli ospedali”, o del ben più petaloso “diamo i soldi al cinema non alle armi“. Ogni volta che si parla di difesa, c’è ben altro. Ogni volta che si parla di industria militare, c’è ben altro. Ogni volta che si parla di autonomia strategica, c’è ben altro. Ogni volta che la storia presenta il conto della potenza – o di una ben più trivia sopravvivenza – arriva qualcuno a spiegare che il vero problema è un altro. Il risultato è sempre lo stesso: non si tagliano davvero gli sprechi, non si ricostruisce il welfare, non si fonda una politica industriale, non si rafforza la difesa, non si conquista sovranità. Si resta immobili, nella posizione più comoda e più sterile: criticare il costo della forza senza proporre una forma della forza.

L’Italia davanti alla sfida di una difesa “senza gli Usa”

Il paradosso è che il disimpegno americano dovrebbe essere il momento della verità per ogni sovranista serio. Se gli Stati Uniti arretrano, anche solo parzialmente, l’Europa deve scegliere se diventare adulta o restare una periferia strategica. Se Washington dice agli alleati di pagare di più e fare di più, l’Italia dovrebbe rispondere non con l’obbedienza automatica, ma con una domanda politica precisa: pagare per cosa, con quali industrie, con quali tecnologie, con quali catene di comando, per quale area di interesse, con quale ritorno nazionale? Questa sarebbe una linea sovrana. Non “no al 5% perché ci sono le buche nelle strade”, ma “no alla spesa subalterna, sì alla potenza nazionale”. La Lega, invece, fiuta il malcontento e lo cavalca. Sa che il riarmo è impopolare. Sa che Meloni, sul piano internazionale, è costretta a presentarsi come interlocutore affidabile davanti a Washington e davanti alla Nato. Sa che una parte del proprio elettorato guarda con insofferenza agli impegni militari, all’Ucraina, alla spesa per la difesa, alla subordinazione europea agli Stati Uniti. Sa anche che alla sua destra si muovono appetiti nuovi, da Vannacci in poi, pronti a occupare lo spazio dell’insofferenza populista. Per questo prova a piantare una bandierina: noi siamo quelli prudenti, noi siamo quelli che difendono i conti, noi siamo quelli che non vogliono togliere soldi agli italiani. Ma questa è tattica parlamentare, non visione politica di lunga durata.

La storia non aspetta le opinioni e i bilanci

La differenza è decisiva. Una dottrina dice dove vuole portare il Paese. Una tattica dice solo dove vuole portare i voti. Una dottrina si assume il peso delle contraddizioni, perché sa che la sovranità costa: costa in bilancio, costa in industria, costa in formazione, costa in tecnologia, costa in sacrificio politico. Una tattica, invece, vive di rendita sul rifiuto: no al 5%, no alle armi, no agli impegni, no ai vincoli, no ai costi. Ma una nazione che dice soltanto no ai costi della potenza deve avere il coraggio di dire anche a quale sovranità sta rinunciando. È qui che il sovranismo italiano diventa la caricatura di se stesso. Per anni ha denunciato, spesso a ragione, la dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti. Ha criticato l’atlantismo automatico, l’Unione europea incapace di potenza, l’Italia ridotta a piattaforma logistica altrui. Poi, quando la realtà apre una crepa e costringe a discutere davvero di difesa, industria, esercito, tecnologia e autonomia, una parte di quel sovranismo si rifugia nel vecchio alibi: non adesso, non così, ci sono altre emergenze. Ma la storia non aspetta che i bilanci siano comodi e le opinioni pubbliche siano pronte. Le nazioni che non costruiscono potenza quando è difficile scoprono sempre troppo tardi quanto costa non averla costruita.

Il pacifismo disarmista ha già la sua struttura

La vicenda della mozione al Senato ci racconta una destra di governo divisa tra responsabilità internazionale e istinto propagandistico, tra atlantismo di Palazzo e protesta di bottega, tra l’obbligo di apparire affidabile e la tentazione di capitalizzare la stanchezza cronica dell’opinione pubblica. Ma racconta soprattutto la povertà del dibattito italiano sulla difesa, ben rappresentato dalle parole di Bonelli, che a proposito del nucleare ha chiesto a Meloni se intenda usarlo “per scopi militari”. Siamo al principio d’indeterminazione di Bonelli: il bastone è un’arma o una stampella? Rispondiamo noi: tutto dipende dal grado di isteria con cui si guarda alla realtà. Una tecnologia, un’infrastruttura, un investimento industriale, una capacità strategica: ogni cosa può diventare minaccia se la si osserva dal punto di vista di chi ha trasformato l’impotenza nazionale in programma politico. Ed è proprio qui che la Lega dovrebbe porsi una domanda brutale: pensa davvero di potersi intestare uno spazio già saldamente presidiato dalla sinistra anti-riarmo, ambientalista, pacifista e anti-industriale? La cavalcata contro ogni spesa militare ha già i suoi sacerdoti, i suoi riflessi condizionati, i suoi slogan, i suoi giornali, i suoi sindacati, i suoi talk show. Presto avrà anche il prevedibile contenitore politico del fronte Albanese-Di Battista-Fatto Quotidiano, cioè la traduzione partitica di quel fanatismo disarmista e terzomondista che vede nella difesa non una funzione dello Stato, ma una colpa da espiare. Davvero la Lega crede di poter competere su quel terreno senza uscirne deformata? Davvero pensa di poter inseguire il benaltrismo pacifista senza finire risucchiata nella stessa palude culturale che per anni ha denunciato?

La retorica perpetua dell’Italia impotente

Il problema non è contestare il 5%. Il problema è farlo con gli argomenti di chi considera ogni politica di potenza un lusso, ogni industria strategica un sospetto, ogni investimento nella difesa una sottrazione indebita alla vita civile. Su quel terreno, accodarsi alla retorica pacifista significa confermarne il presupposto più velenoso: l’Italia non può. Non può costruire ponti, non può avere centrali nucleari, non può dotarsi di un piano industriale, non può fermare la sostituzione etnica, non può invertire il proprio inverno demografico, non può alzare lo sguardo oltre l’amministrazione della decadenza. E quando una nazione accetta un “non si può”, tutti gli altri arrivano a cascata. Per questo una destra seria dovrebbe stare fuori dalla trappola bi-populista: né cieca fedeltà atlantica, né benaltrismo da opposizione permanente. Perché una nazione che non accetta mai il costo della propria forza non diventa più sociale, più prudente o più libera. Diventa soltanto più dipendente.

Sergio Filacchioni

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