Roma, 19 giu – Alle ore 18 del 19 giugno 1918, mentre mitragliava le posizioni austriache presso l’abbazia di Nervesa, fu abbattuto lo Spad S. XIII del maggiore Francesco Baracca, comandante della 91a Squadriglia da caccia di base a Quinto di Treviso.

Baracca, romagnolo di Lugo, proveniente dai cavalieri di Piemonte Reale, fu l’Asso degli Assi dell’Aviazione italiana, con trentaquattro vittorie certe (ma potrebbero esser state in realtà trentasei, come si vedrà), decorato  dell’ordine militare di Savoia e di medaglia d’oro al Valor Militare:

Primo pilota da caccia in Italia, campione indiscusso di abilità e di coraggio, sublime affermazione delle virtù italiane di slancio e di audacia, temprato in sessantatre combattimenti, ha già abbattuto trenta velivoli nemici, undici dei quali durante le più recenti operazioni. Negli ultimi scontri, tornò due volte col proprio apparecchio colpito e danneggiato da proiettili di mitragliatrici. Cielo dell’Isonzo, della Carnia, del Friuli, del Veneto e degli Altipiani, 25 novembre 1916, 11 febbraio, 22, 25, 26 ottobre, 6, 7, 15, 23 novembre, 7 dicembre 1917

Proprio alla sua provenienza dalla Cavalleria si deve la scelta da parte di Baracca del celeberrimo cavallino rampante come simbolo del proprio aereo. Nel 1924, accogliendo una proposta della madre dell’Eroe, Enzo Ferrari (le cui simpatie nazionaliste prima e fasciste poi sono ben note) fece del cavallino il simbolo della propria casa automobilistica. Il colore rosso delle vetture è lo stesso del reggimento di Baracca, Piemonte Reale Cavalleria (2°).

Qualche parola sull’aviazione italiana nel 1918 è necessaria.

Nel 1917 l’aviazione italiana aveva raggiunto la superiorità su quella austriaca, capovolgendo la situazione dell’inizio della guerra. Tuttavia l’arrivo in Italia di trentasei Jagdstaffeln tedesche, ritirate dal fronte russo e spostate in Italia in previsione dell’offensiva dell’Ottobre 1917 cambiò nuovamente la situazione in favore degli imperi centrali. Di conseguenza, nei giorni di Caporetto gli italiani subirono forti perdite di apparecchi, abbattuti, distrutti al suolo od abbandonati durante la ritirata: il 24 Novembre rimanevano solo 198 aerei efficienti, che riuscirono ad abbattere cinquantatré aerei austro- tedeschi durante i giorni della ritirata e della battaglia d’arresto ed a sconfiggere i tedeschi  nei cieli di Istrana il 26 dicembre abbattendo quattordici aerei germanici senza perderne nessuno. Fu pertanto necessario riorganizzare tutte le infrastrutture a terra dell’aeronautica; dietro il Piave vennero allestiti venticinque campi d’atterraggio, che sostituirono i ventidue del Friuli caduti in mano nemica. Inoltre venne dato molto impulso al coordinamento tra l’aviazione e l’esercito, per migliorare il supporto aereo alle operazioni terrestri; ciò ebbe un grande effetto nelle operazioni di Giugno.

I tedeschi poi ritirarono trentatré Jagdstaffeln, lasciandone solo tre sul fronte italiano (1a, 31a, 39a) , mentre inglesi e francesi inviarono sul fronte italiano alcune delle loro squadriglie. Gli inglesi inviarono a partire dal gennaio 1918 tre squadrons da caccia, 45°, 66° e 28°, ed uno da caccia e ricognizione, il 139°; gli inglesi rivendicarono sul fronte italiano 550 vittorie in dieci mesi, ed il loro pilota con più vittorie fu il maggiore William Baker, con 50 vittorie di cui 43 in Italia. Va detto che tali cifre sono assai opinabili e fantasiose: basti dire che sommate con quelle italiane, molto più attendibili, superano di molto gli aerei austriaci in Italia… Più attendibile la cifra delle vittorie francesi, 16, di cui sei del sergente Levy, della 92a squadriglia da caccia , l’unica presente sul fronte italiano, che mutò la numerazione più volte: 392a, e 561a. Va detto che gli italiani inviarono in Francia già dal dicembre 1917 il 18° Gruppo aeroplani da bombardamento, su apparecchi Caproni.

Durante la battaglia di Giugno sul Piave, dal 15 al 25 Giugno la caccia tenne in volo dall’alba al tramonto centoventi velivoli, mitragliando e bombardando truppe, ponti e passerelle, abbattendo centosette velivoli e sette palloni frenati, mentre gli italiani persero solamente sette apparecchi. Gli aerei da bombardamento utilizzati furono duecentocinque, e sganciarono sessantasette tonnellate di bombe. Gli osservatori imbarcati sui palloni frenati rilevarono la posizione di oltre quattromila postazioni dell’artiglieria imperiale, dirigendo il tiro dei cannoni italiani; tre palloni frenati furono abbattuti. Nella battaglia del Solstizio intervennero anche apparecchi inglesi, soprattutto nella zona del Grappa e del Montello. Inoltre, velivoli italiani sorvolarono le città di Fiume, Lubiana, Zagabria e Karlstadt, lanciando volantini di propaganda separatista.

Il ruolo decisivo dell’aviazione italiana venne riconosciuto dall’avversario, che nella circolare n. 6264 del Comando dell’aviazione della Marina austro-ungarica parlò del dominio italiano dei cieli come la causa principale del cattivo esito della nostra azione.

Nel 1918 il Corpo aeronautico militare giunse a contare 51 Gruppi per complessivi 1750 apparecchi da caccia, bombardamento e ricognizione.

L’aeronautica italiana ebbe in tutto quarantadue assi, tra i quali primeggiò il maggiore Francesco Baracca che ottenne trentaquattro vittorie – è però probabile che Baracca abbia abbattuto altri due aerei il 19 Giugno prima di morire, portando il totale a 36 vittorie – seguito da Silvio Scaroni con trenta, Piccio con 24, Baracchini con 21 e Ruffo di Calabria con 20; gli assi abbatterono 403 aerei avversari, e sette di loro caddero in combattimento. Altri duecento aviatori abbatterono da uno a quattro apparecchi nemici, per un totale di 773 velivoli abbattuti; 643 vittorie vennero ottenute nel solo 1918.

Il termine As nacque in Francia all’inizio della guerra, venendo adottato da tutte le nazioni belligeranti, esclusa la Germania dove si utilizzava invece il termine Kanone, ripreso dagli statunitensi nel secondo dopoguerra come top gun. Per essere considerato un asso bisognava aver abbattuto cinque aerei, o quattro in Germania.

Le vittorie venivano attribuite sulla base dei compagni di volo o degli osservatori da terra a tutti i componenti dell’equipaggio dell’aereo vittorioso, o, nell’aviazione austro- ungarica, a tutti coloro che avevano anche solo partecipato all’azione, il che spiega come il numero di vittorie attribuite siano 477 di fronte ai 138 aerei effettivamente perduti dagli italiani, essendo ogni vittoria attribuita a tutti i partecipanti all’azione e quindi conteggiata più volte: ad esempio, se in uno scontro cui prendevano parte dieci aerei austriaci veniva abbattuto un apparecchio avversario, venivano assegnate dieci vittorie anziché una soltanto. I più rigorosi nell’assegnare le vittorie furono francesi e statunitensi, per i quali bisognava che vi fossero testimoni della caduta dell’aereo nemico o della sua esplosione. Gli inglesi erano i meno attendibili, utilizzando un computo basato non solo sugli aerei abbattuti certi ma anche su quelli probabili, ossia su quelli dichiarati dal pilota, senza richiedere prove. Gli italiani richiedevano almeno due osservatori per certificare un abbattimento e varie testimonianze concordi perché una caduta potesse considerarsi “a picco”, ovvero come un abbattimento. In Italia non veniva riconosciuta la vittoria sui dirigibili e sui palloni frenati se il pallone non era stato incendiato. Gli italiani persero nel corso del conflitto 128 aerei e 37 idrovolanti della Regia Marina, oltre a trenta palloni (tra cui 12 dirigibili).

Tornando alla morte di Baracca, il 19 Giugno, prima di essere abbattuto nel corso della seconda missione sul Montello, questi aveva abbattuto due nuovi aerei.

Rientrato al campo di Quinto di Treviso, il maggiore Baracca venne affrontato duramente dal generale Bongiovanni, che aveva avuto un brusco rimprovero telefonico da parte del Sottocapo di Stato Maggiore Badoglio per gli scarsi risultati, a suo dire, ottenuti dall’aviazione nell’ostacolare i movimenti delle fanterie nemiche nella zona del Montello. Bongiovanni, a sua volta, si sfogò su Baracca, ordinando di scendere a mitragliare a pochi metri d’altezza; all’obiezione di Baracca che una rosa di tiro più ampia poteva causare danni ben più gravi che non il mirare al singolo soldato, il generale dimenticando forse di star parlando con una Medaglia d’oro accusò il maggiore di aver paura. Al che, sbattuti i guanti sul tavolo, Baracca uscì dall’ufficio di Bongiovanni e ripartì dirigendosi nuovamente verso la linea del fronte, sull’abbazia di Nervesa.

Non rientrò più.

Si disse fosse stato colpito dal fuoco di una mitragliatrice nemica, ma data la notorietà di Baracca, ci fu chi tentò di appropriarsi il merito dell’abbattimento, come il tenente Arnold Bawing, comandante di un ricognitore Phönix C.1 dell’Imperial- regia Marina(l’aviazione austro- ungarica era una branca della Marina) pilotato dal sottufficiale Max Kauer. Bawing affermò di aver avvistato l’asso italiano e di averlo abbattuto con la propria mitragliatrice, ma ciò contrasta con la testimonianza del tenente Franco Osnago, gregario di Baracca, che negò che al momento della caduta dello Spad del maggiore vi fosse alcun aereo nemico.

La salma dell’eroe fu recuperata solo il 23 da un gruppo formato dal ten. Osnago, dal ten. Ferruccio Ranza, anch’egli asso della 91a Squadriglia con 17 vittorie, futuro Generale di Squadra Aerea, comandante della Regia Areonautica sul fronte greco-albanese nel 1940-41 e, dopo l’armistizio, della IV Squadra dell’areonautica cobelligerante,e da un giornalista, dopo la ritirata austriaca dal Montello, e fu notato un piccolo foro d’arma da fuoco nella regione orbitale destra e ustioni profonde e diffuse, dovute all’esplosione del motore. Ciò ha portato numerosi storici dell’aviazione ad ipotizzare che Baracca si sia sparato con la pistola d’ordinanza (trovata a pochi metri dal corpo, mentre la fondina fu trovata aperta). Spesso i piloti della Prima Guerra Mondiale volavano senza paracadute, considerato ingombrante e pressoché inutile – del resto Baracca quando fu abbattuto volava troppo basso perché potesse lanciarsi, anche se avesse avuto il paracadute, e non risulta che questo sia stato trovato col corpo.

Inoltre Baracca aveva più volte ripetuta l’intenzione di spararsi se fosse stato abbattuto, per non morire tra le fiamme: in una lettera alla madre del venti maggio del 1917 scrisse di esser rimasto sconvolto alla vista di un apparecchio austriaco da lui abbattuto che aveva preso fuoco a causa dei proiettili traccianti; il pilota era arso vivo, e Baracca aveva da allora deciso di non usare più pallottole traccianti, anche se ciò poteva pregiudicare la precisione della mira. D’altro canto il foro d’entrata della pallottola era assai piccolo, e la testa di Baracca era intatta, cosa che non sarebbe potuta avvenire se a colpire fosse stata una pallottola di una mitragliatrice o di un moschetto, mentre era perfettamente compatibile con il calibro 6,35 della pistola dell’asso italiano.

Quanto alla causa dell’abbattimento, resta probabile il fuoco di fucileria che colpì lo Spad XIII al serbatoio della benzina, causandone l’incendio – si ricordi che gli aerei dell’epoca erano costruiti in legno e tela, dunque assai infiammabili – assai più che non il fuoco di mitragliatrici. Da escludere assolutamente la versione data dal Bawing, dato che, come detto, non v’erano aerei austriaci in volo in quel momento.

Il suicidio non toglie assolutamente nulla al valore di Baracca, e anzi, sottolinea certi suoi comportamenti per i quali l’entusiasmo e la determinazione s’alternavano ad una lucida freddezza ed alla ricerca delle prestazioni, caratteristiche che portano ad includere Francesco Baracca tra i cacciatori scientifici piuttosto che tra quelli i cui successi furono dovuti a temerarietà ed irruenza.

Pierluigi Romeo di Colloredo

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