Il Primato Nazionale mensile in edicola

boccia confindustria brexitRoma, 1 lug – Dacci oggi la nostra Brexit quotidiana, così da mascherare che non si torna a crescere nemmeno per idea. Sembra essere questo l’ultimo allarme (meglio: allarmismo) in ordine di tempo relativo al referendum inglese sull’uscita dall’Unione Europea. A lanciarlo è il Centro studi Confindustria, che riduce sensibilmente le previsioni di crescita relative al biennio 2016-2017.

Se nel dicembre scorso l’istituto di ricerca prevedeva un +1.4% per quest’anno e +1.3% per il prossimo, ora le stime scendono non poco: si scende al di sotto del punto percentuale, +0.8% quest’anno e +0.6% nel 2017. Un calo di quasi il 50% in entrambi i casi, secondo l’ormai consumata “tradizione” che vede il preventivo di inizio periodo quasi mai rispettato a consuntivo, con numerose revisioni in itinere. Il motivo della drastica riduzione? Neanche a dirlo, la Brexit: “Gli effetti della Brexit saranno più evidenti nel 2017”,  spiegano dal CsC, illustrando come il costo per l’Italia della decisione di Londra si tradurrà in “0.6 punti di Pil, 81mila unità disoccupazione, 154 euro di reddito pro-capite e 113mila poveri”.

La domanda sorge a questo punto spontanea: quale Brexit? D’accordo, i presumibili limiti alla libera circolazione di persone, merci e capitali probabilmente porteranno a qualche effetto nei confronti dell’economia continentale. E però si tratta di decisioni che verranno prese nel tempo, non immediate a seguito dell’esito del referendum. Perché la Gran Bretagna esca compiutamente dall’Ue, infatti, serviranno almeno un paio d’anni, qualcosina di meno se il nuovo governo del post-Cameron dovesse accelerare i tempi. Non è comunque detto che l’esito del nuovo negoziato sia poi tanto dissimile dalla situazione odierna: Downing Street potrebbe infatti optare per la replica dei trattati attualmente in vigore. Insomma: ammesso che Londra voglia davvero farla finita con Bruxelles, gli effetti non si faranno certo sentire quest’anno, forse nemmeno il prossimo. Qualche patema potrebbe venire dai mercati finanziari, anche se le borse ormai hanno recuperato buona parte del terreno: la City ha praticamente recuperato le perdite, idem Wall Street, Piazza Affari si avvicina al 50% con i rialzi degli ultimi giorni.

Il problema, per la ripresa italiana, è che i numeri di Confindustria non giungono come un fulmine a ciel sereno. Se mai, sono quasi in ritardo. Già ad aprile, infatti, il governo aveva tagliato le stime dal +1.6% al +1.2%, con la Banca d’Italia che non più tardi di un mese fa aveva effettuato un’ulteriore limatura a +1.1%. Senza essere arrivati neanche a metà anno, una riduzione superiore al 30% non preludeva a nulla di buono, soprattutto considerando anche all’epoca la vittoria del sì al referendum britannico non era data come risultato plausibile. La tendenza, in altre parole, era già decisamente al ribasso e destinata a scendere sotto la soglia psicologica dell’1%. A prescindere dalla Brexit.

Filippo Burla

La tua mail per essere sempre aggiornato

Commenta