Roma, 19 mag – Se esiste qualcosa di più inspiegabile dell’attentato di Modena di sabato scorso, che lascia più increduli di come “un-bravo-ragazzo-italiano-laureato-e-studente modello” possa arrivare a meditare di compiere una strage, che fa più male di una donna sconosciuta a cui si tranciano di netto, gratuitamente, entrambe le gambe, dopo averla investita con l’auto, dopo aver seminato il panico lungo la via Emilia e lasciato a terra decine di persone con meno dignità di un birillo, questa è la chiamata della piazza. A sangue ancora vivo. Il day after, per dirla con una perifrasi tanto cara a certi “piazzisti”. D’altronde era apparso chiaro subito a tutti che la parola d’ordine che veniva dal mondo fatto di gessetti colorati era minimizzare. Sminuire. Falsificare.
La realtà inventata dagli accoglioni
Si deve necessariamente vivere in una realtà parallela, però, o in uno dei salotti Ztl progressisti per presentarsi davanti alle telecamere e affermare – subito dopo che El Koudri aveva falciato decine di persone a passeggio in un pomeriggio primaverile di maggio a Modena, mentre i soccorsi ancora non avevano finito la conta dei feriti, mentre in città si sperava non ci fosse il morto e all’attentatore era appena stato tolto il coltello con cui sperava di continuare a seminare morte – “Va tutto bene”. Parole del primo cittadino Massimo Mezzetti.
Cosa può andare male, d’altronde, se uno di quei cittadini iper-coccolati dalla sinistra progressista, uno di quelli che cova odio contro la Nazione dove i genitori hanno deciso di emigrare, dove egli è nato, ha studiato e vive, un giorno si arma di coltello e, alla guida di un’auto, a folle velocità piomba in centro città, tentando di ammazzare quanta più gente possibile? Cosa può essere andato male se lo psicolabile marocchino era già in cura per i propri disturbi psichici, ma “era sparito dai radar”? Nessuno era andato a cercarlo, fino a quando ha deciso di riapparire. A modo suo. Identitario. Quasi l’altra faccia della medaglia per coloro che escono dalle prefetture con il decreto di espulsione in tasca, ma non c’è nessuno che li accompagni fino al porto più vicino.
È la loro favola bella sull’integrazione, quella che ci propinano urbi et orbi e fa parte della collana della realtà distorta, figlia di quella storia riscritta.
Accolto e giustificato
La (loro) narrazione, a questo punto, prevede che il termine “accoglienza” venga sostituito con “tolleranza”, mentre negli ospedali emiliani si tenta di salvare la vita alle vittime di un attentato. Guai a pronunciarla questa parola. Attentato è un termine bandito e sostituito con il giustificazionismo. Era depresso. Va capito. E in attesa che il giudice acconsenta di accogliere la richiesta del legale – molto probabilmente d’ufficio, visto che El Koudri è disoccupato, quindi anche a carico dei contribuenti italiani – vengono precettati i pennivendoli di regime che tutti insieme tessono il panegirico del bravo ragazzo. Sfortunato perché non riusciva a trovare un lavoro per cui aveva studiato a più di cinquecento euro. Chissà se anche per El Koudri vale il dogma pro-manovalanza immigrata che fa i lavori che gli italiani non vogliono più fare.
La piazza della vergogna
La piazza del giorno dopo di Modena ha tutto il sapore del fentanil somministrato ai feriti in ospedale. Serve a stordire, a sopportare per non impazzire, a lenire per non ammettere che le proprie convinzioni sono un fallimento totale. Serve a confondere per non capire e non far capire, a tacciare di razzismo chiunque osi porre e porsi delle domande legittime. È il solito, accecante e disperato riflesso condizionato di una sinistra miope che usa i comizi per non guardare in faccia alla realtà.
Gli odiatori dell’Italia, i mandanti della distruzione delle nostre radici e della nostra identità, quelli che dello ius soli, dello ius scholae, dello ius culturae, dello ius in tutte le salse pur di sostituire gli italiani accolgono dal palco i nuovi eroi della sinistra, quelli che arrivano dopo, i “sopraggiunti”, i partigiani del 26 aprile. Ci hanno provato con gli ultimi referendum camuffando il loro nuovo serbatoio di voti con le politiche sul lavoro – di cui loro stessi erano stati i fautori – e ci sono riusciti in piazza domenica. Pacche sulla spalla, strette di mani, abbracci e complimenti solo agli stranieri, pakistani e egiziani, che sabato sono arrivati dopo che Luca Signorelli ha riconcorso e bloccato da solo l’attentatore marocchino, non prima di essersi guadagnato due coltellate, una al viso e l’altra, per fortuna, andata a vuoto, al cuore. Depressione anatomica-chirurgica!
Per loro stessa ammissione, i due stranieri hanno aiutato Signorelli a tenere bloccato l’attentatore, in attesa delle Forze dell’Ordine, ma sono ugualmente fioccati gli appellativi di eroi. Loro nelle immagini appaiono lindi e pinti, mentre Signorelli è una maschera di sangue e visibilmente scosso, anche nell’incontro con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Presidente del Consiglio Meloni. Per gli stranieri gli applausi, per l’italiano le coltellate.
La realtà è che ci odiano per quello che siamo
Vista l’assenza nella piazza progressista emiliana dell’unico, vero eroe di Modena, auspichiamo vivamente che egli abbia rifiutato l’invito in piazza del Sindaco. Ma non ci stupiremmo oltre, se non sia stato proprio invitato. La realtà, infatti, quella non edulcorata dal buonismo dei drappi arcobaleno e degli unicorni petalosi ci racconta che lo stragista marocchino odia(va?) i cristiani, tanto da spedire delle mail inequivocabili all’università di Modena: “Bastardi cristiani di merda Voi e il vostro Gesù Cristo lo brucio”, si legge testualmente. Ci odiano per quello che siamo. Nessun’altra parola è necessaria, è tutto chiaro per chi non si rifiuta di capire. Al netto del messaggio veicolato il giorno dopo dal mainstream: “Ha chiesto una Bibbia e un prete”. Ma non si azzardassero i malpensanti a legare la vicenda al fanatismo religioso!
Il “nuovo italiano” che piace anche a destra
La realtà elargisce sonori ceffoni anche a quelli che da destra dell’emiciclo romano parlano, in maniera non dissimile dei loro avversari politici, di “caso isolato”, di “disagio psichiatrico evidente” (senza vederlo e senza perizia). Senza ripensamento alcuno lo definiscono “italiano, italianissimo” e “perfettamente integrato”, perché è uno di quelli che “se pagano le tasse” vanno bene pure a loro. Ma c’è di più. L’attentatore marocchino era regolare, regolarissimo per parafrasare Salvini, eppure si è comportato come un qualsiasi terrorista – e non è un caso che vengono arruolati proprio tra chi ha problemi psichici – che si è scagliato sulla folla in una nazione qualsiasi d’Europa.
Allora, la realtà ci restituisce una sacrosanta verità: la nazionalità è un fatto di sangue e non di burocrazia. Non esistono né potranno esistere mai italiani di seconda o terza generazione. Esistono gli italiani e quelli a cui apriamo la porta di casa e ci odiano. E lo abbiamo visto sabato a Modena. Per la prima volta.
Al netto del nuovo slogan elettorale “restiamo uniti”, la sfilata di Modena non è affatto una dimostrazione di forza della comunità, ma l’ennesimo tentativo di una classe dirigente di nascondersi dietro ai cori per non rispondere ai fatti. Gli italiani, però, sono stanchi e non sono sciocchi: la piazza che cerca auto-assoluzione ha tutto il sapore della vergogna e dell’imbarazzo dell’anti-italianità. La corda è tesa, troppo, e a forza di tirarla sabato si è spezzata.
Tony Fabrizio