Roma, 19 giu – Esistono due tipi di approcci possibili e diversi: quello della sinistra, madre adottiva della neolingua politicamente corretta, secondo cui il reato grave di cui interessarci lo commette chi li chiama zingari e non, piuttosto, chi delinque rubando, facendo accattonaggio molesto e obbligando dei minori a vivere in condizioni indecenti; oppure il realismo di Salvini e della destra in generale, la quale si occupa maggiormente del contenuto lasciando la forma ai linguisti, secondo il quale i rom in Italia creano problemi di ordine pubblico, dunque è necessario avere un quadro chiaro del loro numero, dei loro impieghi, delle loro intenzioni per il futuro così da affrontare serenamente il problema. È vietato generalizzare: nessuno lo ha fatto, poiché ormai anche gli scemi hanno capito che-non-tutti-sono-ladri e bla bla bla, le solite banalità intrise di supponenza professorale.

Ora, siccome qui nessuno ripensa ai tempi dei rastrellamenti nazisti come anni felici in cui tutto andava bene e tutto era in ordine, lasciateci mandare a quel paese chiaramente e specificatamente tutti coloro che, in modo più o meno esplicito, hanno accostato i sostenitori del censimento proposto da Salvini a coloro che nel ’33 tifavano Hitler: vi mandiamo pacatamente a cagare. Mentana è il guru dei perbenisti che mai hanno il fegato di prendere una posizione contro corrente: il solito Salvini gioca con la vita dei migranti sull’Aquarius e Macron non deve permettersi di dargli del cinico. Un cerchiobottista di prim’ordine che non ne sbaglia una, talmente bravo nel portarsi a casa botte piena e moglie ubriaca che su Instagram si limita a pubblicare le foto dei propri status su Facebook. La sua opinione, in pratica, si è trasformata in un’opera d’arte. Qui, al contrario, non ne trovate di artisti: siamo la gentaglia di destra, e se risultasse complicato comprenderne il significato, si leggano nuovamente le prime righe di questo articolo.

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Ripulito il contorno del piatto, passiamo alla ciccia. Il censimento, da che mondo è mondo ovvero da quando veniva fatto oltre duemila anni fa, è utile per fare chiarezza su un determinato gruppo di persone che si trova in un determinato territorio in un particolare momento storico. Le ragioni possono essere le più svariate, e in questo caso non è difficile comprendere si tratti di tutela dell’ordine pubblico. Da qui, la domanda seguente: accostare i rom presenti in Italia a problemi di ordine pubblico ricalca la realtà o no? È evidente che sia così, e prima di tutti lo dice l’esperienza comune, il principio di realtà, se non addirittura la logica. E la logica vuole che se dieci persone su dieci controllano il proprio portafogli nel momento in cui un rom gli si avvicina in metropolitana, la percezione globale è di pericolo e di minaccia e non è possibile recludere tali sentimenti nel perimetro dell’idiozia razzista, magari indotta dalla propaganda populista che soffia sul fuoco delle paure.

La storia dei rom non parla di una etnia di grandi lavoratori, bensì di gruppi di persone che dall’India nord-occidentale si sono spostati in Europa e Africa settentrionale mantenendo le proprie usanze e i propri costumi: la vita nomade in carri, mantenersi tramite lavoretti col rame, la chiromanzia, la musica ambulante e l’accattonaggio. In Italia i nomadi non fanno più i nomadi, perché si sono fermati sul territorio nazionale. Se ne contano dai 150 ai 180mila, di cui quasi 30mila vivono nei famosi campi rom. Nessuno li ha ghettizzati in quella condizione, piuttosto sono loro a preferirla non contemplando lo stile di vita moderno e stabile che caratterizza noi italiani. La stabilità derivante da un lavoro è vista come un cappio al collo, dunque è preferibile rimaner liberi da tali lacci. Così si creano gli enormi problemi riguardanti i minori che non vanno a scuola, utilizzati per l’accattonaggio e i piccoli furti. Un tipo di educazione di questo tipo va di pari passo con le discariche a cielo aperto che creano in moltissimi campi ove vivono, quasi come se quella loro sistemazione rimanesse temporanea, come se quell’aria infetta non fosse anche la loro, sebbene poi i loro bambini e loro stessi crescano e vivano in quel lerciume. A Pistoia, città dove vive lo scrivente, ci sono due campi rom, uno dei quali immediatamente dietro il nuovo ospedale San Jacopo. Ebbene, si è formata nei dintorni di quest’ultimo una discarica a cielo aperto di dimensioni consistenti, per altro nei pressi dell’ospedale, che i rom “residenti” in quel campo hanno creato e non hanno intenzione di smaltire: se ne fregano come se in quella zona vivessero altre persone e non loro. Poco più di un anno fa, in una piazzetta non distante dal centro città adibita a parcheggio si insediarono svariate roulotte di rom: motivi sconosciuti, ma ciò che era certo era il cumulo di sporcizia e rifiuti che si era formato in pochi mesi. Il neo sindaco Alessandro Tomasi di Fratelli d’Italia ha provveduto allo smantellamento e al ripristino dell’ordine pubblico, al contrario del suo predecessore progressista che preferiva inalberarsi in monologhi sulla nuova Resistenza costituita dai fratelli migranti.

È chiara la dicotomia d’approccio? Possiamo teoricamente investire la nostra intera vita a discutere di integrazione di altre culture e di come favorirne l’assorbimento nel tessuto sociale, nessuno ce lo vieta, ma il principio di realtà deve guidare di volta in volta le nostre scelte così da non trasformarci in sciocchi sognatori. E la realtà dei rom in Italia è complicata e difficile, si è incancrenita a causa di coloro che il suddetto principio fingono non esista preferendogli slogan vuoti e senza costrutto, giungendo all’ovvio risultato del sospetto, dell’antipatia, della rabbia viste le somme di denaro investite per il mantenimento di quegli stessi campi. Ed esattamente come viene fatto per la promessa di rimpatriare le centinaia di migliaia di clandestini che i benpensanti hanno fatto entrare, adesso i medesimi intellettualoidi con la medesima ipocrisia accusano il governo di fare promesse impossibili da mantenere. Ma che approccio folle e disfattista, irresponsabile e vile: versano litri d’olio a terra e quando il loro successore si propone di rimediare al disastro lo dileggiano gridandogli addosso che mai riuscirà in quell’impresa, tifando quindi per la sua caduta a terra.

Detto ciò, fate voi, nel senso che nessuno potrà impedirvi di accostare un’iniziativa di questo genere ai vecchi rastrellamenti o di citare la senatrice Liliana Segre, già sopravvissuta all’Olocausto, come scudo ai nuovi fascismi o nazismi. Fate voi, ma non dimenticate che l’importanza e la gravità di determinati eventi storici drammatici si preservano anche evitando di paragonarli con altri fatti di tutt’altra natura, di tutt’altro stampo, col sol fine di rincorrere il perbenismo assoluto, cieco e maldestro.

Lorenzo Zuppini

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