Roma, 7 lug – Pensi al gol e dici Pelé, ponderi sull’estro e pronunci – in automatico – il nome di Diego Armando Maradona. No, non ci interessa capire chi sia stato più grande tra O Rei e il Pibe de Oro, anche perché consideriamo il paragonare giocatori di diverse epoche storiche una pratica alquanto superficiale. Preferiamo al contrario affiancare alle due divinità della pedata internazionale un terzo mostro sacro, capace di sintetizzare le suddette peculiarità. Eccoci ad Alfredo Di Stefano, avanti argentino dalle chiare origini italiane, calciatore totale ben prima della nota scuola di pensiero olandese.
Le reti in Sudamerica
Classe 1926, il ragazzo che diciotto anni più tardi esordirà con la maglia del River Plate, nasce a Barracas, barrio della capitale argentina. Madre franco-irlandese, padre originario di Capri – discendente a sua volta da famiglia proveniente dalla Lombardia siciliana. Sangue europeo al servizio della forte realtà biancorossa. Cresciuto come esterno destro, dopo il prestito formativo all’Huracan, si afferma nelle vesti di centravanti.
Attaccante completo, Alfredo Di Stefano possiede l’insolita capacità di cavarsela egregiamente in ogni zona del campo. Veloce, forte fisicamente, dotato di acume tattico e grandi dosi di fantasia. Professionista esemplare in campo, amante della bella vita al di fuori. Perché se da una parte “gli allenamenti duri, massacranti, estenuanti, sono indispensabili ad un campione” per formarlo, dall’altra cibo, vino e sesso servono a curarne lo spirito. Dal River Plate al Millonarios, da Buenos Aires a Bogotà, principale città della Colombia. Nella terra che rende omaggio all’uomo del nuovo mondo la freccia bionda (Saeta Rubia) continua a vincere, segnare e guadagnare bene. Giocatore finito? Tutt’altro.
L’uomo che fece grande il Real Madrid
È proprio la cultura del lavoro – abbinata ovviamente a una certa predisposizione fisica – a renderlo più longevo rispetto alla concorrenza dell’epoca. A ventisette anni suonati è quindi il tempo di “tornare” in Europa. Al centro di un caso di mercato tra Barcellona e Real Madrid, il 22 settembre 1953 arriva in Spagna. I Blancos sono ancora una normalissima squadra con un paio di campionati in bacheca (oggi sono trentasei).
Da quelle parti infatti esiste un prima e un dopo Alfredo Di Stefano. Ce lo spiegano i numeri: undici stagioni, otto affermazioni nazionali e cinque Coppe dei Campioni. A livello personale, altrettanti trofei Pichichi (miglior marcatore della Primera Division) e un paio di palloni d’oro – a cui va aggiunto quello alla carriera, unico nel suo genere, assegnato nel 1989.
Di quelle indimenticate stagioni il simpatico siparietto con l’energico Carlo Tagnin. Infastidito dall’asfissiante marcatura, Don Alfredo provò a ripiegare nella propria area di rigore. Si rivolse quindi al mediano nella lingua paterna: «Vieni anche qui?». «Ti seguirei fino al bagno» la pronta risposta del gregario interista.
Alfredo Di Stefano, l’incontro mancato con il calcio italiano
Oltre cinquecento reti in carriera ma, un po’ paradossalmente, non ha mai disputato un campionato mondiale. Né con la maglia dell’Argentina né con quella della Spagna – fu naturalizzato nel 1957. Temibile avversario delle nostre squadre nelle competizioni continentali, Alfredo Di Stefano è stato vicino all’Italia in due occasioni. Promesso dal River Plate al Torino del dopo Superga, preferì nella seconda metà del 1949 la causa della ricca società colombiana. L’anno successivo invece una serie di contatti con la dirigenza della Roma lo portano a formalizzare precise richieste alla dirigenza giallorossa. Ma le trattative già avanzate per i tre svedesi Andersson, Nordahl e Sundquist fecero scemare il tutto.
E chissà come sarebbe cambiata la storia della lupa capitolina (o della compagine granata) con quel calciatore totale in più nel motore. Un singolo giocatore non può fare la differenza, è vero. Ma se un certo Helenio Herrera arrivò a paragonare Pelé ad un violino e Di Stefano all’intera orchestra (più di) un motivo dev’esserci stato…
Marco Battistini