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Nel crepuscolo della storia: “Lo Stato mondiale” di Jünger

by Michele Iozzino
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Roma, 16 feb – Sembra un curioso scherzo del destino che un libro come Lo Stato mondiale, da poco ripubblicato da SE, sia stato scritto dal pugno di Ernst Jünger, eroe della Prima guerra mondiale, simbolo di quella generazione cresciuta tra il sangue e il fango delle trincee, principale interprete della corrente nazional-rivoluzionaria. A qualcuno potrebbe sembrare perfino un tradimento, una fuga, uno sfaldamento, rispetto a quelle posizioni. Ma è davvero così?

Lo Stato mondiale di Ernst Jünger

L’accelerazione, che – per Jünger – caratterizza la vita di tutti noi e il suo incessante movimento, si è oggi acutizzata. Parlare di uno Stato mondiale sembra quasi datato: il sogno (o l’incubo) della globalizzazione sembra essersi frantumato tra guerre, crisi, pandemie e quant’altro. Si risveglia la storia e, con lei, quella conflittualità che qualcuno aveva pensato di poter mandare in soffitta grazie al libero mercato. Quello di un mondo globalizzato, guidato però dagli Usa, si sarebbe rivelato un breve interregnum, qualche decennio tra il bipolarismo della Guerra fredda e il multipolarismo. Quest’ultimo da intendersi alternativamente come progetto politico o descrizione di una nuova divisione in blocchi. Insomma, quel movimento che “ha infranto l’ordinamento dello Stato barocco in favore degli Stati nazionali e degli Imperi che su essi furono fondati e, successivamente, ha eliminato gli Stati nazionali, lasciando libero il campo per le potenze mondiali”, non avrebbe trovato alcun “punto di equilibrio” e avrebbe finito per divorare anche se stesso.

E pensare che, quando scrive Lo Stato mondiale, Jünger è in anticipo sui tempi. Siamo nel 1960, il mondo è rigidamente diviso tra Usa e Urss. Il fatto che uno dei due blocchi possa prevalere sull’altro, senza nel frattempo distruggere il mondo, sembra un pio desiderio. Ma invece che la divisione, Jünger vede la profonda identità dei due: “Chi guardi in maniera più spregiudicata noterà con stupore una notevole e crescente uniformità che va estendendosi al di sopra dei singoli paesi, e non in quanto monopolio dell’una o dell’altra delle due potenze, ma in quanto stile globale”. A dimostrazione di ciò, aggiunge: “Si ricorre alle stesse parole, agli stessi slogan, come pace, libertà, democrazia; un’unica e medesima tecnica viene fatta progredire verso la perfezione”. Quella stessa tecnica che aveva indagato in tutta la sua dirompente portata con L’operaio (1932). Essa diviene lo strumento attraverso cui viene allestita la scena per una “svolta epocale”, con cui viene livellato l’esistente e accumulate le forze per le trasformazioni future.

Alla “volontà di potenza” dell’operaio, al suo sapere razionale, al suo titanismo che ricerca nuove forme, si affianca qui, come per una legge di attrazione, l’oscura presenza della Grande Madre che vuole cambiare pelle. Assistiamo a scosse telluriche, sommovimenti nelle più arcane profondità, che muovono l’intera cornice. I confini, le norme, i diritti, gli Stati nazionali, la potenza storica dell’uomo, non vengono messi in discussione semplicemente in quanto tali. È il terreno stesso su cui poggiano a subire smottamenti. Tutto questo, com’è ovvio, non è indolore né privo di rischi: “L’ulteriore estensione dei grandi spazi nell’ordine globale, l’estendersi delle potenze mondiali in direzione dello Stato mondiale, o meglio, dell’impero mondiale, si connette al timore che la perfezione conquisti una forma definitiva al prezzo della libertà del volere”. L’organizzazione avanza a scapito dell’organismo, o, potremmo dire, la collettivizzazione a scapito del singolo. Nonostante ciò, nel testo, la prospettiva dello Stato mondiale rimane in qualche modo auspicabile: “Lo Stato in senso storico cessa di esistere. Esso si avvicina perciò alle utopie anarchiche”. In questo modo vengono meno anche quei pilastri su cui sembrava basarsi il primo Jünger: la nazione e la guerra. Siamo tornati all’universalismo astratto e sradicante che Jünger criticava con durezza nel liberalismo?

Dallo Stato al Sistema

Per trovare una risposta a tutto questo bisogna andare a vedere come Jünger rappresenta lo Stato mondiale nelle sue opere letterarie o, sarebbe il caso di dire, come non lo rappresenta. Lo dovremmo trovare nel suo apogeo in Heliopolis (1949), ma qui lo spazio non è ancora concluso, la storia non è ancora terminata. Le Esperidi rappresentano un oltre, la possibilità di una nuova scoperta, così come ha il medesimo significato il viaggio che il protagonista compie alle fine del romanzo. Anzi, quest’ultimo è il modo con cui De Geer supera il conflitto insanabile tra vecchio e nuovo ordine. Le vicende raccontate in Heliopolis hanno una dimensione profondamente storica, sia da un punto di vista filosofico, quindi in contrasto con l’idea di uno Stato mondiale, che effettivo, potendovi leggere in controluce quale sia l’ispirazione materiale del romanzo. In Eumeswil (1977), invece, lo Stato mondiale è già collassato, siamo nella post-storia, in un’atmosfera crepuscolare e desertica. Qui si rende manifesta la necessità di un ritorno al mito, di una “irruzione dell’Assoluto nel tempo”, di una rigenerazione della storia. Insomma, lo Stato mondiale sembra venire negato dallo stesso Jünger.

Come risolvere allora questa ambiguità? Come spesso accade in Jünger, non si può. L’ambiguità è nella natura stessa delle cose. Da una parte lo Stato mondiale, in quanto organizzazione, potrebbe portare a una involuzione, a una prospettiva da formicaio: “È la minaccia del serpente di bronzo, è il pericolo di irrigidirsi a metallo nell’ordine zoologico, magico o titanico”. Dall’altra, è una sfida inevitabile alla quale non ci si può sottrarre. Ideale completamento dello Stato mondiale di Jünger è Il Sistema per uccidere i popoli di Guillame Faye, uscito per la prima volta in Francia nel 1981. Se l’uniformità verso cui sta piombando il mondo è la stessa per entrambi, come uguali sono le parole d’ordine che la innervano (consumismo, materialismo, democrazia, tecnica, ecc.), il passo in avanti di Faye rispetto a Jünger è proprio la nozione di Sistema. Non uno Stato, ancora meno un impero. Piuttosto la somma acefala e priva di centro dei processi in atto. Una ragnatela meccanica, una razionalizzazione senza ragione. Spiega Faye: “La tecnica permea talmente la vita sociale ed individuale che le istituzioni finiscono per diventare esse stesse tecniche, apparati tecnologici”. E da questa convergenza “nasce un sistema, le istituzioni ne restano inghiottite e vengono rese progressivamente indifferenziate”.

Faye riconosce appieno la dimensione impolitica, sradicante, post-storica del Sistema. Esso “non ha altra legittimazione che il nichilismo della ricerca della piccola felicità, quella degli «ultimi uomini» di Nietzsche; non ha altro sovrano che un individuo astratto – homo universalis – alla ricerca di bisogni omogenei e generalizzati”. Perfino la tecnica, in quanto vettore di rischio, viene neutralizzata in comfort. Abbiamo allo stesso tempo un’inconsistenza dei fini insieme a una dimensione totalizzante e necessitante dei mezzi: “Il fatto è che il Sistema, come ciascuno dei suoi ingranaggi presi singolarmente, funziona senza altro fine che il proprio funzionamento”. La somma delle micro-decisioni, dei singoli processi, porta a una gabbia d’acciaio che stritola ogni cosa. Ad essa Faye oppone l’immagine dei popoli, la cui causa va affermata “contro una società mondiale standardizzata, lo spirito di lotta e il senso del destino contro l’alienazione della felicità economica, le forze nazionali, culturali contro l’universalismo dei Fromm, degli Scarpetta, dei Garaudy, dei Glucksmann”. È nel radicamento, nell’imprevisto, nel pericolo che si trovano gli antidoti al Sistema.

Michele Iozzino

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