Home » Il nuovo “compromesso storico” tra terzomondo e antifascismo finirà con la demografia

Il nuovo “compromesso storico” tra terzomondo e antifascismo finirà con la demografia

by Sergio Filacchioni
0 commento
compromesso storico antifascismo terzomondo

Roma, 21 lug – Carl Schmitt ricordava che gli avvenimenti non si ripetono mai in modo identico: ciò che ritorna è la struttura della sfida e della risposta. Per comprendere un’epoca bisogna dunque individuare la sua domanda decisiva, non forzare il presente dentro categorie ereditate dal passato. Nell’Europa contemporanea una di queste domande riguarda la trasformazione demografica delle città e il rapporto tra popolazioni autoctone, immigrazione di massa e potere politico. La risposta progressista è stata stipulare un nuovo “compromesso storico”. Non quello tra comunisti e cattolici immaginato negli anni ’70, ma quello tra terzomondo e antifascismo: da una parte le minoranze immigrate rappresentate come soggetto naturalmente oppresso; dall’altra l’apparato militante, culturale e istituzionale della sinistra, che offre loro un linguaggio politico, una rete organizzativa e un nemico.

Un compromesso storico fondato sul nemico, non sul riconoscimento

Il collante è elementare e potente, non bisogna sottovalutarlo: lo Stato repressivo, la polizia razzista, l’Occidente coloniale, il fascismo onnipresente. Ogni episodio può essere inserito nella stessa narrazione, indipendentemente dai fatti e dalle sue circostanze concrete. Una morte durante un arresto, uno sgombero, un controllo di polizia o una rivolta urbana diventano immediatamente capitoli della medesima lotta. È una costruzione efficace perché non richiede una vera comunione di interessi. Basta l’avversario comune. Il militante antifascista può interpretare la rivolta delle periferie come sollevazione degli oppressi; il giovane della periferia può servirsi della mobilitazione politica come strumento di pressione contro le istituzioni, o magari soltanto come sfogo edonistico. Entrambi marciano nella stessa direzione, ma non necessariamente verso la stessa destinazione.
Le rivolte francesi del 2005 mostrarono già l’autonomia di questa nuova soggettività. Dopo la morte di Zyed Benna e Bouna Traoré a Clichy-sous-Bois, i disordini si estesero per circa tre settimane a numerose città, producendo migliaia di incendi e arresti e inducendo il governo francese a dichiarare lo stato d’emergenza. Non furono una rivoluzione guidata da partiti o sindacati, ma un fenomeno decentralizzato, diffusosi tra territori accomunati soprattutto dalla marginalità urbana. Attribuire con certezza a quelle rivolte una coscienza politica unitaria sarebbe sbagliato. Proprio questo, però, è il punto: la sinistra tentò di tradurre in lotta sociale un’esplosione che non controllava e che non nasceva necessariamente dai suoi valori. La distanza tra la cultura laica e universalista della sinistra europea e alcune identità maturate nelle banlieue sarebbe emersa negli anni successivi, fino alla crescente contrapposizione tra radicalismo religioso, laïcité e tradizione libertaria.
Del resto, i molti immigrati e giovani di seconda generazione che ieri sera sono scesi in piazza a Bologna, lo hanno fatto per il sindaco Lepore e il Pd, o perché si sono riconosciuti nella richiesta di «vendetta» lanciata dalla madre di Fakir?

La realtà materiale dei quartieri: chi controlla lo spazio?

La stessa contraddizione appare, in scala minore, nei quartieri italiani. San Lorenzo è storicamente uno spazio simbolico della sinistra romana, ma è anche un territorio nel quale residenti e commercianti denunciano da anni spaccio, aggressioni e insicurezza. Operazioni di polizia hanno documentato arresti per droga, locali frequentati da pregiudicati e pusher e criticità per l’ordine pubblico. Anche l’amministrazione guidata dal Pd è stata costretta a riconoscere la questione della sicurezza, almeno quando aggressioni particolarmente gravi hanno reso impossibile liquidarla come semplice “percezione”. Qui l’utopia entra in conflitto con la realtà. La sinistra vorrebbe parlare di quartieri popolari senza discutere chi controlli concretamente lo spazio; di lavoro povero senza affrontare la concorrenza prodotta da una manodopera ricattabile; di diritto alla casa senza considerare la pressione demografica sui servizi; di anticapitalismo senza mettere in discussione i flussi funzionali alla compressione dei salari. E alla fine, quando la realtà bussa alla porta, persino gli amministratori progressisti devono riscoprire parole come sicurezza, presidio e legalità. Ma lo fanno senza modificare il paradigma, tentando di gestire soltanto gli effetti.

La demografia diluirà l’antifascismo nel terzomondo

Il nuovo compromesso storico può durare finché l’antifascismo conserva la forza di assegnare ruoli: il militante come avanguardia, l’immigrato come soggetto da rappresentare, lo Stato come nemico comune. Ma la demografia modifica lentamente le gerarchie. Non aggiunge soltanto nuovi elettori o nuovi abitanti: produce comunità, interessi, leadership, economie informali, culture e capacità autonome di occupare lo spazio. Nel frattempo l’Unione europea invecchia. Secondo le ultime proiezioni di Eurostat, la sua popolazione potrebbe diminuire dell’11,7% tra il 2025 e il 2100, mentre l’età mediana salirebbe fino a 51,5 anni. La quota degli ultraottantenni dovrebbe passare dal 6,2 al 15,3%.
Questi numeri non stabiliscono automaticamente quale sarà il futuro politico europeo. Indicano però che i rapporti di forza non resteranno immobili. Le popolazioni che oggi la sinistra pretende di rappresentare potrebbero non avere domani alcun bisogno dei suoi mediatori, né condividerne il laicismo, il femminismo, l’individualismo o la concezione dei diritti civili. A quel punto il compromesso mostrerà la propria natura: non una sintesi storica, ma un’alleanza tattica fondata sull’esistenza di un cattivo. E come ogni alleanza costruita più contro qualcuno che per qualcosa, resisterà soltanto finché uno dei contraenti non sarà abbastanza forte da fare a meno dell’altro.

Sergio Filacchioni

You may also like

Commenta

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati