Roma, 12 lug — Benvenuti nell’era in cui tutto è transfobico, tutto è potenzialmente in grado di offendere qualche minoranza arcobaleno coccolata dalle solite maggioranze: oggi, per esempio, scopriamo che chiedere a un candidato di un concorso di polizia contezza del proprio stato mentale è offensivo nei confronti dei trans e di tutti coloro che sono «alla ricerca della propria identità di genere». 

Il concorso di polizia “transfobico”

Ha fatto imbufalire sinistra, giornaloni e associazioni Lgbt il questionario del ministero dell’Interno distribuito ai partecipanti del nuovo concorso pubblicato il 16 maggio 2022 sul sito del Viminale. Nel bando che cerca 1381 nuovi agenti, infatti, alla voce «disturbi mentali» di cui il candidato agente non può soffrire, appare la dicitura «disturbi dell’identità di genere attuali o pregressi», all’ultimo posto nell’elenco di tutte le psicopatologie come «schizofrenia, disturbi dell’umore attuali o pregressi, disturbi dissociativi attuali o pregressi, disturbi d’ansia attuali o pregressi, disturbi somatoformi, disturbi da tic, disturbi della condotta alimentare attuali o pregressi, disturbi sessuali».

Più che legittimo, dal momento che le persone transgender (in particolar modo in seguito alla transizione) presentano un tasso di suicidi dieci volte più alto delle persone cisgender, e che la disforia di genere è spesso associata a disturbi come ansia e depressione. Se per una persona bulimica o depressa non è possibile lavorare in polizia, perché lo dovrebbe essere per un transessuale?

La delazione

A segnalare il «concorso di polizia transfobico» è stato  un aspirante poliziotto, leggendo le sette pagine del Regolamento concernente i requisiti di idoneità fisica, psichica e attitudinale di cui devono essere in possesso i candidati ai concorsi per l’accesso ai ruoli del personale della Polizia di Stato. Sentendosi escluso, si è rivolto all’avvocato Gian Maria Mosca. «Sono andato a guardare. Ho fatto gli screenshot dei link, anche a me ha molto colpito. Mi sembra un riferimento sbagliato in un contesto sbagliato. Perché lo pubblicano sui sito del ministero Interno?», ha riferito a La Stampa il legale, che ha chiesto di revocare la dicitura presentando un’istanza alla ministra Luciana Lamorgese e al capo della polizia Lamberto Giannini. 

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4 Commenti

  1. Da persona transessuale che legge con piacere questo giornale non posso trattenermi sinceramente dal commentare questo articolo.

    Innanzitutto non si tratta dell’ennesima accusa di transfobia a caso ma di un bando che esclude delle persone che non presentano una patologia invalidante, dove invalidante vuole dire che compromette la performance lavorativa. Ora dirò solo due cose in risposta. La prima è che io ero una persona depressa, ansiosa e con qualche pensiero di morte (mai lontantamente attuato) prima di ricevere l’adeguato trattamento. Oggi, a distanza di tempo e di una terapia ormonale sostitutiva avviata (non avendo neppure completato le operazioni), non conosco più depressione, non conosco più pensiero suicida e sono veramente felice. Non sono un’eccezione perché tante persone sono come me, o quantomeno il tasso di successo è alto.
    Perché una persona “che in passato è stata depressa o ansiosa” ma oggi non più, cosa verificabile nella perizia psichiatrica, e con delle capacità adeguate deve venir esclusa da un lavoro come quello delle FdO?.

    La seconda considerazione riguarda l’attenzione che la giornalista deve fare nel riportare dati senza confrontarli ad altri.

    “Più che legittimo, dal momento che le persone transgender (in particolar modo in seguito alla transizione) presentano un tasso di suicidi dieci volte più alto delle persone cisgender, e che la disforia di genere è spesso associata a disturbi come ansia e depressione.”
    Ebbene, gli studi a sostegno di questa idea ce ne sono come ce ne sono a sostegno del fatto che i suicidi rimangono invariati rispetto allo stadio di transizione.
    Trattasi di follow up di diversi anni arrivati a conclusioni differenti.
    Ad esempio “Trends in suicide death risk in transgender people: results from the Amsterdam Cohort of Gender Dysphoria study (1972–2017) – CM Wiepjes, M. den Heijer” attesta che il tasso di suicidi rimane invariato rispetto ad ogni fase di transizione (e non dopo la transizione), e che il rischio è normalmente più alto rispetto a quello di persone non transessuali. La limitazione dello studio è nel non avere dati sulla comorbilità delle persone trans osservate. Per la precisione su 8263 trans 49 si sono uccisi secondo questo follow up durato più di 30 anni.
    Altre considerazioni che vengono fatte in questi studi sono i contesti che vivono le persone prese in analisi. Io personalmente non ho mai subito molta discriminazione, specialmente dopo la transizione ho una vita molto tranquilla. Altre persone invece ne hanno subite di molte. È colpa loro perché hanno transizionato oppure trattasi di soggetti fragili calati in contesti distruttivi?
    La questione comorbilità è molto seria perché ne risultano molte, in ogni caso la transizione cura la disforia e i malesseri legati ad essa, ma una depressione indipendente dalla disforia deve essere curata separatamente. Ed è qui che arriviamo al punto. Date queste informazioni e date le recenti informazioni sui suicidi nelle forze dell’ordine ( https://www.sanitainformazione.it/salute/suicidi-prima-causa-di-morte-tra-le-forze-dellordine-unarma-garantisce-assistenza-psicologica-anonima/ ) è veramente il caso di considerare legittima questa limitazione? Pensate che tutte le persone trans siano suicide o non sarebbe meglio essere onesti e concludere che le in generale persone con depressione e altri disturbi vanno trattate per quei singoli disturbi e che l’essere transessuali (specialmente dopo un esito felice della terapia) non implica necessariamente essere depressi e suicidi?
    Noi non siamo minorati, squilibrati e suicidi. E qualora volessimo servire la Nazione in quanto cittadini ed idonei ne abbiamo il diritto perché siamo come tutti.

  2. Cominciamo con riflettere che essere poliziotti, oggi pure modernamente smilitarizzati (!), ti cala in una realtà locale, spesso troppo limitata ben più a rischio di contraddizione e coinvolgimento, ma più utile al sistema al fine di una penetrazione pragmatica profonda… Certo il sistema, specie nella fase “problematica” (per non essere cattivo), deve sempre più supportare, a mio avviso con costi e conseguenze non da poco. Cadetto o non cadetto, per uscire dai particolari forse dobbiamo capirne di più e non lasciarci fossilizzare.
    (E’ ovvio che a parer mio, secondo esperienza indiretta, a essere davvero militari si risolvono meglio parecchie questioni, creando un certo distacco… certo, ma senz’ altro al fine di maggiore e migliore operatività esemplare con il proprio autocontrollo facilitato).
    Bisogne essere più civili e militari al tempo stesso, più pubblici e privati, più essere umani anzitutto e non accettare frammentazioni unicamente materialistiche, utili unicamente alla speculazione, al utilitarismo tecno-scientifico di stampo solo capitalistico, alla ricerca finalizzate alla paranoia da inculcare… per vendere, venderci ed essere rivenduti.

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