Roma, 15 apr – Nel marzo 2026 Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, ha detto a Fox News che “il pendolo si muove continuamente”, che cinque anni fa era andato “troppo avanti” e che oggi la società si trova in una posizione “più pragmatica”. Alla domanda se BlackRock abbia spinto alcune aziende più a sinistra del dovuto, Fink ha risposto che “non è mai stata nostra intenzione”, per poi riportare subito il discorso sul terreno che conta davvero per un grande gestore di capitali: il dovere fiduciario verso gli investitori, la sicurezza energetica, l’intelligenza artificiale, il fabbisogno di elettricità, la necessità di non affidarsi a un solo modello energetico. Non è una confessione, ma è comunque una certificazione politica: il lessico morale che aveva dominato il ciclo precedente non è più quello utile a descrivere la fase presente.
BlackRock si “confessa” a Fox News
Il punto decisivo non è dunque stabilire se Fink abbia “rinnegato il woke”, formula giornalisticamente facile ma analiticamente rozza. Il punto è capire che cosa dice, e soprattutto da dove lo dice. A parlare è il vertice del più grande asset manager del mondo, cioè uno dei soggetti che negli ultimi anni hanno contribuito in modo diretto a orientare il comportamento delle grandi imprese attraverso il voto nelle assemblee, la stewardship, la definizione dei criteri di rischio e la costruzione del linguaggio legittimo dentro il capitalismo finanziario contemporaneo. Quando un attore di questo livello sostituisce il registro della trasformazione etico-sociale con quello del pragmatismo infrastrutturale sta segnalando che la funzione sistemica di un ciclo si è esaurita e che un altro ciclo ha preso il suo posto. Per anni il woke, nella sua traduzione aziendale e istituzionale, è stato presentato come l’esito quasi spontaneo di una maturazione morale dell’Occidente. Il lessico della diversità, dell’inclusione, della giustizia climatica e della responsabilità sociale veniva venduto come una correzione necessaria del capitalismo e insieme come il suo nuovo orizzonte di legittimazione. In realtà, più che correggere il capitalismo, quel linguaggio ne ha accompagnato una fase precisa. Ha consentito alle grandi imprese, ai fondi, alle piattaforme e agli apparati culturali di riorganizzare il proprio profilo pubblico, di assorbire il conflitto in codici amministrabili, di trasformare domande politiche e fratture storiche in metriche di governance, compliance, reputazione e investimento. Il passaggio dal conflitto al protocollo è stato il vero contenuto politico del woke corporate. Per questo la sua espansione non può essere letta come una semplice ribellione dal basso: è stata anche, e in larga misura, una tecnologia di gestione dall’alto. Questa conclusione non deriva solo dall’interpretazione ideologica del fenomeno, ma dal comportamento concreto dei soggetti che lo hanno prima sostenuto e poi ridimensionato.
Non ci interessa più la virtù, ma l’energia
L’intervista di Fink va letta precisamente dentro questa cornice. Quando insiste sul fabbisogno energetico prodotto dall’intelligenza artificiale e cita la Cina come esempio di approccio non dogmatico, fondato contemporaneamente su nucleare, solare, gas e petrolio, non sta facendo una digressione tecnica. Sta dicendo che il nuovo baricentro del capitale non è più la messa in scena della virtù, ma la disponibilità materiale di energia, infrastrutture, filiere e potenza computazionale. La questione non è più come apparire moralmente allineati, ma come alimentare data center, reti, industria e nuovi asset tecnologici in un contesto geopolitico competitivo. È qui che il richiamo al pragmatismo smette di essere una parola neutra e diventa il nome politico della nuova fase. Questa torsione non è affatto isolata. Nel gennaio 2025 BlackRock ha lasciato la Net Zero Asset Managers Initiative, spiegando che la permanenza nel gruppo aveva generato confusione sulle pratiche effettive della società ed esposto il gruppo a richieste legali da parte di funzionari pubblici. Pochi giorni dopo, la stessa iniziativa ha sospeso le proprie attività. Non si tratta di dettagli secondari. La NZAM era nata nel 2020 come una delle espressioni più chiare del tentativo di allineare l’industria del risparmio gestito agli obiettivi net zero entro il 2050. L’uscita del principale gestore del mondo non equivale da sola alla fine di quel paradigma, ma ne segnala il logoramento politico, giuridico e strategico. Quando il perno del sistema si sfila, il sistema smette di presentarsi come inevitabile.
La BlackRock ha rivisto molte iniziative
Lo stesso vale per il versante DEI. Nel 2025 BlackRock ha rivisto le proprie iniziative interne sulla diversità, richiamando “significant changes to the U.S. legal and policy environment”. Non è soltanto il segno di un adattamento difensivo a un mutato contesto americano; è la prova di quanto quel linguaggio, che fino a poco prima veniva esibito come nuovo standard morale della corporate governance, fosse in realtà fortemente dipendente dai rapporti di forza, dal quadro regolatorio e dal costo politico della sua applicazione. Reuters ha documentato che nello stesso periodo numerose grandi aziende statunitensi hanno ridotto o modificato i programmi DEI, mentre anche operatori centrali nella consulenza sul voto, come ISS, hanno ridimensionato il peso delle considerazioni di diversità nei board americani, citando il nuovo quadro politico e normativo. In altre parole, ciò che veniva presentato come progresso irreversibile si è rivelato molto più contingente, negoziabile e revocabile di quanto i suoi sacerdoti lasciassero intendere. È qui che il tema diventa più profondo del semplice “ve l’avevamo detto”. Già all’inizio del 2024 scrivevamo che era possibile sostenere che il woke non avrebbe retto come linguaggio dominante perché non era un ordine morale capace di fondare un’epoca, ma una sovrastruttura utile a governare una fase. Finché quel codice ha garantito consenso reputazionale, disciplinamento interno, integrazione simbolica delle élite urbane e riconversione del dissenso in pratiche compatibili con l’ordine economico, è stato premiato e diffuso. Quando ha iniziato a produrre contraccolpi legali, polarizzazione politica, caduta di efficacia narrativa e attrito con le priorità materiali del nuovo ciclo, è stato progressivamente dismesso da chi lo aveva reso centrale.
Il capitale non smetterà mai di produrre ideologia
Questo non significa che il conflitto culturale sia finito, né che improvvisamente il capitale abbia smesso di produrre ideologia. Significa piuttosto che l’ideologia cambia forma quando cambiano le esigenze del sistema. Il woke non è stato un incidente esterno rispetto al capitalismo occidentale; ne è stato una forma storica determinata, perfettamente coerente con una fase in cui la finanza poteva ancora permettersi di parlare il linguaggio dell’inclusione universale, le imprese potevano recitare la parte di attori morali e la decarbonizzazione poteva essere evocata come orizzonte lineare senza che il costo energetico della rivoluzione digitale imponesse un brusco ritorno alla materialità. Oggi, con l’IA al centro, con il problema della potenza elettrica, con il ritorno delle infrastrutture, con il riarmo industriale e con la competizione strategica tra blocchi, quel linguaggio non basta più. Non perché sia stato smascherato da un improvviso soprassalto di sincerità, ma perché non è più il più adatto a organizzare la fase. Per questo l’intervista di Fink va presa sul serio, ma senza ingenuità. Non contiene una confessione piena e non autorizza scorciatoie. BlackRock non sta dicendo che l’epoca woke è stata una frode, né che ESG e DEI siano stati soltanto finzioni. Sta cambiando priorità e linguaggio senza elaborare davvero il passato, come fanno sempre i grandi apparati quando una linea perde rendimento. Il capitale raramente ammette i propri travestimenti (figuriamoci gli errori); più spesso li abbandona e passa al successivo. È questo il dato politico da registrare.
Archiviato il woke, cosa ci aspetta?
Se oggi qualcuno vuole ancora raccontare il woke come spontanea pressione etica della società civile, deve spiegare perché il suo ridimensionamento coincida così perfettamente con il mutamento del contesto energetico, legale e tecnologico e perché siano proprio i grandi attori della finanza e della governance corporate ad aver corretto la rotta per primi. Se invece si assume che il woke sia stato anche una modalità di amministrazione culturale del capitalismo globale, allora tutto torna: la sua ascesa, la sua espansione capillare, la sua codificazione aziendale e infine il suo raffreddamento. Non siamo davanti alla caduta di una religione civile, ma alla sostituzione di un dispositivo. Se si vuole trarre una conclusione politica da questa fase, è che mentre per anni il dibattito pubblico è stato spinto a concentrarsi su simboli, linguaggio e diritti, le leve reali del potere non hanno mai smesso di muoversi altrove. Il woke ha funzionato anche come dispositivo di distrazione, spostando il conflitto su un piano culturale e morale mentre le trasformazioni decisive continuavano a riguardare energia, infrastrutture e controllo tecnologico. Ora che quel velo si ritira – senza che questo cancelli gli effetti prodotti – torna evidente una cosa semplice: le civiltà industriali non si reggono sulle narrazioni, ma sulla capacità di produrre, accumulare e dirigere potenza materiale. Ed è su questo terreno, non su quello simbolico, che si decide chi guida e chi subisce.
Sergio Filacchioni