Roma, 1 mar – “Dobbiamo cominciare il giorno pensando alla morte”: Yamamoto Tsunetomo è così che stabilisce, nel suo Hagakure, la linea che ogni samurai deve seguire nel corso della sua esistenza. Un aspetto centrale nella via del guerriero giapponese, che si esprime nella limpida purezza con cui Yukio Mishima, il 25 novembre 1970, affronta le sue nozze con morte e lascia a noi la chiave di lettura di un’intera civiltà: “Il valore di un uomo si rivela nell’istante stesso in cui la vita si confronta con la morte. Il confine dà volto e forma alla materia, gli conferisce bellezza tracciandone il profilo, che sia di una statua, di una nazione o di una vita. Allora come raccontare una storia tanto affascinante come quella del “samurai di Fiume” senza iniziare dalla sua fine? Visto che di un poeta stiamo parlando, di un poeta armato, che ha fatto del suo pensiero arte, ovvero azione, è bene iniziare dove la sua più grande opera viene terminata. Sì, è così che deve iniziare il viaggio alla sua scoperta: un viaggio “Dantesco”, una catarsi che dalla morte ci porterà alla vita, un’ascesa che, se vogliamo, imita il percorso del Sole. Così sia allora, iniziamo dalla fine.

Dal Giappone a Roma

È il 1° dicembre del 1954, Harukichi Shimoi si spegne all’età di sessantuno anni. Il suo cuore, semplicemente, cessa di battere. Una fine “misera” si potrà pensare, soprattutto per quel “tipo” giapponese che ci ha abituato alle folgoranti discese dei kamikaze che hanno incendiato l’oceano o ai gloriosi suicidi rituali che costellano l’intera storia del Giappone. Una fine che però è coerente con la sua vita e con il suo amore: lui che dal “Dai Nippon”, dall’impero del Giappone, da sempre aveva guardato ad un altro impero, quello di Roma.

Sangue di Enea Ritter

Due storie parallele, quelle dei romani e quelle dei giapponesi, che condividono non solo una sfera temporale pressoché uguale, ma anche un’etica guerriera che si sintetizza in una sola parola latina: “devotio”. Una pratica religiosa dell’antica Roma per la quale il comandante dell’esercito romano si immolava agli Dèi Mani per ottenere, in cambio della propria vita, la salvezza e la vittoria dei suoi uomini. Harukichi Shimoi, come Decio Mure, è già morto, muore nel momento stesso in cui decide di sacrificare deliberatamente la sua persona con la volontà di non uscire vivo dalla mischia. In quel preciso istante, che lui esca vittorioso o sconfitto, si è già distaccato dalla vita e ha già consegnato alla prova dell’azione la sua intera esistenza. Di queste prove Harukichi Inoue, come vedremo, ne supera parecchie, senza mai cedere il passo e non rinunciando mai alla prima linea. Un giapponese italiano, un samurai legionario, una sintesi tra due mondi distanti eppure vicini che nella sua vita si intrecceranno formando un’unica trama.

Una giovinezza perenne, quella del poeta-soldato giapponese, cristallizzata nell’impressione che ebbe di lui il grande giornalista italiano Indro Montanelli che tra il 1951 e il 1952 soggiornò in Giappone per osservarne di persona le evoluzioni dopo la sconfitta nella seconda guerra mondiale. “Quanti anni avrà, ora, Harukichi Shimoi? Forse cinquanta, forse centocinquanta. Come per Guelfo Civinini, suo amico, anche per lui il problema dell’età non si pone. Quale che essa sia, egli la porta esattamente come deve averla portata mezzo secolo fa”.

L’amore per Dante

Parole lucide di un osservatore oculato, che colgono nel segno. È quella giovinezza ardente, sempre presente, che fa di Harukichi Shimoi un uomo fuori dal tempo, rivoluzionaria per sua stessa natura. Shimoi fu sempre all’avanguardia del suo tempo, della sua storia e di quella della sua patria. Un destino scritto nel sangue. Gli Inoue, la famiglia di origine samurai del padre, sono protagonisti dei movimenti per la restaurazione dell’imperatore Meiji che tra il 1866 e il 1869 videro l’abolizione del bakufu, il governo shogunale con sede a Edo e alla restaurazione del potere imperiale. Un movimento che catalizzò le energie del Giappone verso scelte politiche di modernizzazione e di industrializzazione, che portarono la nazione ad assurgere al rango di potenza economica e militare. Sforzi coronati dalla vittoria, nel 1905, della Battaglia di Tsushima, che nello stretto di Corea vide la marina imperiale giapponese annientare due terzi della flotta imperiale russa. Un vero e proprio “risorgimento” che vede nuovamente il Giappone e l’Italia viaggiare su binari paralleli.

Una sola figura unisce queste storie, quella del giovanissimo Harukichi, quella della Restaurazione e quella del Risorgimento. La figura di un altro eterno giovane, il padre della lingua italiana: il fiorentino Dante Alighieri. Una figura guida del nostro viaggio per comprendere Shimoi, il nostro Virgilio nell’inferno del Dai Nippon messo in ginocchio dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Lo stesso inferno su cui si apprestava a far luce Montanelli (allievo di Berto Ricci, un altro fiorentino) con la guida del giovane vecchio Harukichi. È a Tokyo che Harukichi Inoue conosce quell’Amore che risulterà essere la costante della sua vita. Quello per lo studio, che fa di lui un ottimo studente alla “Koto Shihan Gakko”, ma anche per gli ideali romantici di avventura che lo spingeranno verso organizzazioni di destra del primo novecento giapponese. Ma soprattutto l’amore che gli consentirà di conoscere l’Alighieri. Lo stesso che lo porterà a sposare Fuji Shimoi, da cui prenderà il cognome, e ad imparare perfettamente l’inglese che userà per leggere le uniche traduzioni di Dante presenti in Giappone.

Ma il suo animo ribelle non si placa, non ha intenzione di occuparsi della ditta di legname della moglie molto a lungo. Fonda una società dantesca che raccoglie numerosi iscritti e si iscrive al corso serale di italiano presso il dipartimento di lingua italiana dell’università di Tokyo: deve assolutamente abbattere la barriera linguistica che lo separa dall’Italia. Ci riuscirà nel 1913, quando sarà l’unico del suo corso a laurearsi. Alla cerimonia di laurea tiene un discorso in italiano davanti ai presenti, dapprima lamentandosi delle limitate ore di lezioni, poi scaldandosi via via fino a rendere manifesto «lo scopo di trasfondere in occidente qualche atomo di quel patrimonio del genio latino che ha illuminato il mondo», per usare le sue parole. È Alfonso Gasco (1867-1936), agente diplomatico della Regia ambasciata d’Italia che conosce Shimoi in quell’occasione, a raccomandarlo all’Istituto orientale di Napoli come lettore di lingua giapponese. Così nel 1915, Harukichi Shimoi si imbarca alla volta della città partenopea. È l’inizio della sua vita in Italia, la parte centrale (forse la più importante) del suo viaggio su questa terra. Qui darà senso alla sua giovinezza, ricollegando lo spirito tradizionale del Bushido alla rivoluzione fascista, unendo Roma e Tokyo sotto le ali spiegate di un biplano Ansaldo SVA e di un’aquila imperiale.

Le tigri bianche

Un aquila che ci porta in volo nel 1928. È di bronzo, sovrasta una colonna romana di marmo rosso. Una targa recita: Allo spirito del Bushido. È stata disegnata dall’artista italiano Duilio Cambellotti, commissionata dallo stesso Mussolini come dono per il matrimonio tra il principe imperiale Chichibu e la giovanissima Setsuko Matsudaira. Harukichi Shimoi, che in quel periodo si trova a Roma, ha convinto il Duce a saldare ancora di più l’amicizia tra la nuova Italia fascista e il Giappone futuro, che in questo matrimonio richiude una ferita aperta nel 1868 con la guerra boshin. La giovane Setsuko infatti è la nipote di Katamori Matsudaira, ultimo daimyo di Aizu, il ribelle che fu sconfitto dall’esercito imperiale nella battaglia del castello di Tsuruga. Shimoi racconta a Mussolini la mitica storia delle “Tigri bianche”, giovanissimi guerrieri di un reggimento agli ordini del daimyo ribelle, che quando videro il castello del loro signore avvolto dalle fiamme e credendolo morto, decisero di uccidersi in massa. Shimoi, ormai protagonista degli scambi culturali fra i due paesi, cerca di forgiare insieme il bushido e il fascismo, presentando la condotta dei “bianchi tigrotti” come degna delle più alte tradizioni romane. In Italia la storia del “byakkotai” commuove l’opinione pubblica e da parte giapponese il dono viene accettato con il massimo gradimento. Il monumento italiano viene inaugurato nell’estate del 1928, ad Aizu Wakamatsu, nel cimitero dedicato ai guerrieri che si tolsero la vita per il loro signore, sul Monte Iimori, alla presenza del principe imperiale Takamatsu, fratello di Hirohito, rinsaldando così la fedeltà dei clan che erano stati contrari alla Restaurazione, all’Impero del Sol Levante.

Di nuovo Italia e Giappone si ritrovano a condividere momenti storici di massima importanza. Pochi mesi dopo il governo di Benito Mussolini chiuderà la cosiddetta “questione romana”, che dal 1871 spaccava in due il Regno d’Italia e il Vaticano, anch’esso ostico avversario di quel movimento “risorgimentale” che voleva riunificare la penisola sotto i colori del verde-bianco-rosso. Nello stesso anno, Giappone e Italia riunificano la loro compagine e si lanciano insieme verso una collaborazione che sfocerà, già nel 1938, in una prima bozza di accordo bilaterale di reciproco interesse. Seguirà la costituzione dell’Asse Roma-Berlino-Tokyo, il 27 settembre 1940, in cui le tre nazioni “nuove” decideranno di affrontare insieme la titanica guerra che a giusto titolo fu definita del “sangue contro l’oro”.

Fiori di ciliegio e guerrieri

La rigenerazione, il moto perpetuo del continuo risorgere, costante nella vita di Harukichi Shimoi quanto in quella delle sue due patrie, fa del poeta giapponese un cantore della bellezza. Tenne la cattedra di giapponese all’Orientale di Napoli dal 1921 al 1926 e sotto il sole del golfo, nel 1920, il giapponese che parla benissimo l’italiano con un simpatico accento napoletano, fonda la rivista di poesia “Sakura – prima rassegna moderna europea dell’arte e della poesia dell’Estremo Oriente”. Sakura presenterà in Italia alcuni poeti e scrittori, attraverso traduzioni di brani delle loro opere, ma avrà la vita breve: solo un anno, dal giugno 1920 al marzo 1921. Ma è il nome stesso che si fa poesia: fiore di ciliegio, il simbolo di bellezza e rinascita, di rigenerazione. Perché se la natura è un perpetuo scorrere e mutare, lo è anche il poeta. La poesia stessa è azione, lo suggerisce l’etimo della parola che dal greco ποίησις  significa “fare” o “produrre”. La poesia si “fa” quindi, come un còro, anch’essa parola di origine greca che prima ancora di definire il suono di più voci, definisce la danza che accompagnava il canto in onore degli Dèi. Quindi dove pensiero e azione si incontrano, nasce l’Arte. L’arte della musica, della poesia, quella del fabbro.

Shimoi come Dante, anche lui poeta d’azione, affronta il viaggio della vita alla ricerca di un principio supremo, un Amore, un disperato amore che ancora prima di essere mèta ultima del viaggio, si fa motore dello stesso durante la strada. Un’etica dell’onore, guerriera, che secondo Dominique Venner “afferma che la vita è lotta” ed “esalta il valore del sacrificio”. Allora, la vita, è prima di tutto arte della guerra. Un elevazione costante tesa alla vetta e alimentata dal sacrificio: più si dona, più si soffre, più si ama e più si sale. È sempre il sommo poeta a lasciarci il “manifesto” del destino di un guerriero: quando alla fine del suo viaggio, accompagnato da Beatrice, contempla l’Empireo. L’ardente “amor che move il sole e l’altre stelle”. Ovvero quella scintilla di fuoco che risiede nei cuori di chi lotta. Harukichi Shimoi è stato soprattutto questo nella sua vita, fiore di ciliegio e guerriero.

Un poeta in trincea

È l’estate del 1918 e sul treno che collega Fiuggi a Roma, il giapponese incontra nel vagone il comandante supremo delle forze armate italiane Armando Diaz. Preso dal fervore per il fortuito incontro chiede immediatamente di visitare il fronte. Diaz acconsente e così Harukichi Shimoi parte verso la guerra italiana. Come corrispondente arriva a Padova, dove inizia a scrivere articoli per Il Corriere del Mezzogiorno e invia anche una serie di lettere a Napoli che, successivamente, saranno raccolte ne “La guerra Italiana”, pubblicato nel 1919 dalle edizioni della Diana. Ma ovviamente scalpita, è nipote di samurai e il suo animo lo spinge ad abbandonare presto il comodo posto nelle retrovie. Lui vuole la prima linea, la guerra. È giunta per lui l’ora di dimostrare di poter vivere il suo sogno. Lui è un uomo di cultura, ma non quella salottiera, piuttosto quella che si vive nelle trincee: quella della pistola, della granata e della carica ad ondata umana.

Quella terribile bellezza in cui poesia e sangue fanno parte della stessa musica. Shimoi, nonostante le resistenze degli ufficiali, riesce finalmente a raggiungere il fronte ed arruolarsi come volontario tra le file degli arditi. Vivrà in trincea gli ultimi mesi di guerra partecipando all’esaltazione della vittoria. In trincea insegna ai suoi commilitoni l’arte del karatè. Diviene noto e temuto tra le fila austriache per i suoi attacchi, in cui armato soltanto della sua katana si lancia urlando all’assalto delle trincee. È ancora Dante, il sommo poeta, a guidarlo tra le bolge della guerra. Il 4 novembre 1918, cento anni fa, gli italiani entrarono a Trento. Tra di loro, un “piccolo giovane che è venuto dall’Estremo Oriente, lasciando lontano i suoi cari, sfidando il mar tempestoso che si estende per cinquemila miglia, guidato solo dall’amore delle divine parole del Poeta” si avvicinò al monumento a Dante, nella piazza omonima e “sul marmo lucido del suo piedistallo, s’inginocchiò e si inchinò riverente”.

Harukichi Shimoi legionario fiumano

A Venezia, un incontro fatidico segnerà per sempre la sua vita. Harukichi Shimoi incontra Gabriele D’Annunzio, che resta colpito dall’ardito nipponico, dal suo coraggio e dalla sua sensibilità. Quei incontri “magici” tra figure titaniche che segnano un epoca e danno inizio a nuove storie. Insieme apriranno nuove vie. Come pionieri costruiranno un’unica strada attraverso il cielo e la terra. Stiamo parlando di due imprese che vedranno i due poeti soldati farsi protagonisti della storia. Nasce un’amicizia, a cui il Vate dedicherà, il 20 aprile del 1919, il testo “Ricordo d’acqua e d’anima”.

Parlavamo dell’Italia dolorosa, parlavamo del nostro sacrificio e del nostro sangue, dei giorni disperati e delle speranze invitte. Te ne ricordi? Vidi ad un tratto due lacrime vive sgorgare dai tuoi sconosciuti occhi di straniero. E subitamente ti riconobbi fratello; e il cuore mi si aperse. Ora ti dico – in questo giorno di primavera ansiosa – ti dico che nessun poeta della tua stirpe compose mai strofa su rugiada più celeste di quel tuo pianto“.

Il vento cambia pochi mesi dopo. Il 12 settembre 1919, D’Annunzio alla testa di 2600 legionari varca i confini di Fiume e proclama la sua annessione al Regno d’Italia. Qui Shimoi, nel suo continuo trasformarsi, diviene legionario e nel 1920 raggiunge il Carnaro venendo nominato caporale d’onore della guardia del Comandante. Harukichi rimane per tutta la durata della reggenza italiana divenendo protagonista di un avventura senza tempo. La giovinezza sgorga a Fiume, i fati intrecciati in questo viaggio raggiungono il loro culmine. È lo spartiacque di un secolo, di una vita, dopo nulla sarà come prima. Il sole che accompagna il nostro viaggio in ascesa è allo zenit.

Qui D’Annunzio celebra il suo poema d’azione, ma prima che si concluda nel tragico epilogo del “Natale di sangue” fa di Harukichi Shimoi il suo tramite con un’altra figura titanica di quel tempo grandioso in cui, sulla stessa terra e nello stesso tempo, si aggiravano sfiorandosi figure straordinarie di eroi, artisti, poeti, ribelli e condottieri: da Lawrence D’Arabia a Guido Keller, da Ettore Muti a Ernst Junger, da Ungern Sternberg a Michael Collins, da Marinetti ad Ezra Pound. Tutti uomini che hanno tracciato la loro volontà nel cielo e trasformato la terra sulla quale camminavano. La figura è quella del direttore del Popolo d’Italia, l’ex socialista interventista e veterano di guerra Benito Mussolini che da Milano, a piazza San Sepolcro, ha già lanciato la rivoluzione fascista. Tra il  1920 e il 1921, portando le lettere segrete del Vate dirette a Mussolini, Shimoi ha la possibilità di conoscere il capo dei Fasci Italiani di Combattimento. Mussolini lo ascolta mentre gli presenta quel Giappone di cui il bushido è l’essenza più pura, della forza raggiunta dalla sua nazione in un brevissimo periodo grazie alle virtù dello stesso: gerarchia, educazione, disciplina, onore e lealtà. Shimoi è fascista, indiscutibilmente. Nel 1922 è in camicia nera e marcia su Roma insieme ai nuovi italiani forgiati dalla rivoluzione.

Il raid Roma-Tokyo

Ma avevamo parlato anche di un’altra impresa e di un Ansaldo SVA. Un avventura che avrà luogo parallelamente a quella Fiumana: il raid Roma-Tokyo. L’ultima tappa della nostra ascesa, iniziata in un grigio ’54, che ci ha portato ora nel momento in cui Italia e Giappone uniscono i loro destini, scrivendo nel coraggio e nell’aria una storia di amicizia che a tratti è proceduta sotterranea e in alcuni momenti ha raggiunto le cime dell’apoteosi. Ideato dai due poeti soldati, il volo tra Roma e Tokyo che attraversa l’Eurasia doveva essere portato a compimento dallo stesso D’Annunzio che però a causa del suo impegno a Fiume e la morte dell’aviatore Natale Palli, suo fedele amico, dovette rinunciare per sempre. Il raid, nonostante una prima battuta di arresto, raggiunse il suo obiettivo. Il 31 maggio 1920 i giapponesi che si sono radunati in massa nel parco di Yoyogi, allestito per l’occasione come un campo di volo, accolgono al grido di “Banzai Italia! Italia Banzai!” i piloti Arturo Ferrarin e Guido Masiero, i soli tra gli undici partiti il 14 febbraio 1920 dall’aeroporto di Roma Centocelle, a giungere a Tokyo. Gli altri equipaggi incapparono in incidenti, anche mortali, che impedirono loro di raggiungere la capitale nipponica: i primi a terminare la corsa verso oriente furono Abba e Garrone, che persero il loro aereo a Salonicco.

Successivamente il Caproni di Sala e Borello ebbe una avaria lungo il corso del Meandro e sempre in Turchia, a Konya, terminarono il loro viaggio Origgi e Negrini: i due vennero catturati il due settembre ed il loro aereo successivamente distrutto. Sul deserto siriano fu la volta dei piloti Scavini e Bonalumi, a bordo di un trimotore Caproni, a dover rinunciare all’impresa. A Bushehr avvenne il più grave incidente del raid, poiché Gordesco e Grassa, che facevano parte della pattuglia guidata dal primo, ebbero un incidente mortale: il loro aereo, uno S.V.A. 9 come quello di Masiero e Ferrarin, ebbe un’avaria al decollo e dopo essersi incendiato precipitò. I due, per volontà dell’imperatrice Teimei, ebbero ufficiato un rito funebre in loro onore presso un tempio della capitale, alla presenza dei piloti italiani lì giunti. Ma i festeggiamenti nella capitale nipponica durano oltre un mese. I due Italiani vengono portati in trionfo. Ferrarin viene ricevuto dall’Imperatrice da cui riceverà la più alta onorificenza giapponese e una spada samurai. Anche Hirohito, futuro Imperatore, vuole incontrare i due aviatori. Lui stesso nel 1921, farà visita all’Italia nel primo viaggio estero di un membro della famiglia imperiale. Viene accolto a Napoli l’11 luglio 1921 da un giapponese quasi napoletano, era Shimoi che iniziava, ancora una volta, a tracciare per l’Italia e il Giappone un destino comune.

Il Sole sta calando sulla nostra storia, siamo alla fine. Harukichi Shimoi ha compiuto il suo viaggio verso la vita, verso l’alto. Ha seguito il percorso dell’astro, da est si è levato all’ovest, per poi ri-tornare. La terra ha compiuto il suo ciclo, le stagioni hanno mutato il colore degli alberi, i fiumi hanno scavato la roccia. È di nuovo autunno, la stagione che dà inizio alla discesa, o salita, verso l’inverno. Dante incontra Virgilio nella Selva e inizia il suo cammino. Intanto Enea approda a Cuma, sulla costa napoletana, per discendere nel regno degli Inferi, nel Tartaro, insieme alla Sibilla. Shimoi è lì, in attesa di un Vate per iniziare il suo viaggio: che sia suo Padre, Dante o D’Annunzio poco importa. Ciò che importa è che la storia nel suo eterno ciclo sta per ripetersi. Il Sole ri-sorge ad est, è il 20 ottobre 1883: siamo nella regione di Kyushu, ad Akizuki nella prefettura di Fukuoka. È qui e ora che si inizia o meglio re-inizia. Viene alla luce l’erede di un’antica famiglia samurai: è nato Harukichi Inoue Shimoi.

Libero Baluardo

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