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Palermo, 20 feb – “Riscossione siciliana, che dovrebbe incassare cinque miliardi e settecento milioni l’anno, nel 2015 ne incassava quattrocentottanta milioni ovvero l’8% di quanto avrebbe dovuto riscuotere”. Sono state queste le parole di Antonio Fiumefreddo, amministratore unico di Riscossione Sicilia (società esattrice dei tributi locali nell’isola) davanti alla Commissione parlamentare Antimafia. Inoltre, secondo Fiumefreddo: “Riscossione Sicilia negli ultimi dieci anni non ha riscosso 52 miliardi di euro, di questi, però, solo ventidue miliardi possono essere recuperati in quanto non prescritti”.  Numeri sicuramente allarmanti, che però non bastano a capire la gravità della situazione.



Riscossione Sicilia è una partecipata della Regione Sicilia. Nel febbraio 2015, al momento dell’insediamento di Fiumefreddo, la società aveva ottocentottantasei consulenti su settecento dipendenti, assunti al 75% per chiamata diretta. Un grande carrozzone nato per gestire in maniera più efficace l’esazione dei tributi e trasformatosi una gallina dalle uova d’oro per i soliti noti. Dall’audizione fatta presso la Commissione Antimafia, emerge un coacervo d’inefficienze e d’illegalità diffuse su tutta l’isola. In questo j’accuse viene fuori che: “I maggiori debitori sono i Comuni, in testa Catania con diciannove milioni, poi Messina, Siracusa e ultima Palermo. Ci sono difficoltà enormi nella fase del recupero e della notifica che viene malamente gestita da chi se ne occupa, che subisce la presenza di forze criminali sul territorio. A Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) è quasi impossibile notificare e lo è anche a Gela, dove non sono corretti neppure gli indirizzi. Quando passiamo dallo studio alla presenza sul territorio incontriamo presidi mafiosi in cui non si entra nè si notifica”. Questa notizia è stata derubricata dalla stampa come l’ennesimo caso di spreco di pubblico denaro. Purtroppo, però, non è affatto così. L’anomalia, se così vogliamo definirla, è figlia dell’autonomia. Vediamo perché. La Sicilia, infatti, è Regione a Statuto Autonomo dal 1946. All’epoca De Gasperi consegnò le chiavi dell’isola ai padrini, tornati a spadroneggiare dopo la fine del fascismo. Un patto scellerato di cui ancora i siciliani pagano le conseguenze.

Nel 1952, infatti, l’Assemblea regionale decide di affidare la riscossione a esattori privati. Tutti uomini di spiccata onestà. Facciamo qualche nome. A Salemi, in quel di Trapani, l’esattore era Luigi Corleo. Nessuno ricorda chi sia. E allora per rinfrescare la memoria, possiamo dire che sua figlia Franca fu data in sposa ad un certo Antonino Salvo, detto Nino. Nino era cugino di Ignazio Salvo.  In soli dieci anni i due cugini danno vita al gruppo Satris, che prese l’appalto di quasi tutte le esattorie siciliane. A questo punto viene spontanea una domanda: come hanno fatto due ragazzi di provincia nel giro di due lustri a controllare il fisco in tutta la Trinacria? La risposta è semplice: erano mafiosi e democristiani. Iscritti alla Dc, godono dell’appoggio di Bernardo Mattarella, il padre del nostro amato Presidente della Repubblica. Nel 1975, la guerra di mafia interruppe l’idillio. Il suocero di Nino, Luigi Corleo, fu sequestrato e fatto sparire, si dice, su ordine di un giovane Salvatore Riina. Era uno dei primi attacchi dei Corleonesi alla vecchia mafia palermitana. Nino e Ignazio, nonostante quest’affronto, appoggiarono i nuovi capi della Cupola. Nel 1982 scatta la prima perquisizione della Guardia di finanza alla Satris. I Salvo temono che Giovanni Falcone, che chiamano “il pazzo”, indaghi sul loro patrimonio. Falcone per combattere la mafia seguiva la pista dei soldi. Non si sbagliava con i due salemitani. Ai tempi della vecchia lira i tributi sborsati dai siciliani ammontavano a circa 1.500 miliardi l’anno. Calcolando il 7% di aggio, erano circa cento i miliardi di lire che finivano nella cassaforte dei Salvo. Terrorizzati dal “pazzo”, i due trapanesi decidono di disfarsi della Satris. Così arrivò la Soged, gestita da Giuseppe Cambria ex dirigente della Satris, e che ereditava da quest’ultima i locali, le attrezzature, le schede, perfino il cervello elettronico. Nel 1991, sarà il Monte dei Paschi in Sicilia, (dopo avere acquisito il controllo di della Banca Popolare di Canicattì e della banca di Messina) ad assumere la gestione della riscossione dei tributi. Pare che dietro questa scelta ci fosse Andreotti. Almeno questa è l’opinione di Luca Fiorito, professore associato dell’Università di Palermo, economista senese ed ex consigliere d’amministrazione del Monte dei Paschi e Presidente di “Paschi gestione immobiliare” dal 2003 al 2006. Fiorito ha spiegato che “la Sicilia era una piazza importante, Andreotti contava, la banca era pubblica e la Fondazione non aveva molta influenza sulle decisioni”. Dopo Mps si arriva alla Serit, la società per la riscossione dei tributi controllata dalla Regione siciliana e partecipata al 10% da Equitalia. Arrivando, dopo un decennio, al collasso, avendo chiuso il 2011 con un passivo di ventuno milioni e una perdita di circa 1,5 milioni di euro al mese. Malgrado incassi con aggi al 9% oltre a tutti gli altri oneri di riscossione. Il disastro di Riscossione Sicilia non deve sorprendere. È solo il frutto di una pianta velenosa che è stata regalata ai siciliani nel 1946.

Salvatore Recupero

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