Roma, 25 set – La drammatica guerra che dal 24 febbraio 2022 infuria in Ucraina, ha molteplici cause e responsabilità. Se, infatti, sul piano del diritto internazionale l’azione intrapresa da Putin nei confronti di uno Stato sovrano appare ingiustificabile (così come, in una prospettiva storica ed etno-linguistica, sono in buona parte falsi i presupposti della propaganda russa che negano l’esistenza di un’identità ucraina), dal punto di vista geopolitico e ideologico non si può non denunciare l’attivismo imperial-globalista, atlantista e profondamente antirusso dell’amministrazione Biden e di ampi settori (bipartisan) della politica estera statunitense.

Le conseguenze dell’intransigenza americana

Dopo la contestata sconfitta elettorale dell’isolazionista Donald Trump e l’umiliante ritiro estivo dall’Afghanistan, è apparsa subito chiara la volontà del nuovo corso democratico statunitense di arrivare allo scontro con la Russia di Putin sul mai chiuso dossier ucraino. Va tuttavia sottolineato che l’intransigenza dell’amministrazione Biden è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Nei lunghi otto anni che separano Euromaidan dall’invasione russa, gli Usa (anche sotto l’amministrazione repubblicana di Donald Trump) non hanno mai cessato di rifornire l’esercito di Kiev. Ultimo, ma non meno importante, si aggiunga che gli accordi di Minsk non hanno mai realmente fermato il conflitto a bassa intensità fra ucraini e separatisti filorussi del Donbass. Frequenti sono state le violazioni della tregua e colpisce il “disinteresse” di organizzazioni internazionali come l’Onu e la stessa UE: l’una, infatti, non ha inviato osservatori neutrali e Caschi blu sul posto, l’altra – anche in vista di un ventilato ingresso dell’Ucraina – non ha sollevato il problema del rispetto della minoranza russa.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Su una tuttavia è opportuno soffermarsi. Si tratta del profondo e non facilmente colmabile solco che la politica statunitense ha scavato nel Vecchio Continente a tutti i livelli: politico, ideologico, economico, energetico, di civiltà. Un’Europa nemica della Russia è sempre stato, d’altronde, un obiettivo di una certa politica egemonica statunitense (si pensi, solo per fare un esempio, a Brzezinsky). Possiamo dire, senza tema di smentita, che la geopolitica, al pari della storia, ha i suoi fenomeni di lunga durata.

La dottrina di Halford Mackinder

E così torna di stretta attualità (e i decisori politici anglo-americani devono sicuramente averla avuta ben presente) la dottrina del padre nobile della geopolitica anglosassone: il britannico Halford Mackinder (1861 -1947). Figlio dell’Ottocento imperiale inglese, della Prima globalizzazione e della Seconda rivoluzione industriale, il geografo suddito di Sua Maestà partì dall’antica lezione tucididea della talassocrazia come strumento di dominio mondiale. La storia globale, come poi non mancherà di notare un altro gigante del pensiero geopolitico e giuridico del Novecento: Carl Schmitt, non sarebbe altro che lo scontro fra il sea power e il land power. Nella cosiddetta “epoca colombiana” gli imperi del mare avrebbero avuto il sopravvento su quelli terrestri. Un predominio che, sempre secondo Mackinder, sarebbe venuto meno nel XIX secolo con l’avvento delle reti ferroviarie e la conseguente, inedita possibilità di esplorazione e colonizzazione di vastissime aree continentali. Esattamente quello che stava facendo la Russia zarista, rivale terrestre della marittima Inghilterra nel “Grande gioco” per il controllo dell’Asia centrale. Eloquenti, a tal proposito, sono le sue parole: “Non è forse la regione – pivot della politica mondiale quella vasta area eurasiatica inaccessibile alle navi, ma aperta nell’antichità ai cavalieri nomadi, e che oggi è in procinto di essere ricoperta da una rete di strade ferrate … La Russia prende il posto dell’Impero mongolo. La sua pressione sulla Finlandia, sulla Scandinavia, sulla Polonia, sulla Persia, sull’India e sulla Cina prende il posto dei raid centrifughi dei cavalieri delle steppe”.

Dunque, per Mackinder, l’Impero zarista sarebbe stato l’area–pivot o l’heartland di un nuovo potere mondiale strutturato in cerchi concentrici. Il primo di essi (“una mezzaluna interna o marginale”, nelle sue parole) sarebbe stato costituito dalla “periferia terrestre dell’heartland”, ossia dall’Europa, dal Medio Oriente, dall’Asia meridionale e da quella orientale; il secondo (“mezzaluna esterna o insulare”) dalle Americhe, dalla Gran Bretagna e dal Giappone. La distribuzione del potere globale, secondo Mackinder, sarebbe sostanzialmente dipesa dal bilanciamento dei rapporti di forza fra l’heartland e l’insular crescent, ossia fra il land power e il sea power. Tale equilibrio di potere – ed è questo un altro nodo essenziale del suo pensiero – sarebbe potuto essere sovvertito soltanto da un’alleanza fra Russia e Germania.

Fondamentale, al riguardo, è il testo di Mackinder Democratic Ideals and Reality apparso nello stesso anno del trattato di Versailles: il 1919. Riguardo al monito su una possibile unione nello spazio euroasiatico fra Russia e Germania, vi leggiamo: “In tutta serietà, se volessimo adottare la long view, non dovremmo fare ancora i conti con la possibilità che una vasta parte del Grande Continente possa un giorno essere unificata sotto un unico potere, e che un’invincibile forza marittima possa essere fondata su di essa?”. E sempre nella medesima opera propone la sua celebre formula per il dominio geopolitico del mondo: “Chi controlla l’Est Europa comanda il cuore del mondo, chi controlla il cuore del mondo comanda l’isola del mondo, chi controlla l’isola del mondo comanda il mondo” (dove la locuzione “isola del mondo” indica la somma di Europa, Asia, Africa). In concreto, il controllo dell’Est Europa come chiave per il dominio mondiale avrebbe dovuto essere raggiunto dalle potenze occidentali tramite la creazione di una serie di Stati – cuscinetto (Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Cecoslovacchia) che, come un cuneo, avrebbero separato i due ex imperi terrestri di Russia e Germania. Fu esattamente quello che sancì, in quello stesso 1919, la conferenza di Versailles.

Possiamo dunque affermare che nelle sfarzose sale dell’ex residenza dei monarchi di Francia dovette aleggiare, oltre a quello idealista di Wilson e dei suoi Quattordici punti, lo spirito geopolitico di Mackinder. Uno spirito ammonitorio che tornò a far sentire la sua voce, per l’ultima volta, nel 1943 con un articolo dal titolo The Round World and the Winning of the Peace. Ne riportiamo un significativo stralcio: “Se da questa guerra l’Unione Sovietica emerge come conquistatrice della Germania, la si dovrà considerare la più grande potenza di terra del mondo. Inoltre godrà della posizione difensiva strategicamente più forte. L’heartland è la più grande fortezza naturale della terra. Per la prima volta nella storia è presidiato da una guarnigione adeguata sia in numero che in qualità”.

Come scongiurare un’alleanza tra forze “di terra”

Vanno aggiunte alcune postille a questa sintetica descrizione della dottrina geopolitica di Mackinder. Per ben tre volte nel corso della sua copiosa produzione scientifica egli modificò forma e dimensioni dell’heartland prendendo anche in considerazione l’ipotesi (per certi versi profetica) di una sua ubicazione in corrispondenza della Cina. Quella stessa Cina che avrebbe potuto unirsi alla Russia in un’invincibile fortezza euroasiatica. Prospettiva al giorno tutt’altro che remota. Ripercorrere nel dettaglio l’eredità politica e scientifica dello storico e geografo Mackinder sarebbe troppo lungo. Ricordiamo soltanto che le sue teorie dell’heartland e della necessità di impedire un’alleanza fra potenze terrestri nello spazio euroasiatico (oltre a mostrare una certa attualità, come si è cercato di dimostrare in questo breve articolo) sono state accolte da un altro padre nobile della geopolitica anglosassone: Nicolas Spykman. Colui che, con le teorie del rimland, ha fornito un contributo fondamentale alla dottrina americana del containment dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati regionali sullo scacchiere euroasiatico nelle prime fasi della Guerra fredda.

Davide Biosa

Ti è piaciuto l’articolo?
Ogni riga che scriviamo è frutto dell’impegno e della passione di una testata che non ha né padrini né padroni.
Il Primato Nazionale è infatti una voce libera e indipendente. Ma libertà e indipendenza hanno un costo.
Aiutaci a proseguire il nostro lavoro attraverso un abbonamento o una donazione.

 

La tua mail per essere sempre aggiornato

Commenta