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razzismo-680x365_cRoma, 21 mar – Forse non lo sapete, ma oggi è la Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale, ricorrenza istituita dalle Nazioni Unite nel 1966 e che cade ogni anno il 21 marzo in ricordo del massacro di Sharpeville del 1960, quando 69 manifestanti sudafricani vennero uccisi dalla polizia. Forse non lo sapete, perché in realtà ogni giorno, in Occidente, è la giornata mondiale contro il razzismo. Anzi, forse dovremmo proprio parlare di “giornata occidentale” contro il razzismo, perché al resto del mondo frega veramente poco di queste fissazioni imposte nelle nostre lande da minoranze culturali gonfie di odio di sé.

Una ricerca di World Value Survey, riportata dal Washington Post a metà maggio 2013, mostrava i dati sulla diffusione del razzismo nel mondo, chiedendo a campioni di cittadini di tutti i paesi se avessero problemi ad avere vicini di casa di altre razze. Secondo i risultati, in paesi come Giordania o India hanno risposto affermativamente più del 40% degli intervistati. Tra 30 e 39.9% si trovano Egitto, Arabia Saudita, Iran, Vietnam, Indonesia e Corea del Sud. Tra 20 e 29.9% Francia, Turchia, Bulgaria, Algeria, Marocco, Mali, Zambia, Thailandia, Malaysia, Filippine, Bangladesh e Hong Kong. Come si vede, i paesi che più tengono all’omogeneità etnica sono spesso gli stessi da cui provengono gli immigrati che noi accogliamo con tanta mansuetudine. Insomma, noi vorremmo fare gli antirazzisti coi razzisti. Unica eccezione, la Francia, non sappiamo se per esasperazione nei confronti del modello multirazziale da parte degli autoctoni o per l’influenza statistica dei “nuovi francesi”, che dell’antirazzismo godono egoisticamente ma che si guardano ben dal replicare a loro volta. Ma, se è per questo, basterebbe osservare le leggi su immigrazione e cittadinanza di Cina, Giappone, paesi arabi e persino di alcune nazioni di natura “occidentale”, per capire che l’imperativo dell’autodistruzione etnica è sentito come tale solo in Europa e in pochi altri paesi inglobati nell’ecumene occidentale.

E comunque, se proprio vogliamo occuparci di razzismo, sarebbe interessante vedere di cosa parliamo. I liberali che fanno la morale a chiunque non la pensa come loro, per esempio, dovrebbero fare un esame di coscienza. Storicamente, infatti, il razzismo ha una chiara matrice materialista, riduzionista, paradossalmente universalista. Autori come Poliakov hanno sottolineato come «un Buffon, un Voltaire, un Hume o un Kant, ciascuno a suo modo, preparano il terreno alle gerarchie razziali del secolo successivo» (Leon Poliakov, Il mito ariano, Editori Riuniti 1999) mentre per esempio uno dei maggiori storici del Novecento come
Mosse ha affermato chiaramente: «Culla del razzismo moderno è stata l’Europa del XVIII secolo, le cui principali correnti culturali hanno avuto un’enorme influenza sulle fondamenta stesse del pensiero razzista. Questo fu il secolo dell’illuminismo, durante il quale un’élite intellettuale tentò di sostituire alle “vecchie superstizioni del passato” la valorizzazione della ragione e delle virtù innate dell’uomo» (George Lee Mosse, Il razzismo in Europa, Mondadori, Milano 1992). Domenico Losurdo, docente di Storia della filosofia all’Università di Urbino, ha parlato dal canto suo di un «parto gemellare» fra «ascesa del liberalismo e diffusione della schiavitù-merce su
base razziale». Scrive a tal proposito il pensatore comunista: «La schiavitù non è qualcosa che permanga nonostante il successo delle tre rivoluzioni liberali; al contrario, essa conosce il suo massimo sviluppo in seguito a tale successo […]. A contribuire in modo decisivo all’ascesa di questo istituto sinonimo di potere assoluto dell’uomo sull’uomo è il mondo liberale» (Domenico Losurdo, Controstoria del liberalismo, Laterza, Roma-Bari 2005).

E magari, già che ci siamo, qualcuno potrebbe ricordare che la più grande democrazia liberale del mondo ha attuato una politica di segregazione razziale (sancita dalle famose leggi Jim Crow) rimaste in vigore fino al 1965, ovvero 20 anni dopo la fine dei fascismi. Un’eco di quell’epoca si ha del resto ancora nell’America attuale, non solo per quel che riguarda i disordini razziali, la neo-ghettizzazione tribale, il dramma di una popolazione carceraria in nettissima parte non Wasp, ma anche da un punto di vista strettamente legislativo: in Alabama l’articolo della Costituzione che prevede scuole separate per bianchi e neri è tuttora in vigore (sia pur non applicato dal 1960) e un tentativo di abrogarlo tramite referendum è fallito il 6 novembre del 2012, quando il 60,67% dei cittadini ha respinto la modifica. Del resto il XIII emendamento alla Costituzione federale, quello che abolisce la schiavitù, è stato ratificato dal Delaware nel 1901, dal Kentucky nel 1976 e dal Mississippi nel 1995, con in più la sorpresa che quest’ultima decisione non è mai stata ufficializzata sino ai primi mesi del 2013.

La discriminazione razziale è altresì la prassi nella cosiddetta “unica democrazia del Medio Oriente”, dove oltre alla pressione poliziesco-militare sul gruppo etnoreligioso dominato è a fondamento dello Stato stesso una legge che è l’esatto contrario dello Ius soli. Parliamo della cosiddetta “legge del ritorno”, che garantisce la cittadinanza israeliana ad ogni persona di discendenza ebraica del mondo. Recentemente è stata inoltre approvato un progetto di legge voluto da Netanyahu che prevede di non definire più Israele come uno “Stato ebraico e democratico”, ma come “lo Stato nazionale del popolo ebraico”, nelle Leggi fondamentali che sostituiscono la Costituzione (che in Israele non esiste). «L’obiettivo di questa legge è di assicurare il futuro del popolo ebraico sulla sua terra», ha assicurato Netanyahu. Un diritto che tuttavia viene negato a popoli come quelli europei, che sulle loro terre hanno radici decisamente meno controverse di quelle che legano gli israeliani al territorio conteso con i palestinesi. Ma tutta l’intera storia dell’antirazzismo è così: vale solo se è strabico, ipocrita, selettivo. Vale solo se è razzista.

Adriano Scianca

3 Commenti

  1. Hahahahahahahahaha.

    Ti consiglio di leggere un paio di libri di socioeconomia prima di scrivere articoli su questo argomento. Eviterai le figuracce.

  2. Il ringraziamento per questa bontà, questa lotta alle discriminazioni è un nuova strage, stavolta nella capitale dell’Europa “buona”