La requisitoria dei pubblici ministeri Laura Longo e Francesca Traverso, titolari dell’inchiesta, si è concentrata sul talco contaminato da tremolite d’amianto, “sostituito soltanto cinque anni dopo” nonostante le denunce arrivate dai lavoratori. Il grave ritardo, secondo i magistrati, è imputabile alla Olivetti, che non avrebbe fatto abbastanza per bonificare i siti produttivi: a titolo di esempio, sulle mense aziendali e sul capannone di San Bernardo (considerato uno dei siti più inquinati d’Italia) si intervenne soltanto nel 2001.
La richiesta più pesante è quella per Carlo De Benedetti, che della Olivetti fu amministratore delegato per 18 anni. Secondo la procura avrebbe esposto coscientemente i lavoratori ai rischi dell’amianto, nonostante ne fosse al corrente, “essenzialmente per motivi economici“, vale a dire per risparmiare senza procedere ai necessari interventi a tutela della salute. L’ingegnere sarebbe così direttamente responsabile della morte di sette operai, con altri due condannati ad un infausto destino in quanto affetti da mesotelioma pleurico, la neoplasia strettamente correlata all’esposizione alle fibre di asbesto.
Nonostante la gravità delle accuse, De Benedetti si è sempre rifiutato di rispondere alle domande dei pm, giustificandosi adducendo l’estrema complessità aziendale per cui la colpa sarebbe da far ricadere sui suoi sottoposti. Una ricostruzione che non ha convinto la Procura, la quale ha invece dimostrato gli ampi poteri di controllo dei vertici, unitamente all’assenza – almeno al 1993 – di deleghe tali da poter avvalorare la tesi dell’imputato.
Filippo Burla
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