Il Primato Nazionale mensile in edicola

Quota EnelRoma, 26 feb – Nella serata di ieri, il ministero dell’Economia ha iniziato la vendita sul mercato del 5.74% di Enel nell’ambito della quarta privatizzazione dal 1999 che porterà la quota statale a ridursi del 5,74%, dal 31,2% al 25,5% del capitale sociale dell’ex monopolista pubblico e leader mondiale nella produzione di energia elettrica. Una ulteriore cessione di controllo e sovranità che, come vedremo, va molto al di là dei freddi numeri

Tramite una procedura tecnicamente denominata Accelerated Book Building, il dicastero guidato da Pier Carlo Padoan ha dato mandato ai soliti colossi americani Goldman Sachs e Bank of America Merrill Lynch, oltre che alle italiane Mediobanca e Unicredit di avviare le pratiche. I primi investitori ad essere contattati sono stati gli americani, mentre oggi sarà la volta degli altri. Entro questa mattina il collocamento sarà concluso.

L’incasso atteso dall’operazione, alla quotazione di mercato intorno a 4 euro per azione, è pari a circa 2.2 miliardi di euro. La volontà di privatizzare un’ulteriore fetta della società era nota da tempo, ma solo ieri i tecnici di via XX Settembre hanno deciso di mettersi in moto: i corsi di mercato rendevano possibile strappare un prezzo giudicato accettabile. Enel infatti ha chiuso la seduta di borsa a 4,048 euro, lasciando pochi margini per eventuali sconti.

figura_2-enel-dividendi
Dividendi prodotti dalle grandi aziende partecipate dallo Stato

La decisione segnala la volontà, da parte del governo, di accelerare sul fronte delle cessioni. Un procedere rapido che tralascia anche opportunità future visto che, secondo molti analisti, entro la fine dell’anno Enel può raggiungere un valore vicino ai 5 euro ad azione. L’esecutivo rinuncia così anche ad un potenziale guadagno di quasi il 20% maggiore, oltre che a dividendi che negli ultimi due anni disponibili (2012 e 2013) sono ammontati mediamente a 400 milioni all’anno (tabella a fianco): rapportati alla quota in cessione, fanno circa 75 milioni di dividendi perduti, vale a dire circa il 3,5% della somma che si prevede di incassare.

Tutto bene, se la somma che affluirà nelle casse dello Stato dalla cessione delle quote Enel servirà a generare investimenti con ritorni superiori al 3,5% annuo, ma ovviamente non sarà così e questi 2 miliardi abbondanti andranno soltanto a tamponare il debito pubblico per rientrare temporaneamente nei vincoli europei, senza ritorno alcuno per la comunità nazionale. Lo stesso presidente della Commissione industria del Senato, Massimo Mucchetti, sosteneva pochi mesi fa: “Andrei cauto a vendere il 5% dell’Enel, sia perché la situazione di Borsa non consente certo vendite ad alto prezzo, sia perché, più in generale, il 5% può rendere come minimo una sessantina di milioni netti [in realtà circa 75, ndr], che potrebbero raddoppiare laddove l’Enel tornasse ai dividendi di tre anni orsono; mentre dall’incasso del 5% di Enel, ai valori correnti, deriverebbe un risparmio nella spesa per interessi, al netto delle imposte, sul debito pubblico cancellato da questa operazione, pari più o meno alla metà”. L’ennesima operazione di dismissione pesantemente in perdita, come volevasi tristemente dimostrare.

Ci sono poi da considerare le conseguenze sul piano strategico, dal momento che con la discesa nel capitale azionario si riducono i margini di presenza nelle assemblee sociali, con il rischio di perdere maggioranze, come già successo nel caso di Eni lo scorso maggio. E non sarà la forzatura giuridica del voto multiplo a poter cambiare le carte in tavola.

In uno scenario ancora più ampio, si ricordi che Enel ha in pancia un gioiello come Enel Green Power che, nel campo delle energie rinnovabili, in rapidissima espansione nel mondo, continua a mietere un successo dietro l’altro, promettendo di crescere a ritmi accelerati anche in futuro. Anche la sua quota passa dallo Stato Italiano al mercato insieme a quella della controllante.

figura_3-pun-elettrico-europa
Prezzi dell’elettricità sul mercato libero: quelli italiani sono i più alti

Infine, ma non da meno, il governo offre come premio al mercato il sangue dei consumatori. Infatti, lo stesso liberalissimo Istituto Bruno Leoni ha dovuto ammettere recentemente che le tariffe elettriche sul mercato libero costano il 16,7% in più rispetto al mercato di maggior tutela – quello delle famiglie e delle piccole e medie imprese, regolato con tariffe fisse stabilite ogni trimestre dall’Autorità per l’energia elettrica il gas e il sistema idrico – e con perfetta e perfida puntualità il governo stesso, nel decreto legge sulla concorrenza del 20 febbraio scorso, ha stabilito proprio la cessazione del mercato di maggior tutela dal 1 gennaio 2018, in uno scenario in cui i prezzi dell’elettricità sul mercato libero italiano sono i più alti d’Europa, come evidente dal grafico a fianco.

Riassumendo: lo Stato italiano rinuncia a una quota probabilmente decisiva per il controllo di Enel, un gruppo gigantesco, indebitato ma solidissimo e in crescita, con una operazione finanziariamente in pesante perdita, offrendo al mercato – oltre alle quote dei gioielli industriali ceduti – una prospettiva di aumento delle tariffe elettriche interne gravanti sui settori sociali più deboli e su quelli produttivi più delicati.

Filippo Burla

Francesco Meneguzzo

La tua mail per essere sempre aggiornato

1 commento

Commenta