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brexitLondra, 23 apr – Il bello del dibattito sull’uscita del Regno Unito dall’UE, la cosiddetta “Brexit” ha un aspetto molto positivo: sta spazzando via gli equivoci e semplificando enormemente la scelta di chi, da una impostazione politica nazionalpopolare, debba scegliere da che parte stare. La scelta di Jeremy Corbyn, leader del partito laburista inglese, di sostenere insieme al premier conservatore David Cameron le ragioni della permanenza getta una definitiva ombra di discredito su tutte le forze di “sinistra alternativa” che prendono quota in ogni angolo del Vecchio Continente. Pensiamo al bluff di Tsipras, alla cialtroneria di Podemos, alla farsa del Movimento Cinque Stelle.



Interessante l’argomento del vecchio radical-chic britannico: “Solo stando dentro la Ue potremo riuscire a migliorare le cose che non vanno e a garantire gli interessi della classe lavoratrice”. Par di sentire le prefiche della destra “alternativa”, quelle per cui “le cose si cambiano dall’interno”. Deve essere tornato di moda D’Alema con le sue “convergenze parallele”. Rimanere dentro ad una gabbia studiata per favorire la libera circolazione di capitali, merci e persone non è sicuramente il modo più saggio per tutelare i lavoratori, ma tant’è, Corbyn è in buona compagnia.

Oltre a Cameron (notoriamente preoccupato della classe lavoratrice), infatti, può contare sull’appoggio di Christine Lagarde, presidente del Fondo monetaria, che ha definito la Brexit come “una seria minaccia che si profila all’orizzonte della crescita”. Ovviamente, i Greci si ricordano di quanto il Fmi sia interessato alle magnifiche sorti e progressive della classe lavoratrice. Anche Obama e l’intero establishment americano (fra cui 8 ex segretari al tesoro Usa) si sono schierati nella difesa a spada tratta dell’Ue. Obama, ricordiamolo, il presidente che è riuscito nel miracolo di una jobless growth, una crescita del Pil senza diminuzione della disoccupazione, trainata da ulteriori livelli di indebitamento in qualche modo sostenuti dalla Fed. Non poteva mancare Yanis Varoufakis, ex ministro del ciarlatano imbrillantinato greco, è per la permanenza nell’Ue del Regno Unito. Parliamo del macho easy rider dell’Ellade, che si definisce “marxista libertario” e massimo esperto europeo di teoria dei giochi. Talmente esperto che si è andato ad impelagare in un vertice internazionale con i creditori della sua nazione per chiedere un atto di generosità…senza avere in mente che fare nel caso gli avessero detto di no. Un genio della strategie, bisogna dirlo, con amici di questo genere il bisogno di nemici diventa secondario.

Sul fronte interno Corbyn One Kenobi può contare su validissimi alleati, come il candidato sindaco laburista per Londra, Sadiq Khan, musulmano di origine pakistana, tanto impegnato per i diritti civili, in particolare degli allogeni come lui. La classe lavoratrice ringrazia per la deflazione dei salari e la guerra fra poveri, nonché per l’islamizzazione avanzata di Londra divenuta di fatto una parte dell’Umma islamica in cui vige la sharia con la compiacenza dei tribunali e delle forze dell’ordine. Si accodano contro la Brexit perfino gli indipendentisti scozzesi, che addirittura sarebbero a favore dell’Euro. Interessante l’idea di liberarsi di Sua Maestà Britannica per finire nelle grinfie di Draghi, che non ha nemmeno la decenza di usare un mantello di ermellino quando emette i suoi editti alla plebe. La classe lavoratrice scozzese ringrazia.

Recentemente, anche il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney ha paventato immensi rischi per la stabilità finanziaria della City. Non sappiamo bene cosa leghi un banchiere alla classe lavoratrice, ma questa comunque ringrazia sentitamente. Circa 200 manager di imprese britanniche fra le quali Vodafone, Mark & Spencer e British Telecom hanno firmato una lettera pubblicata dal Times per dire che “lasciare l’UE scoraggerebbe gli investimenti, minaccerebbe il lavoro e metterebbe in pericolo l’economia. Il Regno Unito sarà più forte, più sicuro e più ricco restando un membro dell’Ue”. Molte di queste aziende hanno delocalizzato la produzione in Cina, India, Pakistan, Indonesia e Filippine. I lavoratori ringraziano ancora una volta. Tra i firmatari ci sono 36 presidenti o direttori di grandi imprese del Ftse-100 della Borsa di Londra oggetto di un rinnovato interesse da parte della Borsa di Francoforte per una fusione che non potrebbe andare in porto in caso di Brexit. Anche le agenzie di rating, ovviamente, si schierano contro la Brexit. La classe lavoratrice, sempre lei, ringrazia i suoi paladini che da Wall Street indagano occhiuti i governi pretesamente sovrani per tutelarne gli interessi a suon di valutazioni soggettive.

Ci toccherà per una volta tifare Perfida Albione?

Matteo Rovatti

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