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Roma, 7 set – Il prode Paolo Berizzi, dopo la clamorosa figuraccia su Verona, non demorde, e anzi ha già trovato la nuova frontiera dell’eterna lotta al «fascismo»: la difesa del kebab. So bene che, detta così, suona come una barzelletta. Ma il problema è che, quando si tratta di Berizzi, tutto finisce necessariamente in farsa. In questo caso, tutto nasce da un nuovo piano per il rilancio del centro storico di Vicenza, fortemente voluto dalla giunta guidata dal centrodestra. Il senso dell’operazione è quello di impedire, ad esempio, che in piazza dei Signori, magari accanto alla Basilica Palladiana, venga aperto un centro massaggi, un sexy shop, un internet point, un negozio di vestiti usati o un fast food, come appunto un «kebabbaro». Insomma, basta degrado in una città dichiarata patrimonio dell’Unesco, e spazio a prodotti locali che rispecchiano la tradizione locale (anche culinaria).

Fascismo ovunque e comunque

Questo piano, che è stato varato anche da altre città per rilanciare il proprio centro storico, non è andato giù alla sinistra vicentina che – in vista delle imminenti elezioni regionali – sta tentando di rinserrare i ranghi attorno alla sua ultima ridotta identitaria: l’antifascismo. «È come se fossero state propugnate delle leggi razziali nel commercio», ha dichiarato in tutta serietà Sandro Pupillo, consigliere comunale di centrosinistra. E Berizzi, ovviamente, ha rilanciato su Twitter: «Anche nel 1938 iniziò così». E ancora: «Benvenuti nella nuova Vicenza negazionista. Dove i negozi stranieri e i cibi stranieri saranno vietati». Perché mai «negazionista»? Non si sa, ma nel mondo antifascista di Berizzi tutto fa brodo.

 

Berizzi contro Vicenza

Tra toni allarmistici e l’allusione a pogrom imminenti, il giornalista di Repubblica se la prende con Sandro Giovine (Fdi), assessore alle Attività produttive e al Turismo di Vicenza, colpevole non solo di aver progettato il piano di rilancio del centro storico, ma anche di aver rimosso la «clausola antifascista» per l’occupazione di spazi pubblici. Un vero crimine di lesa maestà partigiana, non c’è che dire. Che infatti ha portato l’Espresso a una risibile crociata contro il «laboratorio fascio-sovranista» di Vicenza. Ad ogni modo, Giovine ha risposto con forza ai suoi detrattori: «Inutile precisare che il nuovo regolamento non vieta in alcun modo agli immigrati la possibilità di aprire un negozio», ha spiegato l’assessore di Fratelli d’Italia. «L’opposizione può dormire tranquilla: se i prodotti italiani non sono di loro gradimento, nessuno impedirà loro di comprare o mangiare straniero! Vogliamo alzare la qualità dell’offerta commerciale di uno dei centri storici più belli del mondo, sì, è vero! Semmai al centrosinistra non dovesse andare bene, le prossime elezioni ci diranno come la pensano i vicentini».

Deontologia, questa sconosciuta

Insomma, impedire la proliferazione nel centro storico di negozi che vendono «chincaglieria e bigiotteria di bassa qualità» e «oggettistica etnica» non è ovviamente equiparabile alle leggi razziali, a meno che non sia imbecilli o in malafede. Ma del resto, che aspettarsi da uno come Berizzi, che ha fatto veramente di tutto per screditare sé stesso? Dopo la figuraccia su Verona sarebbe stato consigliabile fare un po’ di autocritica e riconsiderare le proprie coordinate deontologiche. Ma niente, è davvero più forte di lui. E allora va’ avanti così, caro Paolo. Perlomeno continuerai a farci sbellicare dalle risate.

Valerio Benedetti

5 Commenti

  1. ma il kebabb e’ merda pura solo uno scemo si compra il kebab fatto di scarti e grassi dei peggiori puzzolenti scarti e liquamu di animali in putrefazione, quando debbo comperare uno schifo come il kebab mi compro con 8 euro una lombata italiana da paura e la metto in 10 minuti in un panino

  2. il kebab e’ uno schifo! w la porchetta e lo gnocco fritto. non si tratta di denigrare un prodotto estero qua si tratta di salute il kebab e’ fatto con la carne congelata piu schifosa del mondo surgelata e chissa’ da dove arriva io ci ho trovato anche una blatta quando per curiosi ta lo assaggiai.

  3. Con il lodevole intento di “incrementare l’attrattività turistica” della mia meravigliosa Vicenza e di dare “nuovo impulso alla città”, la giunta comunale ha licenziato nei giorni scorsi delle nuove norme sull’insediamento delle attività commerciali, artigianali e dei pubblici esercizi all’interno delle mura di Vicenza e in alcune vie limitrofe. Sono naturalmente d’accordo con l’obiettivo dichiarato dal Sindaco di “agevolare l’apertura delle attività che sono in linea con la naturale attitudine al bello della nostra città”, ma leggendo il comunicato emanato dal Comune sul suo sito (lo potete leggere qui) ho trovato discutibile la filosofia di marketing alla base del provvedimento.

    Riporto qui alcune perplessità con l’obiettivo di offrire degli spunti di riflessione per gli amministratori che si trovano a mettere mano alle regole di un settore importante e delicato come il commercio. Vediamo allora alcuni dei negozi che “non sarà più possibile aprire” nel centro di Vicenza.

    “Negozi che vendono (…) bigiotteria di bassa qualità”. Qui c’è un primo problema perché un prodotto di qualità per il marketing è quello che viene percepito tale dal cliente.
    Ma come faranno gli uffici comunali a conoscere prima che i negozi vengano aperti le percezioni dei clienti? È impossibile, anche perché è ormai assodato ormai da decenni per la letteratura manageriale che la percezione dell’offerta è influenzata dall’atmosfera del punto vendita e che il prodotto che è percepito di qualità elevata in un contesto commerciale viene percepito di qualità bassa in un contesto diverso.
    L’ipotesi che ci sia un funzionario comunale che si sostituisce ai clienti e giudica a suo insindacabile giudizio (o sulla base di indirizzi politici dell’amministrazione) la qualità della bigiotteria è ovviamente un’ipotesi che mi mette i brividi come cittadino oltre che come uomo di marketing.
    “Negozi che vendono (…) usato”. Qui il problema non è di natura tecnica, ma si tratta di una misura che mi pare in contrasto con l’obiettivo del regolamento di dare impulso alla città. Usato non vuol dire brutto e un negozio dell’usato non è necessariamente più brutto di un negozio del nuovo.
    Tra l’altro l’evoluzione dei gusti e dei valori dei consumatori sta rivalutando negli ultimi tempi il mondo dell’usato e mi sembra un’idea discutibile voler contrastare a Vicenza questa tendenza globale impedendo ai nostri imprenditori di cogliere eventuali opportunità.
    “Sexy shop”. Ok, se vogliamo mantenere l’immagine di Vicenza città bigotta questo ci sta, anche se personalmente trovo preferibili i negozi che vendono biancheria sexy a quelli che vendono sigarette.
    “Macelleria e polleria non italiana”. Qui confesso che attendo di leggere la versione definitiva del regolamento perché fatico a capire: non mi è chiaro se l’italianità è riferita al macellaio o all’animale macellato e la ratio della norma è misteriosa. Danneggerebbe l’attrattività turistica di Vicenza se un macellaio vendesse bistecche di un manzo cresciuto al di là del Brennero? E se il macellaio fosse svizzero, in che modo la sua attività contrasterebbe con la “attitudine al bello” della città?
    “Bar e ristoranti (…) che somministrano prodotti non riconducibili alla tradizione alimentare locale”. Anche qui uno slogan facile ma poco chiaro: cosa si intende per tradizione? Le tradizioni nascono e muoiono: possiamo negare che oggi l’hamburger e la pizza siano parte della tradizione alimentare vicentina?
    Rendiamoci conto che se i sindaci vicentini del ‘500 fossero stati contrari alle novità da fuori come la giunta attuale non avremmo quello che oggi consideriamo il piatto vicentino per eccellenza, la polenta con il baccalà, dal momento che né lo stoccafisso né il mais si erano mai visti nel vicentino prima del quindicesimo secolo.
    “Oggettistica etnica”. Etnico vuol dire “che è proprio di un popolo, in sé o contrapposto ad altri popoli”. Un altro esercizio interessante per i funzionari che dovranno far applicare questo regolamento stabilire cosa sia etnico e cosa non lo sia.
    Certo che se leggo i divieti uno di fila all’altro non ne ricavo l’immagine di una città aperta agli stranieri: spero che i turisti non se ne accorgano perché sarebbe un autogol clamoroso.
    Insomma, dietro a lodevoli obiettivi, un insieme di indicazioni difficili da implementare e spesso controproducenti rispetto ai fini dichiarati nel provvedimento. Studiando da tanti anni l’evoluzione del retail in città e paesi diversi ho notato infatti che un centro “vivo, attrattivo e di qualità” è il più delle volte il risultato di sperimentazioni, contaminazioni e ibridazioni tra merceologie, tendenze e culture diverse.

    Ingabbiare l’evoluzione del commercio in una fitta rete di divieti (dietro ai quali non è difficile scorgere diversi pregiudizi e anche una matrice politica ben marcata) rischia di dare il bacio della morte a un settore già duramente provato dalle vicende degli ultimi mesi.

    Ritengo che più che di divieti e di richiami al rispetto di una fantomatica tradizione, gli imprenditori del commercio avrebbero bisogno di aiuti e di incentivi alla sperimentazione di cose nuove per intercettare velocemente le tendenze del mercato e affrontare un futuro che non si presenta facile.
    Romano Cappellari

  4. berizzi ormai dice SOLO cazzate …. o lo faceva anche prima ????
    Io vieterei il kebab kebap o come c… si chiama per motivi IGIENICI ! e sinceramente vieterei anche i vari McMinchia .

    Una sorta di alveare in una gabbietta/forno sporca già alle 8 di mattina (ma la puliscono talvolta?)
    che viene porzionata con un rasoio , ancora più sporco del fornetto ….

    e ….. avete mai letto gli ingredienti ????
    Piace ai krukki , noti mangiamerda ! I loro wurstel FANNO SCHIFO , c’è un maiale intero , merda compresa ……

    Abbiamo piatti “pesanti” nella cucina Italiana , ma infatti si mangiano di rado ….. porchetta , cassoeula …. ma NULLA come l’ IMMANGIABILE kebab !!!!!

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