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Seconda e ultima parte del nostro approfondimento sull’Islam politico. Qui la prima parte

Roma, 1 mar – Negli anni ’30 emersero i principali teorici dell’islamismo politico. Hasan Al-Banna, egiziano, fondò nel 1928 la Fratellanza Musulmana, di ispirazione religiosa salafita, e fu il primo teorico della moderna idea di Jihad. Sayyid Abu l-Aʿla Mawdudi, già esponente del Khilafat indiano, teorico della «Sovranità di Dio» come base dello Stato islamico, fondò il movimento Jamaat e-Islami nel 1941, contribuendo all’indipendenza del Pakistan. La penetrazione demografica ebraica in Palestina provocò la grande rivolta del 1935-1938, nella quale trovò il martirio il siriano ʿIzz al-Din al-Qassam, fondatore dell’Associazione dei Giovani Musulmani. Il druso libanese Shakib Arslan, sostenitore della causa pan-araba, si avvicinò alle potenze dell’Asse contro gli anglo-francesi, al pari del Mufti di Gerusalemme Amin Al-Husayni.  Durante la seconda guerra mondiale il Terzo Reich esortò, senza molto successo, i Musulmani alla Jihad contro Britannici e Francesi.

Nel dopoguerra molti Stati musulmani aderirono alla Lega Araba e alla Conferenza dei paesi non allineati di Bandung. Nel 1947 Mohammed Al-Jinnah, capo della Lega Musulmana indiana, fu il principale artefice della divisione su base confessionale tra India e Pakistan. I rapporti indo-pakistani restarono turbati dalla questione del Kashmir, territorio indiano a maggioranza musulmana. Governi di ispirazione laica repubblicana si insediarono in Egitto, Tunisia, Algeria, Iraq, Siria e infine in Libia con Gheddafi dal 1969[1]. Negli anni ’60 assunse un ruolo guida il sovrano saudita Faysal Ibn Sa’ud, alleato degli Stati Uniti ma stimato tra i Musulmani per la sua posizione intransigente sulla Palestina. La monarchia secolarista iraniana dello Shah Reza Pahlevi, resa impopolare dall’ostilità degli Ulema sciiti, dal colpo di Stato contro Mossadeq nel 1953 e dalla subordinazione agli Usa, fu abbattuta dalla rivoluzione iraniana del 1979. L’Ayatollah Khomeini creò un ordinamento costituzionale che univa organi costituzionali democraticamente eletti a organi di garanzia della tradizione islamica sciita, composti da religiosi.

Dopo la nascita dello Stato di Israele, la questione palestinese divenne la principale causa di tensione nel Medio Oriente. Le speranze sorte con l’accordo di Oslo del 1993 furono smentite dai fallimenti successivi. Dalla ferita aperta della questione palestinese germogliò un nuovo Islam radicale globale, fautore di una Jihad terroristica fondata sull’idea di martirio. Nell’Afghanistan dei Mujaheddin e poi dei Talebani fece il suo apprendistato Abdallah Yusuf Azam, che fondò Al Qaeda nel 1988. Nel 1989 gli subentrò alla guida di Al Qaeda Osama Bin Laden, la cui stagione terroristica culminò con l’11 settembre 2001. La reazione militare americana in Afghanistan e Iraq e il sostegno occidentale alle cosiddette «primavere arabe» destabilizzarono ulteriormente il mondo musulmano.

Di ciò approfittò l’entità terroristica denominata Stato islamico, espressione dell’integralismo salafita e della fazione irachena di Al Qaeda, che prese il controllo di Iraq occidentale e Siria orientale e il 29 giugno 2014 proclamò un nuovo Califfato sotto la guida di Abu-Bakr Al-Baghdadi. La vittoria finale della Siria di Bashar El-Assad contro l’effimero Stato islamico e i suoi potenti alleati ha dissipato il fantasma del Califfato, o meglio di quella sua parodia blasfema e sanguinaria che per alcuni anni ne ha indegnamente usurpato il nome.

Carlo Altoviti

[1]F. Cresti – M. Cricco, Storia della Libia. Dagli Ottomani alla caduta di Gheddafi, Carocci, Roma 2015, pp. 189 e ss.

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