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Roma, 1 gen – Per circa un trentennio, vale a dire dagli anni ’40 fino alla crisi energetica del 1973, il mercato mondiale dell’oro nero era in mano ad un ristretto oligopolio. I membri di questo vero e proprio cartello, che dominava tutte le dinamiche attorno a produzione e distribuzione del greggio, erano le cosiddette “Sette sorelle”.

Eni alla conquista del mondo

La definizione venne coniata nel 1945 da un Enrico Mattei appena chiamato a liquidare l’Agip fascista. La storia prenderà poi un altro corso e, invece che smantellarlo, dall’ente nacque l’Eni. L’Italia, per ripartire, aveva disperato bisogno di fonti di energia a buon mercato – gas e petrolio in primis – e la missione di Mattei era proprio quella di reperire questi approvvigionamenti.

Non passò così molto tempo prima di arrivare allo scontro frontale con le compagnie allora dominanti – tutte “battenti bandiera” americana o britannica – con cui Mattei ebbe più volte importanti screzi, tali da non potere escludere una loro responsabilità nella dinamica della sua morte. Impossibile stabilirlo: lo schianto del suo aereo fu archiviato all’epoca come incidente, ci vollero decenni per appurare che non precipitò per un guasto ma fu fatto esplodere.

Dall’Iran alla Tunisia, passando per l’Unione Sovietica. L’attivismo di Mattei non conosceva confini e contribuì a costruire una realtà industriale – l’Eni, appunto – che della sapiente gestione dei rapporti (geo)politici, ancor prima che economici, aveva fatto il suo tratto distintivo. Un’architettura rimasta pressoché intatta sino ad oggi, con il cane a sei zampe spesso e volentieri chiamato a supplire alle spesso vistose mancanze della nostra diplomazia. Praticamente uno “Stato nello Stato”. Non sorprenderà, allora, che nonostante la potenza di fuoco delle “Sette sorelle”, l’Eni sia sopravvissuta alla morte violenta del suo fondatore.

Le “Sette sorelle” (sparite)

Ma chi erano queste “Sette sorelle”? Nell’ordine: Standard Oil of New Jersey, Standard Oil of New York, Texaco, Standard Oil of California, Gulf Oil, Royal Dutch Shell e Anglo-Persian Oil Company. Le prime cinque americane, la sesta anglo-olandese, l’ultima (nonostante il nome) britannica. Se i nomi non vi dicono nulla, il motivo è presto detto: ad eccezione della Shell (e in parte di Bp), le altre non esistono più. Le Standard Oil of New Jersey e New York sono confluite dopo una serie di passaggi in quella che oggi è la ExxonMobil, Standard Oil of California, Texaco e Gulf Oil sono parte del gruppo Chevron e la Anglo-Persian Oil Company si è trasformata in British Petroleum (Bp).

Una fine ingloriosa per il cartello che dettava legge fino agli anni ’70 del secolo scorso. Al contrario, invece, Eni ha continuato a prosperare, macinando record su record specialmente per quanto riguarda l’attività estrattiva, come provano le recenti, storiche scoperte di giacimenti tra Egitto e Mozambico. A cinquant’anni di distanza, insomma, chi l’ha avuta vinta?

Filippo Burla

5 Commenti

  1. Per aggiornarsi su sorelle, sottosorelle e loro movimenti un sito base: sicurezzaenergetica.it
    L’ evolversi dei dati dà sempre l’ idea di pericolose sabbie mobili (anche tipo Kuwait per intenderci).

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