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Susi Ciolella, sindacalista dell’esecutivo provinciale confederale Usb e rappresentante dei lavoratori dell’aeroporto di Fiumicino

Roma, 5 giu – Fiumicino, aeroporto Leonardo Da Vinci, notte tra il 6 e il 7 maggio scorsi: un terribile incendio devasta il Terminal 3. Nel panico per un blocco che rischiava di interessare il 50% dei voli dello scalo più importante d’Italia riortisi decide di tenere aperto praticamente tutto l’aeroporto e ripristinare a tempo di record l’area distrutta, oltre un migliaio di metri quadri. Non sono però mancate le polemiche sulla sicurezza dei lavoratori, fino all’intervento della procura di Civitavecchia.



Per fare il punto della situazione, abbiamo sentito Susi Ciolella, dell’esecutivo provinciale confederale dell’Usb, l’unità sindacale di base dei lavoratori aeroportuali.

Cosa è successo in seguito all’intervista al Prof. Mario Pagliaro, nella quale l’esperto denunciava i rischi per la salute dei lavoratori?

Il 12 maggio stesso fu indetto uno sciopero, in seguito al quale si svolse un incontro alla Prefettura, nel corso del quale presentammo la prima denuncia sindacale per aver esposto i lavoratori a sostanze tossiche in assenza di dati certificati. Si, perché in realtà dei dati c’erano, quelli raccolti da una società privata, l’HSI Consulting, per conto di AdR, che sembravano rassicuranti e in base a quelli i lavoratori furono esposti senza mascherina e altre protezioni di sorta. Ma, ripeto, in assenza di dati ufficiali certificati. Ottenemmo che dallo stesso giorno l’Arpa [Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente del Lazio, NdR] avviasse i rilievi sulla salubrità dell’aria e sulle sostanze tossiche. Nel frattempo, la Usb continuava a chiedere la chiusura del Terminal 3 per avviare una bonifica complessiva [come raccomandato da Pagliaro, NdR] in quanto l’ambiente era saturo di fuliggine e le condizioni di lavoro erano evidentemente assurde. La successiva relazione del Iss [Istituto Superiore di Sanità, relazione prodotta pochi giorni fa, NdR] che ha contestualizzato i dati raccolti dalla Asl per conto dell’Arpat ha, a nostro avviso, confermato le criticità per due aree fondamentali: il varco ‘Auriemma’ e il ‘Molo C’, contigui al ‘Molo D’ poi sequestrato dalla Procura di Civitavecchia, dove si trovano i negozi e le attività commerciali, piene di addetti e di passeggeri, che non sono mai state chiuse nonostante allarme lanciato.

Quali notizie ha sulle conseguenze, a oggi, per la salute dei lavoratori?

Abbiamo notizia di almeno 250 lavoratori che sono ricorsi alle cure al pronto soccorso dell’aeroporto, ma in realtà circa altrettanti si sono recati presso altri ospedali di Roma. Si tratta di dati che confermano una situazione di estrema gravità non solo per chi ha operato per il ripristino del “Molo D” ma anche per le altre due zone di cui parlavo prima. Oltre a trattarsi di sostanze molto tossiche, dobbiamo considerare il lunghissimo tempo di esposizione – molti giorni e ogni giorno per tante ore continuativamente – durante questo mese passato senza che fosse presa alcuna misura a tutela dei lavoratori. Anche la relazione del Iss pare andare in questa direzione: i tempi di esposizione sono stati terribilmente lunghi, certamente prima di tutto per i lavoratori, ma anche con i passeggeri dei voli intercontinentali non si scherza, stazionando spesso per ore nelle aree a rischio con bambini piccoli. Sarebbe stato doveroso un controllo maggiore anche per loro.

Come giudica le misure finalmente disposte a tutela dei lavoratori?

La Asl al momento ha fornito un protocollo di prevenzione e cautela per la salute dei lavoratori: turni a rotazione per un massimo di quattro ore per alcuni lavoratori più esposti, che in pratica lavoreranno al massimo per quattro ore di seguito, dotati di mascherine e altri indumenti protezione per evitare il contatto diretto con le polveri. Si tratta però di provvedimenti tardivi, dopo tutto questo tempo trascorso senza cautele di sorta, e in ogni caso insistiamo: la bonifica deve passare per la chiusura di quelle aree. I lavoratori dovevano essere emessi in sicurezza, quindi bonificare e infine riaprire. La verità è che i polmoni dei lavoratori hanno fatto “da filtro”, e in parte continuano a farloAnche l’altro ieri in Prefettura abbiamo espresso le nostra critiche sull’operato, che ha messo il profitto davanti alla salute.

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Vito Riggio, presidente dell’Enac, di cui i sindacati chiedono le dimissioni

Chi sono secondo voi i colpevoli di questa incredibile situazione?

Noi chiediamo esplicitamente le dimissioni del presidente dell’Enac [Ente nazionale per l’aviazione civile, NdR] Vito Riggio, in base alla sua responsabilità oggettiva per la sicurezza, che non si limita al volo ma interessa anche il lavoro interno negli scali nazionali. A livello politico, poi, una seria responsabilità è attribuibile al Ministro dei trasporti Graziano Del Rio, perché secondo noi il Ministro e il Governo avrebbe dovuto avere un ruolo di governance in questa storia, invece di esercitare pressioni sulla riapertura immediata dell’aeroporto, prima, e poi di disinteressarsi completamente della verifica sulla sicurezza dei lavoratori e dei passeggeri.

Qualche considerazione sul ruolo svolto dalla Regione Lazio?

L’Arpat e l’Asl hanno fornito i primi rilievi ma sappiamo che saranno eseguite nuove verifiche sulla presenza di diossina e altre sostanze tossiche, inoltre la Regione si è assunta l’impegno di sviluppare un protocollo di screening dei lavoratori per identificare e contenere i danni alla salute. Pare però che l’Istituto superiore di sanità (Iss) abbia criticato le modalità di raccolta dei dati da parte della Asl, e in effetti anche secondo noi ci sono aree molto prossime alla zona interessata dall’incendio che sono sfuggite al suo controllo. E poi ancora non ci spieghiamo come sia possibile che l’Asl ora veda più contaminazione rispetto ai rilievi della società privata incaricata da AdR a soli quattro dall’incendio. Qualcosa non va… Tornando alla Regione, devo ricordare che la relazione dell’Arpa è stata resa pubblica per iniziativa del Sindaco di Fiumicino, perché inizialmente non c’era verso di avere i dati pubblici dalla Regione e per questo facemmo un altro sciopero. Non si possono lasciare i lavoratori a operare in queste condizioni.

Infine, per quanto riguarda la società Aeroporti di Roma?

Devo dire che a un certo punto, mentre gli allarmi ormai suonavano da tutte le parti ma i dati non arrivavano, AdR ha effettivamente chiesto a Enac di diminuire il traffico aereo e quindi l’operatività dello scalo, ma Enac ha deciso il contrario, di mantenere l’operatività all’80% in un periodo ormai quasi di punta. È mancata la responsabilità di assumere una decisione difficile ma necessaria, quella di chiudere, e il bello – si fa per dire – è che non sappiamo nemmeno chi l’abbia deciso. In ogni caso, questa irresponsabilità ricade in primo luogo, per competenza politica, sul Ministero dei trasporti, quindi sull’Enac che può decidere sulla diminuzione dell’operatività per ragioni di sicurezza. Noi continueremo a chiedere che le responsabilità siano accertate e, se è stato recato danno, che i responsabili paghino”.

Francesco Meneguzzo

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